09Ago
2012
nocte-sancti-laurentii

In nocte Sancti Laurentii

Fiaba di: Tiziana Basciu

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La fiaba

Erano anni, forse dieci, forse cento, o chissà, che sulla terra nessuno aveva più visto il cielo. Non c’era più memoria del sole, della luna, delle stelle, dell’arcobaleno, delle nuvole, delle albe, dei tramonti. Tutto era avvolto in una nebbiolina grigia ed uniforme, satura di umidità. Persino il mare. Persino la brughiera (dicono che una volta esistessero i prati, ma, forse, si era persa la memoria anche di questi) e gli animali sembravano grigi, spenti da quell’atmosfera monotona, che rendeva il giorno tanto simile alla notte, il mattino al pomeriggio e alla sera. Ed erano grigie le città, i villaggi. Dicono che al principio, quando scomparve il sole, la gente, dipingesse di giallo, rosso, viola, verde, blu, arancio, lilla, rosa, azzurro, avorio, indaco, turchese i muri delle case.

Ma ora neanche i vecchi ricordavano cosa fossero i colori e i nomi che fino ad allora li avevano identificati divennero parole vuote in bocca a visionari e sognatori. Non era facile neanche calcolare il passare del tempo: gli orologi degli osservatori astronomici mondiali sembravano ancora precisi, anche se non c’era modo di dirlo con assoluta certezza.

Secondo il calendario, era circa metà estate ed era notte quando una ragazza e due ragazzi, sui tredici anni, entrarono per la prima volta nella sala delle “Storie e Leggende” della biblioteca del loro villaggio. Quella sala era vietata alla maggior parte della popolazione: ci potevano entrare coloro che avevano superato i cinquant’anni, previa autorizzazione del Primate del villaggio. Ma gli adulti avevano cose più importanti da fare. Ci potevano entrare gli studiosi che si impegnavano a non rivelare, neanche sotto tortura, cosa fosse scritto in quei libri. Ma mai e poi mai si poteva permettere che vi entrassero dei ragazzini curiosi e ficcanaso come quelli!

Il bibliotecario addetto a quella sala era molto vecchio. Nessuno ricordava quanti anni avesse. Era cieco e i pochi capelli, che ancora incorniciavano il suo viso, erano bianchi. Candidi. Non come quelli di tutto il resto dei vecchi, che erano grigi. Ma bianchi. Si diceva che il vecchio ricordasse i colori, ma doveva essere una leggenda, perché tutti sapevano che era cieco da tempo immemorabile. E pare che ricordasse anche le storie contenute nei libri della sezione della biblioteca che gli era affidata, ma, forse, le inventava, perché i ciechi non leggono. Gli era stato permesso di lavorare lì a due condizioni: che non si allontanasse dalla sala e che non raccontasse a nessuno quelle storie assurde. Lui aveva accettato, anche se a malincuore, perché i vecchi hanno bisogno di un motivo, di una missione, per chiedere ogni notte agli dei di essere lasciati sulla terra un giorno di più e coloro che non sono in grado di vedere, hanno bisogno di un luogo ben conosciuto, dove svolgere il proprio compito. Lui trascorreva tutto il suo tempo all’interno della biblioteca, ma non riusciva a fare a meno di raccontare, di tanto in tanto, come fosse il mondo prima che il cielo sparisse. Un giorno i tre ragazzi, seduti al tavolo della sala di lettura, lo videro chiacchierare con un amico e la moglie, venuti a trovarlo alla ricerca di un libro sui rimedi popolari contro i reumatismi, e, incuriositi, si misero ad ascoltare i loro discorsi. Parlavano delle lacrime di qualcuno, non avevano capito bene di chi. E dicevano (ma perché così sotto voce?) che piovono dal cielo come scie luminose e velocissime nelle notti di metà agosto. Non riuscirono a cogliere altro nel discorso dei tre vecchi, ma fu allora che decisero di trovare il modo di entrare nella sala proibita.

Studiarono un piano precisissimo: si sarebbero nascosti nel ripostiglio e, dopo la chiusura, avrebbero atteso il silenzio dentro e fuori dall’edificio. A quel punto la biblioteca sarebbe stata loro. Avrebbero potuto entrare dappertutto, curiosare tra gli scaffali, prendere in mano qualunque libro attirasse la loro attenzione, anche quelli della sala affidata alle cure del vecchio. E avrebbero potuto finalmente capire cosa nascondessero i suoi racconti e i suoi discorsi a mezza voce. Andò tutto secondo i piani: nessuno si accorse della loro assenza (le rispettive famiglie pensavano fossero a casa di uno degli altri amici) e nessuno si accorse che la biblioteca non era vuota, quella notte. Ma ciò che videro i loro occhi non si può raccontare, perché il mondo aveva smarrito da tempo le parole adatte a descrivere la meraviglia e lo stupore che si può provare dinanzi alle illustrazioni a colori dei libri che popolavano gli scaffali della sala proibita. Si ricordarono che il vecchio aveva parlato di “lacrime”, ma non conoscevano il significato di quella parola. La sala proibita possedeva ancora l’antico schedario. Era fatto da cassettini lunghi e stretti, uno per ogni lettera dell’alfabeto, che contenevano tante schede, compilate a mano in grafia gotica, una per ogni libro. Il cuore dei tre ragazzi batteva forte quando estrassero quello che recava sul frontespizio la lettera L. Scoprirono che la parola aveva tanti e diversi significati. Che sono trasparenti e cristalline le lacrime che sgorgano dagli occhi delle persone che si commuovono per gioia o per dolore. Che possono brillare alla luce del sole e che luccicano come diamanti a quella della luna. Veramente dovettero istruirsi anche su cosa fossero i diamanti, il sole e la luna. E li prese la nostalgia di sperimentarne il calore e il colore.

Catturati dall’ansia della conoscenza, non si resero conto che la notte grigia era avanzata rapidamente, che aveva lasciato posto al grigio mattino. Che la strada grigia si era ripopolata, che la biblioteca era stata aperta e che il vecchio bibliotecario cieco era alle loro spalle. Li trovò così, immersi nella lettura dei libri e nella contemplazione delle loro illustrazioni. Dimentichi di tutto il resto. Non si arrabbiò, non diede l’allarme. Sembrava li aspettasse da sempre. Che sapesse che una mattina d’estate avrebbe trovato nella sala proibita della sua biblioteca tre ragazzi con la nostalgia del cielo, che l’avrebbero portato a riveder le stelle. Trascorse la giornata a raccontar loro tutto ciò che sapeva sulle lacrime. Spiegò ciò che conosceva del cielo, del sole, della luna, delle stelle, del mondo con i colori. E, quella notte, appoggiandosi ad un lungo bastone, guidato dalle voci dei tre ragazzi, li condusse fuori, oltre il bosco, fino ai piedi della Montagna. E da lì su, su e ancora su, oltre la nebbia grigia, sopra le nuvole. Disse loro che, secondo i suoi calcoli, doveva essere la notte del 10 di agosto, il cielo sarebbe stato splendente di stelle e, prima del far del mattino uno sciame di meteore, dette Perseidi, avrebbero stampato in quel cielo decine di scie luminose che, un tempo, gli uomini chiamavano stelle cadenti o lacrime di san Lorenzo.

Dopo le luci di quella notte meravigliosa, si impressero negli occhi dei tre ragazzi anche i colori dell’alba e, più tardi, quelli del cielo di una calda giornata di sole, mitigata da una brezzolina di vento fresco. I colori dell’erba sui fianchi della montagna, dei fiori, dei torrenti, delle nuvole in fondo. E così fu per la notte successiva e per il giorno seguente. Ora il vecchio taceva. Erano i tre ragazzi che cercavano di descrivergli il mondo che vedevano per la prima volta. E lui disse che lo ricordava. L’ultima volta che aveva visto le stelle era stato proprio su quella montagna, tanti anni prima. Tutto era avvenuto lì, in compagnia dei suoi amici e di un vecchio, quando aveva tredici anni. Era ripartito un mattino, subito dopo il sorgere del sole. Ma non ricordava bene. Era passato tanto tanto tanto tempo.

Si dice che all’alba del terzo giorno i tre ragazzi si misero in cammino per far ritorno al loro villaggio. Il vecchio non andò con loro. Negli ultimi giorni della sua lunga esistenza voleva godere sulla pelle del calore del sole e della fresca carezza della stelle. Si narra che i ragazzi, tornati al villaggio, raccontarono di un mondo diverso, dove ci sono i colori, dove di giorno splende il sole e la notte brillano le stelle. Dove la luna guarda verso la terra con un sorriso benevolo. Dove, a volte, piove. E dove, nelle notti di mezza estate, le stelle, che piangono per la nostalgia della bellezza e della bontà, che un giorno popolavano il mondo, sono così vicine da far arrivare fino a noi le loro lacrime. Si dice che, un tempo lontano, quelle lacrime gli uomini le chiamassero lacrime di san Lorenzo e che il dieci di agosto fosse la notte delle stelle cadenti. Ma non è sicuro che siano storie vere. Forse sono leggende, che ricorda solo un vecchio bibliotecario cieco di un villaggio come tanti, perso nella nebbia che avvolge il mondo. Anche dei tre ragazzi nessuno si ricorda più. Ma lui afferma, testardo, di essere stato uno di loro.

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