30Mar
2017

Il ponte di luce

Fiaba di: LaManzonidellaclasse

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La fiaba

Perla era orfana di madre e di padre e viveva in un orfanotrofio vicino alla Terza Torre.

La sua città, infatti, si chiamava  la Terra delle Cinque Torri: la Prima  si affacciava sul mare e si collegava al porto, perciò il suo nome era Torre Marina; la Seconda guardava con fierezza i monti, quasi volesse sfidarli, e se da lì procedevi su una stradina, potevi arrivare agli alloggi dei soldati. Poi c’era la Terza Torre, un edificio più semplice, ricoperto di edera, che spiccava tra i dolci colli: per arrivare ai campi coltivati, bastava seguire un sentiero che partiva proprio da quella torretta, una stradicciola da nulla, irrilevante nell’apparenza, ma essenziale in verità, perché era l’unica comunicazione percorribile tra la città e i campi. La Terza Torre prendeva il nome di “castello fatato”, proprio per quell’aria magica che aveva. La Quarta, invece, sorgeva in pianura, accanto agli allevamenti. Era l’unica abitata: infatti ci alloggiava un vecchio saggio, che viveva solo e che usciva poche volte. La Torre numero quattro era anche detta “La casa del mago” proprio per lo strambo personaggio che ci abitava.

Se vi aspettate che ci sia anche la Quinta Torre, mi spiace deludervi: essa fu distrutta molti anni orsono, durante una spietata battaglia; sorgeva proprio sopra le porte della città, ma ora era solo un mucchietto di mattoni.

Perla era una ragazzina dai capelli soffici, lunghi e chiari, aveva il viso sottile e il corpo magro. Vestiva semplicemente: aveva solo una maglietta scura, dove una volta era disegnato un cavallo che con il tempo si era sbiadito, poi indossava anche dei jeans strappati e consumati dal tempo.

Era una ragazzina taciturna e timida, che desiderava solo rivedere i suoi genitori.

I suoi unici averi erano un binocolo, un tempo appartenuto al padre, e una penna, di proprietà della madre.

Una sera, durante la solita cena in orfanotrofio, la direttrice, una donna robusta e grossa, entrò urlando in mensa: “Qualcuno ha macchiato di latte il mio ufficio! E finchè non verrà fuori il colpevole, tutti rimarranno nella propria stanza!” strillò. Non appena udito l’ordine, gli uomini che stavano ai lati delle porte afferrarono bruscamente i ragazzi, che non ebbero nemmeno il tempo di protestare: gli uomini in questione venivano chiamati “Guardie”, perché la direttrice li aveva assunti proprio per controllare che gli orfani non facessero nulla di male.

Perla fu trascinata in camera ancora prima di poter addentare un pezzetto di pane. La buttarono sul letto talmente forte che si ferì il braccio con lo spigolo del comodino. Sospirando, prese dal cassetto uno straccio che usò per tamponare la ferita sanguinante: per quanto ne sapeva, poteva essere stata la direttrice stessa a macchiare l’ufficio, solo che non voleva ammettere di averlo fatto.

La ragazzina guardò fuori dalla finestra: la luna era ancora bassa nel cielo, le stelle erano solo piccoli puntini poco luminosi, le strade brulicavano ancora di gente, ma lei decise di andare subito a letto.

Sollevò la squallida coperta e ci si infilò dentro; posò la testa sul duro guanciale e chiuse gli occhi.

Era una fredda sera di primavera.

Perla si svegliò di soprassalto alcune ore dopo per una fitta al braccio ferito: era notte fonda, la luna e le stelle erano coperte da nubi scure. Perla sospirò e scese dal letto per poi avviarsi alla finestra; restò a lungo a fissare le nuvole e le strade vuote.

Poi, accadde una cosa strana: le nubi pian piano si ritirarono, a destra e a sinistra, come se volessero dare il benvenuto a qualcosa, o a qualcuno.

Quando la “ritirata” si fermò, tra le nuvole apparve una fascia di chiari colori, dopo di questa ne giunse un’altra e un’altra ancora, fino a formare un tappeto di luce: l’aurora boreale.

Perla restò lì a bocca aperta per un paio di minuti, poi, svelta ma decisa, prese la felpa (troppo grande per lei) che teneva nel cassetto: voleva vedere da vicino quella meraviglia. Cercò di ruotare la maniglia della porta, ma scoprì che era chiusa a chiave. Non si arrese e aprì la finestra: un’ondata di aria fredda investì la stanza, e la bambina per un attimo temette che quella cosa fosse troppo grande per lei, ma quando posò gli occhi su quella bellezza naturale, si decise a scavalcare il davanzale.

Fortunatamente la sua camera era al primo piano, e non fu difficile atterrare sull’erba soffice.

Quando fu sicura di non essere vista, Perla si avviò giù dalla collina, percorse uno dei sentieri sconnessi che portavano in città, sgattaiolò tra le buie botteghe, calpestò gli zerbini posti fuori da alcune case, scavalcò qualche recinzione, e finalmente arrivò dinanzi a quel tesoro di luci.

Era posto proprio sull’orlo di una sporgenza: Perla si meravigliò di quanto fosse vicino a terra, e si avvicinò per poterlo osservare meglio; appena fu più vicina, notò che sotto il brillante mantello, stavano dei minuscoli visini, che si collegavano a piccoli colli, a loro volta attaccati a fragili spalle da cui partiva il resto del corpo: infine si rese conto che quelle erano fate.

Si sporse per vederle meglio, si sporse sempre di più, finchè … cadde. Si aspettava di precipitare nel vuoto, invece si  trovò sorretta dalle fate dell’ Aurora.

Le creaturine, oltre a sollevare il mantello luminoso, rischiaravano la notte.

Perla, per qualche attimo, fissò sbalordita il tappeto sotto i suoi piedi, poi il suo sguardo si poso più in là e vide, poco lontano da lei, una sorta di arco luminoso, che metteva fine alla fascia di colori. Perla si avvicinò di qualche passo, poi si mise a correre, più veloce che potè, corse, corse, fino a quando non attraversò il fascio di luce.

In quell’istante le fate si separarono, portandosi dietro ognuna un nastro di colore, con cui formarono una treccia che collegava le Quattro Torri: la Torre Marina, la Seconda Torre, il Castello Fatato e la Casa del Mago. Quando la treccia arrivò al punto dove una volta si trovava la Quinta Torre, i mattoni di quest’ ultima iniziarono a mettersi uno sopra l’ altro, come mossi da grosse mani invisibili. Non appena la Torre si fu costruita del tutto, ci fu un bagliore e tutto sparì: la notte, le tenebre, la treccia e le fate.

Perla chiuse gli occhi.

Quando li riaprì non si trovava in nessun luogo: era semplicemente tutto pieno di luce.

“Perla!” gridò qualcuno alle sue spalle. Lei si girò e vide un uomo e una donna che la guardavano; non so come, ma la ragazzina sapeva che quella era sua madre e che quello era suo padre. Corse incontro a loro e chiese:”Dove siamo?” “Nella casa del Creatore” fu la risposta. Poi si abbracciarono.

Perla, quel giorno, aveva trovato la felicità.

Perla era orfana di madre e di padre e viveva in un orfanotrofio vicino alla Terza Torre.

La sua città, infatti, si chiamava  la Terra delle Cinque Torri: la Prima  si affacciava sul mare e si collegava al porto, perciò il suo nome era Torre Marina; la Seconda guardava con fierezza i monti, quasi volesse sfidarli, e se da lì procedevi su una stradina, potevi arrivare agli alloggi dei soldati. Poi c’era la Terza Torre, un edificio più semplice, ricoperto di edera, che spiccava tra i dolci colli: per arrivare ai campi coltivati, bastava seguire un sentiero che partiva proprio da quella torretta, una stradicciola da nulla, irrilevante nell’apparenza, ma essenziale in verità, perché era l’unica comunicazione percorribile tra la città e i campi. La Terza Torre prendeva il nome di “castello fatato”, proprio per quell’aria magica che aveva. La Quarta, invece, sorgeva in pianura, accanto agli allevamenti. Era l’unica abitata: infatti ci alloggiava un vecchio saggio, che viveva solo e che usciva poche volte. La Torre numero quattro era anche detta “La casa del mago” proprio per lo strambo personaggio che ci abitava.

Se vi aspettate che ci sia anche la Quinta Torre, mi spiace deludervi: essa fu distrutta molti anni orsono, durante una spietata battaglia; sorgeva proprio sopra le porte della città, ma ora era solo un mucchietto di mattoni.

Perla era una ragazzina dai capelli soffici, lunghi e chiari, aveva il viso sottile e il corpo magro. Vestiva semplicemente: aveva solo una maglietta scura, dove una volta era disegnato un cavallo che con il tempo si era sbiadito, poi indossava anche dei jeans strappati e consumati dal tempo.

Era una ragazzina taciturna e timida, che desiderava solo rivedere i suoi genitori.

I suoi unici averi erano un binocolo, un tempo appartenuto al padre, e una penna, di proprietà della madre.

Una sera, durante la solita cena in orfanotrofio, la direttrice, una donna robusta e grossa, entrò urlando in mensa: “Qualcuno ha macchiato di latte il mio ufficio! E finchè non verrà fuori il colpevole, tutti rimarranno nella propria stanza!” strillò. Non appena udito l’ordine, gli uomini che stavano ai lati delle porte afferrarono bruscamente i ragazzi, che non ebbero nemmeno il tempo di protestare: gli uomini in questione venivano chiamati “Guardie”, perché la direttrice li aveva assunti proprio per controllare che gli orfani non facessero nulla di male.

Perla fu trascinata in camera ancora prima di poter addentare un pezzetto di pane. La buttarono sul letto talmente forte che si ferì il braccio con lo spigolo del comodino. Sospirando, prese dal cassetto uno straccio che usò per tamponare la ferita sanguinante: per quanto ne sapeva, poteva essere stata la direttrice stessa a macchiare l’ufficio, solo che non voleva ammettere di averlo fatto.

La ragazzina guardò fuori dalla finestra: la luna era ancora bassa nel cielo, le stelle erano solo piccoli puntini poco luminosi, le strade brulicavano ancora di gente, ma lei decise di andare subito a letto.

Sollevò la squallida coperta e ci si infilò dentro; posò la testa sul duro guanciale e chiuse gli occhi.

Era una fredda sera di primavera.

Perla si svegliò di soprassalto alcune ore dopo per una fitta al braccio ferito: era notte fonda, la luna e le stelle erano coperte da nubi scure. Perla sospirò e scese dal letto per poi avviarsi alla finestra; restò a lungo a fissare le nuvole e le strade vuote.

Poi, accadde una cosa strana: le nubi pian piano si ritirarono, a destra e a sinistra, come se volessero dare il benvenuto a qualcosa, o a qualcuno.

Quando la “ritirata” si fermò, tra le nuvole apparve una fascia di chiari colori, dopo di questa ne giunse un’altra e un’altra ancora, fino a formare un tappeto di luce: l’aurora boreale.

Perla restò lì a bocca aperta per un paio di minuti, poi, svelta ma decisa, prese la felpa (troppo grande per lei) che teneva nel cassetto: voleva vedere da vicino quella meraviglia. Cercò di ruotare la maniglia della porta, ma scoprì che era chiusa a chiave. Non si arrese e aprì la finestra: un’ondata di aria fredda investì la stanza, e la bambina per un attimo temette che quella cosa fosse troppo grande per lei, ma quando posò gli occhi su quella bellezza naturale, si decise a scavalcare il davanzale.

Fortunatamente la sua camera era al primo piano, e non fu difficile atterrare sull’erba soffice.

Quando fu sicura di non essere vista, Perla si avviò giù dalla collina, percorse uno dei sentieri sconnessi che portavano in città, sgattaiolò tra le buie botteghe, calpestò gli zerbini posti fuori da alcune case, scavalcò qualche recinzione, e finalmente arrivò dinanzi a quel tesoro di luci.

Era posto proprio sull’orlo di una sporgenza: Perla si meravigliò di quanto fosse vicino a terra, e si avvicinò per poterlo osservare meglio; appena fu più vicina, notò che sotto il brillante mantello, stavano dei minuscoli visini, che si collegavano a piccoli colli, a loro volta attaccati a fragili spalle da cui partiva il resto del corpo: infine si rese conto che quelle erano fate.

Si sporse per vederle meglio, si sporse sempre di più, finchè … cadde. Si aspettava di precipitare nel vuoto, invece si  trovò sorretta dalle fate dell’ Aurora.

Le creaturine, oltre a sollevare il mantello luminoso, rischiaravano la notte.

Perla, per qualche attimo, fissò sbalordita il tappeto sotto i suoi piedi, poi il suo sguardo si poso più in là e vide, poco lontano da lei, una sorta di arco luminoso, che metteva fine alla fascia di colori. Perla si avvicinò di qualche passo, poi si mise a correre, più veloce che potè, corse, corse, fino a quando non attraversò il fascio di luce.

In quell’istante le fate si separarono, portandosi dietro ognuna un nastro di colore, con cui formarono una treccia che collegava le Quattro Torri: la Torre Marina, la Seconda Torre, il Castello Fatato e la Casa del Mago. Quando la treccia arrivò al punto dove una volta si trovava la Quinta Torre, i mattoni di quest’ ultima iniziarono a mettersi uno sopra l’ altro, come mossi da grosse mani invisibili. Non appena la Torre si fu costruita del tutto, ci fu un bagliore e tutto sparì: la notte, le tenebre, la treccia e le fate.

Perla chiuse gli occhi.

Quando li riaprì non si trovava in nessun luogo: era semplicemente tutto pieno di luce.

“Perla!” gridò qualcuno alle sue spalle. Lei si girò e vide un uomo e una donna che la guardavano; non so come, ma la ragazzina sapeva che quella era sua madre e che quello era suo padre. Corse incontro a loro e chiese:”Dove siamo?” “Nella casa del Creatore” fu la risposta. Poi si abbracciarono.

Perla, quel giorno, aveva trovato la felicità.

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