IL QUADRIFOGLIO
Un po’ fuori dalla città c’era una bella radura coperta da un tappeto erboso dove le persone andavano a rilassarsi e a prendere una boccata d’aria durante il fine settimana. C’era chi faceva un picnic, chi giocava a pallone, chi faceva una corsetta oppure semplicemente si sdraiava a leggere un libro.
In quel prato dal colore verde intenso crescevano principalmente margherite e trifogli, qua e là qualche dente di leone e qualche campanula. Nella distesa infinita di trifogli c’era anche un quadrifoglio che aveva la convinzione di essere superiore agli altri. Nonostante sapesse di appartenere alla stessa famiglia dei trifogli, guardava tutti gli altri dall’alto in basso solo per una fogliolina in più. Aveva spesso visto delle persone che lo cercavano con insistenza, convinte che portasse fortuna, e così si sentiva importante. In questi momenti, comunque, se ne stava ben nascosto e si mimetizzava tra gli altri.
«Io porto fortuna e voi no», si vantava in continuazione.
«E vabbè», restavano indifferenti i trifogli.
Ma lui insisteva:
«Sono un gioiellino raro, tutti mi cercano», diceva tutto altezzoso.
«Basta darti tutte 'ste arie! Siamo stufi di ascoltarti!», lo ammonivano i trifogli annoiati.
E invece continuava con aria di superbia:
«Io sono come la coccinella, il ferro di cavallo, il corno…»
«E basta, adesso!», rispondevano i trifogli e si voltavano dall’altra parte.
Successe poi che un giorno un ragazzino vide quel quadrifoglio e, tutto contento, lo staccò.
«Mamma, guarda che cosa ho trovato, un quadrifoglio portafortuna.»
«Fammi vedere.» Tutta la famiglia del ragazzo era incuriosita e contenta per il ritrovamento.
«Dammelo, lo metto nel libro che porto con me così si appiattisce e non lo perdiamo», gli disse la mamma, tirando fuori il libro dalla borsetta.
Il quadrifoglio era talmente stupito dall’accaduto da non riuscire a reagire, così come tutti i trifogli e le margherite erano senza parole. All’improvviso se n’era andato da quel prato e di lui era rimasto solo un pezzettino di stelo in basso.
«Ahi, ahi, lasciatemi stare», si lamentava il quadrifoglio. Ma nessuno lo sentì. Finì in mezzo alle pagine di un libro. Ormai non era più né vivo né morto.
«Che brutta fine», si dicevano i trifogli. Erano dispiaciuti nonostante quel quadrifoglio fosse stato così noioso e presuntuoso.
«Magari lo seccheranno e lo metteranno in un quadro. Così almeno farà parte di qualche opera bella da vedere», chiacchieravano i trifogli.
Ma non misero mai il quadrifoglio in una cornice. Una volta arrivati a casa, la signora lo prese da quel libro e lo mise in un dizionario pesante. Disse che bisognava pressarlo per bene, poi avrebbe visto se riusciva a fare una composizione con altri fiori che aveva seccato in precedenza. Così il quadrifoglio rimase lì tra le pagine di un noiosissimo dizionario. Se fosse almeno stato messo in un libro di poesie, magari il tempo gli sarebbe passato meglio. E con il tempo la signora si dimenticò del tutto di lui, come pure il ragazzo che lo aveva trovato. La signora fece la sua composizione con altri fiori pressati e la mise in una cornice d’argento. Le era venuta proprio bene e, infatti, faceva un bel figurone quel quadro nel salotto della sua casa. Ma il quadrifoglio si trovava ancora tra le pagine di quel noioso dizionario, proprio sotto la lettera N, all’altezza della parola «noia»: sensazione sgradevole prodotta dal ripetersi monotono delle stesse azioni, dalla mancanza di distrazioni…
E si rese conto che in quel prato, dove sono tuttora rimasti i trifogli, aveva tante di quelle distrazioni: i raggi del sole, la compagnia delle altre piantine, gli uccellini che cantavano, i ragazzi che giocavano. Se solo fosse nato come un trifoglio!
Non sempre conviene essere migliori degli altri, o semplicemente pensare di esserlo.
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