02Gen
2017

La cerbiatta fatata

Fiaba di: Ilaria

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La fiaba

Il vento soffiava più gelido quella notte, o almeno così sembrava a Tobias. Si avvolse ancora più stretta attorno al corpo la coperta di lana, cambiando posizione nel letto freddo. Rannicchiandosi ancor più su sé stesso, cercò di mettere le mani sotto il cuscino nel vano tentativo di scaldarle. Esasperato dallo scarso successo del tentativo di addormentarsi, aprì gli occhi nel buio della stanza illuminata a malapena dalla falce di luna che dall’alto osservava il villaggio avvolto dalla spessa coltre di neve. Osservò i suoi genitori e la sua sorellina stretti in un unico letto per combattere il freddo. Ormai era da circa un mese che la legna scarseggiava; gli alberi utilizzabili intorno al villaggio erano stati tutti tagliati e ora si sarebbe dovuto procedere con quelli della foresta…ma nessuno aveva il coraggio di avvicinarsi ora, a parte gli impavidi cacciatori. Non dopo che quella strana creatura aveva causato tutto questo.

Tobias ricordava esattamente il momento in cui Aurik era tornato trionfante nella sua arrogante spavalderia, reggendo un grosso cinghiale come bottino della giornata. Tutto il villaggio si complimentò con lui per la buona caccia, ma stranamente il possente e robusto ragazzo accolse quasi con noncuranza i complimenti, al contrario di ciò che faceva di solito. Infatti, poco dopo rivelò, misterioso, che aveva avvistato una preda di gran lunga migliore nel folto della foresta, e che invitava tutti a una sfida a chi si sarebbe accaparrato la pelle della cerbiatta dal manto dorato che aveva intravisto egli stesso. Nessuno mise in dubbio la sua parola, essendo un cacciatore esperto: e in pochi giorni, chi da solo, chi in gruppo, quasi tutti gli uomini del villaggio si misero in cerca di questo misterioso animale. Il capo Albrecht non si espresse al riguardo, ma non partecipò a queste battute di caccia improvvisate e folli: da un lato non credeva nell’esistenza di quella creatura fiabesca che Aurik affermava di aver visto, e dall’altro era convinto che se effettivamente esisteva, era meglio lasciarla in pace, in quanto probabilmente magica.

Le spedizioni di caccia si concludevano sempre al tramonto senza nemmeno aver visto la cerbiatta, i primi giorni. Dopo la prima settimana, iniziarono così a diradarsi, perché la gente iniziò a ritenere che probabilmente Aurik fosse stato confuso da un raggio di luce che aveva illuminato forse con enfasi un cerbiatto che gli stava sfuggendo.  Il giovane, però, con alcuni pochi seguaci proseguì la ricerca, mentre gli altri uomini tornavano ai loro lavori, che avevano lasciato a metà provocando ritardi nella raccolta del cibo e nel taglio della legna. Ma una sera piovosa e grigia della settimana successiva, il figlio del fabbro tornò gridando in paese a squarciagola che l’aveva vista con i suoi occhi, quella maledetta cerbiatta! Ora non poteva più essere una semplice coincidenza o un raggio del sole frainteso: a quanto pareva questa creatura esisteva veramente! E chissà quanta ricchezza poteva portare il suo manto dorato! Soprattutto ora che l’inverno era imminente, con il suo freddo e la sua scarsezza di cibo, e considerati i ritardi nella settimana precedente. Aurik radunò tutti gli uomini del villaggio spronandoli a partire nuovamente per la caccia di questa creatura che li avrebbe certamente salvati dal lungo inverno e dagli stenti: con la sua pelle avrebbero potuto fare concorrenza ai villaggi vicini, se non addirittura sovrastarli. Anche Tobias era presente a questa riunione, accanto a suo padre, e come lui, scuoteva tra sé e sé la testa, turbato. Non pensavano, infatti, che questa creatura andasse disturbata, anzi: da quando il villaggio si era intestardito nel darle la caccia, le cose avevano iniziato ad andare peggio, perché la gente si lasciava distrarre da questa missione trascurando i lavori di ogni giorno necessari al benessere del villaggio. Ma si sa, le persone a volte si rifiutano di vedere ciò che è evidente e scaricano le proprie colpe su altro. E così fecero gli abitanti del villaggio: dopo l’avvistamento del figlio del fabbro non ce ne erano stati altri, e gli uomini iniziarono a lamentarsi del mancato successo delle spedizioni così come della scarsità di cibo e di legna, che non erano stati procurati per tempo data la perdita di giorni correndo dietro alla cerbiatta. Il problema è che ovviamente iniziarono a incolpare la creatura magica di portare sfortuna al loro villaggio, e non loro stessi, sostenendo che da quando era stata avvistata la prima volta non aveva fatto altro che causare guai. Lo stesso accadde quando si ghiacciò il pozzo, e quando alcuni animali iniziarono a soffrire così tanto il freddo da non riuscire a muoversi o essere utili: le galline tremanti di freddo smisero di produrre uova, i galli di cantare all’alba perché troppo intirizziti, gli asini di portare i pesi che venivano caricati loro sulla schiena a causa delle ginocchia gelate. Ovviamente era tutta colpa della cerbiatta dorata: e così la sua ricerca si fece ancora più accanita, nonostante Albrecht ora iniziasse veramente a scocciarsi, al punto da proibire queste battute di caccia, che continuarono comunque di nascosto, riportando ora sempre più spesso, nuove prede dal folto del bosco per sopperire alla mancanza di cibo che ormai stava affliggendo il villaggio con i morsi della fame. Conigli, cinghiali, lepri e addirittura a volte qualche volpe e tasso venivano regolarmente cacciati ogni giorno e portati trionfalmente al villaggio, tra gli applausi delle donne che provvedevano subito a cuocerli e servirli al villaggio affamato. Ma ben presto, iniziarono a scarseggiare anch’essi, visto il numero spropositato cacciato in quei giorni.

E poi venne la neve: una coltre fitta e bianca ricoprì ogni cosa, causando danni ai tetti che non riuscivano a reggerne il peso, penetrando con il suo gelo fin nelle ossa, gelo che nemmeno le coperte di lana o i timidi focherelli creati con l’ultima legna rimasta dalle scorte riuscivano a scacciare. Questo era appunto il motivo per cui quella notte Tobias non riusciva ad addormentarsi; rabbrividendo, si alzò e guardò fuori da una fessura dell’imposta da cui trapelava un gelido soffio di vento. La luna piena faceva a gara con la neve al suolo a chi fosse più candida; forse per questo, essendoci tutto questo chiarore, riuscì a distinguere più facilmente nel folto nero dei margini del bosco una sagoma luminosa…sì, non c’erano dubbi: era la cerbiatta dorata! Sembrava quasi venire verso la sua casetta, con uno sguardo dolce e benevolo, tutt’altra cosa rispetto agli occhi infuocati e malvagi che aveva descritto Aurik. E fu proprio lui a interrompere Tobias mentre stava aprendo le imposte per osservarla meglio, urlando e brandendo il suo arco contro la creatura, seguito a ruota da altri cinque ragazzi. La cerbiatta, colta di sorpresa, con uno scatto balzò lontano da una freccia che ricadde al suolo a pochi centimetri da lei, e iniziò a correre verso il folto del bosco, inseguita dai sei cacciatori. A quel punto Tobias non resistette più: agguantò il suo arco da sotto il letto, si infilò la faretra in spalla, e coperto dal mantello blu di lana corse fuori cercando di non svegliare i genitori e la sorellina, dirigendosi verso la direzione di fuga della cerbiatta e seguendo le urla dei suoi compaesani. Si addentrò così nel folto della foresta, affondando con i piedi nella neve della mattina che crocchiava sotto i suoi piedi ogni volta che ne rompeva la sottile crosta. I rami degli alberi gli graffiavano il viso e le mani che stringevano l’arco, l’aria gelida gli scalfiva le guance con il loro accenno di barba. Corse fino a quando udì più distintamente le voci di Aurik e degli altri cinque: a quel punto rallentò, dato che sapeva bene che i cacciatori dovevano aver accerchiato la cerbiatta spingendola contro la parete rocciosa che sarebbe apparsa di lì a poco, scostati gli ultimi rami di abete. Infatti, poco dopo Tobias sbucò in una radura e si ritrovò davanti proprio la scena che aveva previsto. Aurik si girò di soprassalto nel sentirlo, ma vedendo che era lui, si affrettò a sorridergli spavaldo complimentandosi per la sua prontezza nel raggiungerli; del resto, un uomo in più sarebbe stato utile per portare al villaggio la preda cacciata; e poi, non era forse accorso anche lui per avere un po’ di gloria e di fama da vantare con qualche bella ragazza?

Ma la sua espressione fiera e sicura d’un tratto mutò in sorpresa e infine in un misto di rabbia e scherno, e così fecero gli altri cinque cacciatori: Tobias aveva proseguito oltre loro, andando a frapporsi fra i cacciatori e la cerbiatta, che con le spalle al muro di roccia guardava con aria quasi di sfida e risentimento i sei uomini che la accerchiavano. Il ragazzo allargò le braccia fino a comprendere la mole della creatura dietro sé, affermando che non si sarebbe mosso finché i cacciatori non avessero desistito dal loro proposito. I sei si guardarono con aria interrogativa ed esplosero in una fragorosa risata, intimando a Tobias di smetterla di scherzare, che il gioco era bello finché durava poco, e che si facesse da parte. Ma quando videro che il ragazzo non si spostava di un passo, iniziarono a innervosirsi sempre più, fino a minacciarlo di scagliare le loro frecce comunque, che lui si spostasse o meno. Per tutta risposta, il ragazzo estrasse una freccia dalla sua faretra e la sistemò sull’arco, pronto a scagliarla. Uno dei cacciatori allora, cercò di rabbonirlo: in fondo, non pensava forse anche Tobias che quella creatura fosse la causa di tutti i problemi del villaggio? Di certo una cerbiatta con quel manto non era comune, e ormai era evidente fossero tutta colpa sua la fame e il freddo che erano arrivati con il suo primo avvistamento. Non immaginava forse quanto potesse valere la pelle di quell’animale? In fondo avrebbe fatto comodo anche a lui un po’ di denaro in più, no?

Ma Tobias ribatté che forse non ricordavano la fiaba che Albrecht raccontava loro da bambini, che aveva come protagonista una cerbiatta dorata protettrice del villaggio: e se fosse la stessa? Ad ogni modo, era evidente che non poteva essere lei la causa di una nevicata più intensa del solito, essendo naturale comunque con l’arrivo dell’inverno; così come non era certo lei la causa della fame che attanagliava il villaggio da giorni: se avessero perso meno tempo a darle la caccia, forse ora avrebbero avuto molti meno problemi. Aurik a quel punto esplose di rabbia, accusandolo di voler fare l’eroe soltanto per accaparrarsi il merito di aver ucciso la cerbiatta da solo se li avesse convinti ad allontanarsi: e, in un impeto di furore, scagliò la sua freccia contro Tobias, che aveva appena abbassato l’arco in segno di pace dopo quanto aveva detto in difesa della cerbiatta. Accadde però, che la freccia si fermò a pochi millimetri dal cuore di Tobias, come congelata: e in effetti, poco prima di cadere a terra senza aver scalfito minimamente il bersaglio, piccole stalattiti di ghiaccio si formarono lungo il suo legno. Il ragazzo, sbalordito, fece appena in tempo a notare l’espressione di stupore e paura sui volti dei cacciatori; quando si voltò, al posto della cerbiatta era apparsa una giovane donna dai capelli e incarnato dorati, ma con un vestito lungo e bianco, simile alla lingua di un ghiacciaio, con una mano ancora protesa davanti a sé per fermare la freccia di Aurik.  I cacciatori, alla vista della freccia bloccata e dello sguardo adirato della fanciulla, scapparono precipitosamente verso il villaggio, urlando spaventati. Non appena la fata spostò lo sguardo su Tobias, la sua espressione si raddolcì subito, e lo guardò esattamente come poco prima che iniziasse l’inseguimento. Lo ringraziò di cuore per averla difesa, ma soprattutto per aver usato la sua intelligenza nel capire che ciò che accadeva agli abitanti del villaggio erano solo conseguenze delle loro azioni, e non vi era nulla di magico, né di malvagio. Lo ringraziò anche per essersi ricordato della fiaba e aver creduto in essa: veniva tramandata di generazione in generazione nel villaggio, dopo che secoli prima lei si era mostrata a un ragazzo con il cuore così puro da non spaventarsi alla sua vista, né tantomeno da essere così avido da pensare di poter ricavare denaro dal suo manto prezioso. Tobias allora, vergognandosi per il comportamento dei suoi compaesani, le chiese se avrebbe ancora voluto vegliare su di loro come aveva fatto finora, nonostante queste ultime settimane di caccia spietata e folle. La fata sorrise dolcemente ancora una volta, affermando che sì, certo che li avrebbe protetti ancora; a patto che sapessero ancora fidarsi e credere nella sua fiaba. E così fu: la fata cerbiatta non si fece più vedere per non destare nuovamente timore o cupidigia; e Tobias raccontò ancora la sua fiaba ai suoi figli e ai bambini del villaggio, che la raccontarono ai propri figli…

Si dice che ogni tanto, quando il sole o la luna brillano in tutto il loro splendore nel freddo inverno, e un ragazzo dal cuore puro si trovi nei paraggi, la fata si mostri ancora sotto forma di cerbiatta dorata, sorridendo benevola a chi crede nella sua fiaba, lasciando impronte leggere nella neve bianca.

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