02Mag
2013
fata-gelsomina

La Fata Gelsomina

Fiaba di: Silvana

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La fiaba

C’era una volta una contadina che pianse tutte le sue lacrime per la perdita del marito, ma nessuna di esse poté ridarle lo sposo. Così, con il cuore ferito continuò a occuparsi del solo amore rimastole: il loro bambino.

Egli, benché fosse bello come il sole al mattino, aveva un difetto, quello di diventare un mostro appena un no gli veniva detto.

Gli occhi si trasformavano in due uova al tegamino, il naso lungo e rosso tale e quale a un peperoncino.

Le orecchie come cimbali s’ingrandivano e, stonati come coperchi sulla testa, rintronavano.

La bocca spalancava pari a quella dell’ippopotamo che sbadiglia e, i denti, mamma mia, con quelli del pescecane facevano pariglia!

La povera donna non sapeva più di quale esempio parlare e tanto era il timore di vederlo per sempre tramutare. Ma pur di non fargli viola il sedere perseverò nell’appagare le sue richieste da sire. 

Arrivò perfino a vendersi l’ultimo tovagliolo ma al birbante nulla importava di rasparsi la boccuccia da fior di fagiolo con le foglie del fico purché la mamma esaudisse la brama del suo, dico.

Ma cosa avvenne un giorno? L’impunito chiese, fuori stagione, un cesto di more, lei rispose: “Aspettami figlio caro le vado a cercare”.                                                                                                                                              

Si recò invece dalla comare vicina la quale le consigliò di rivolgersi alla fata Gelsomina.                                                                                                                                                 

Doveva inoltrarsi nel bosco in una notte di luna piena e pronunciare queste parole nella radura:

Il naso danza a oltranza
nel respirar la tua fragranza!
Col bianco tuo sorriso
sciogli la neve,
caramelli lo zucchero
e ingiallisci il riso.

Delle madri guarisci le doglie
Di tutti i bimbi le strambe voglie.  
Sono qui a chiedere dispensa,
ahimè, tapina concedimi udienza,
oh mia buona fata Gelsomina.

Il Fato, si sa, ovunque ha orecchie e dieci decimi negli occhi. Con un dardo mirò una stella, ne raccolse la polvere e con la fionda colpi la luna e la rese tonda.  

Ella, destatasi sorrise smagliante, dal blu discese come Dea splendente.                                                                                                                                                                   

Gli occhi che erano luminose lampare, attorno illuminarono come fa il faro sul mare.                                                                                                                                                                       

Il capo cinto di bianche corolle, riccioli verdi scendevano sulle spalle.

La Via Lattea era la sua mantella, trapunta di smeraldi e germogli color amaranto.

La donna esternò il suo cruccio, e la fata la prese a braccetto. Arrivarono al podere che l’Aurora s’imbellettava, il puzzone, dietro i vetri assonnato aspettava.

Quando vide la madre insieme a così mirabile creatura presto si azzimò in docile postura.

L’incantatrice disse: “Sono la fata Gelsomina, amica di ogni bimbo e ogni bambina. Vengo da un luogo assai distante per esaudire il tuo desiderio all’istante. Acatacapì, acatacapò, questo è il dono di cui premio ti farò”.

Quale non fu l’impressione nel vedere apparire non un cesto di more. Ma sulla bianca parete impressa la faccia, di quando il mostro gli rendeva pan per focaccia. Pianse disperato il virgulto monello, nel vedersi tutt’altro che bello. Promise alle donne e a se stesso, mai più avrebbe fatto richieste da ossesso.

Ma allorché fu il pianto esaurito e la fifa passata, eccolo di nuovo ad aver pretesa smodata. In un battibaleno ecco la Buona e così gli parlò: “Chi troppo vuole di quel che ha, non sa godere, valutar bisogna il mezzo bicchiere, poiché nel mondo ci son bambini che non hanno neppure i mezzi misurini”.

Un gesto ad arco e iniziò lo scorrere delle immagini, nel vedere dei coetanei la miseria, ebbe vertigini.

Si scambiavano a gran sorrisi balocchi di pezza e tenevano da conto siffatta giocoleria.

Alcuni raccattavano cibi nella mondezza, con i ventri gonfi affetti da dissenteria.

Altri in un tugurio abitavano tra la sporcizia, indosso altro non avevano che la loro dolcezza.

Tanti vivevano in strada tra le intemperie, sfamati da giumelle di riso offerto da persone pie.

Orfanelli alti non ancora una spanna, sfruttati nel lavoro senza misericordia, non si sognavano alcuna corbelleria ma le braccia tese dalla mamma.

C’era chi camminava con le stampelle, il corpo straziato da menomazioni, giacché in guerra erano le loro nazioni.

Vide bambini che per lenire la fame annusavano colla e ignari credevano di giocare ai soldatini, quando gli mettevano il fucile a tracolla, invece uccidevano sparando con il diabolico aggeggio, ma i Capi di Stato non sentivano rimorso né la Chiesa vergogna, di far della fanciullezza oltraggio.

Bighellonavano senza ritegno disinteressandosi della bisogna.

L’orrore entrò nella sua mente piccina, cuore triste per tanta disgrazia,per tutti i bimbi implorò giustizia.

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