15Feb
2013
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La panchina occupata

Fiaba di: Martina Vecchi

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La fiaba

Il signor Ermete era stufo, ma così stufo, ma così arcistufo che non ne poteva proprio più del mondo, soprattutto dei suoi abitanti.

Viveva in un appartamento al terzo e ultimo piano di un palazzo che dava su una via porticata, a due passi dai giardinetti.

Tutte le mattine si alzava presto e usciva subito a comprare il latte e il giornale, poi si piazzava in cucina o sul divano, con una coperta di lana quando faceva freddo, scaldava il latte con un po’ di miele, apriva il giornale, accendeva la radio e, sgranocchiando i suoi biscotti preferiti (a volte li sostituiva coi savoiardi, che si inzuppano meglio), leggeva le notizie.

Leggendo si arrabbiava e si rattristava tanto, ma talmente tanto che gli veniva il mal di pancia e non riusciva a finire il suo latte, così lo rifilava al micio della dirimpettaia, in un delizioso piattino blu a pallini.

Per digerire il savoiardo che gli era rimasto a testa in giù sullo stomaco, si vestiva, prendeva il suo elegante bastone di legno di frassino e scendeva a fare due passi per il portico.

Camminando non riusciva a rilassarsi perché c’era tanto traffico, e assieme al traffico tanto smog, e lo smog lo faceva tossire, e non riusciva a respirare e tossiva e tossiva, così che era costretto a tornare indietro e cercare un po’ di quiete ai giardinetti.

Si sedeva sempre sulla stessa panchina, quella vicino alla chiesa di San Giuseppe, e si godeva il panorama. Di fronte a lui vedeva un enorme palazzo giallo circondato per metà da un’impalcatura, che era lì da mesi. Una vecchina piccola piccola entrava in chiesa con un mazzolino di fiori e usciva piangendo e soffiandosi il naso con un fazzoletto rosa. Tutti i giorni.

Ermete venne a sapere che la vecchina si chiamava Sandrina, e andava in chiesa tutti i giorni ad accendere un cero e pregare perché i suoi figli la venissero a trovare dall’Australia. Ma questi non tornavano, non la chiamavano mai, nemmeno per le feste, non le mandavano neanche una cartolina, e allora la vecchina piangeva e piangeva.

I piccioni facevano sempre la cacca sulle panchine, certi bambini scalmanati correvano urlando e dicendo tante di quelle parolacce da scandalizzare chiunque, sotto gli occhi indifferenti e vagamente inebetiti delle madri, che al massimo leggevano un giornale poco impegnativo o si limavano le unghie. O parlavano al cellulare. O fumavano. E buttavano i mozziconi di cicca per terra e li pestavano.

Ermete allora si arrabbiava tanto, ma così tanto che era costretto ad alzarsi dalla panchina e tornare in casa, così almeno non avrebbe respirato la puzza delle macchine, o di sigaretta, non avrebbe visto marmocchi maleducati, non avrebbe rischiato di inzaccherarsi la giacca con la cacca dei piccioni, non avrebbe visto un’anziana signora piangere disperata, non avrebbe ascoltato futili conversazioni al cellulare.

Avrebbe smesso di comprare il giornale e di accendere la radio, non voleva più leggere o ascoltare niente. Per fortuna non aveva la TV, altrimenti sai che manicomio?

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