20Mag
2012
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Sindbad il marinaio: secondo viaggio // Audio fiaba

Fiaba di: Nicoletta Bartolo

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La fiaba

Eravi a Bagdad un povero facchino chiamato Sindbad. Un giorno mentre era occupato nei suoi tristi pensieri, vide uscire da un palazzo un servo che venne a prenderlo per un braccio, dicendogli:

— Seguitemi; il signor Sindbad, mio padrone, vuol parlarvi.

E lo condusse seco, introducendolo in una gran sala, ove erano molte persone intorno ad una tavola coperta d’ogni specie di vivande delicate. Vedevasi al posto d’onore un personaggio grave, ben fatto e venerabile per la sua lunga barba bianca, e dietro a lui erano in piedi molti ufficiali e famigliari intenti a servirlo.

Questo personaggio era Sindbad.

Tratto da “Le mille e una notte

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L’audiofiaba

Il testo originale

– Io aveva risoluto, dopo il mio primo viaggio, di passare tranquillamente il resto de’ miei giorni a Bagdad: ma non istetti a lungo senza annoiarmi di una vita oziosa e fui preso di nuovo dal desiderio di navigare e negoziare; comprai le mercanzie opportune a fare il traffico prefissomi, partendo una seconda volta con altri mercanti di cui era nota la probità.

C’imbarcammo su di un buon naviglio e dopo esserci raccomandati a Dio, sciogliemmo le vele.

Essendo un giorno sceso con altri compagni in un isolotto, mentre si divertivano a cogliere fiori e frutta io presi le mie provvigioni portate meco e mi sedei vicino ad un ruscello all’ombra d’un albero; feci un buonissimo pasto, indi preso dal sonno m’addormentai: ma al mio risveglio non vidi più il bastimento all’ancoraggio.

Lascio immaginare a voi la mia dolorosa sorpresa: credetti morir di dolore. Finalmente mi rassegnai al volere di Dio, e senza sapere quel che sarebbe avvenuto di me salii su di un grand’albero da dove osservai per tutti i lati onde vedere di scoprir qualcosa che potesse darmi qualche speranza di salvezza.

Volgendo gli occhi sul mare non scorsi che acqua e cielo: ma avendo osservato dalla parte di terra qualche cosa di bianco, scesi dall’albero, e coi viveri rimastimi diressi da quella parte i miei passi.

Quando fui ad una certa distanza, osservai essere l’affare bianco un globo di un’altezza e di una grossezza prodigiosa. Avvicinatomi, lo toccai, e lo trovai levigatissimo. Girai intorno per vedere se vi fosse qualche apertura, ma non ne scorsi alcuna e mi parve impossibile potervi salir su, tanto era levigato.

Il sole allora era presso al tramonto e l’aria si oscurò ad un tratto come se fosse coperta da una densa nube.

Ma se io fui stupito di quella oscurità, lo fui ancor più quando mi accorsi ch’era cagionata da un uccello d’enorme e straordinaria grandezza il quale volando si avanzava verso di me.

Mi ricordai d’un uccello chiamato Roc, di cui aveva sovente udito parlare dai marinai, e compresi essere il grosso globo un uovo di quell’uccello.

Infatti ei scese e vi si pose sopra per covarlo.

Vedendolo venire, io mi era talmente avvicinato all’uovo ch’ebbi innanzi a me uno dei piedi dell’uccello, e quel piede era grosso quanto un tronco d’albero.

Mi vi legai fortemente con la tela che circondava il mio turbante, sperando che quando il Roc riprenderebbe il volo, mi avrebbe portato fuori di quell’isola disabitata. Difatti, dopo aver passata così la notte, fattosi giorno, l’uccello prese il volo e mi alzò così alto ch’io non vedea più la terra, poi discese con tanta rapidità ch’io non sentiva più me stesso.

Quando posossi, ed io mi vidi a terra, sciolsi subito il nodo il quale mi teneva avvinto al suo piede; non appena ebbi terminato di staccarmi, ei diede col suo becco sopra un serpente di non mai vista lunghezza: lo prese e subito se ne volò via.

Il luogo ove mi lasciò era una valle profondissima circondata da montagne altissime.

Camminando per quella valle, osservai esser la medesima disseminata di diamanti, dei quali alcuni erano di meravigliosa grandezza.

Ebbi molto piacere nel guardarli, ma subito vidi da lungi molti esseri i quali diminuirono simil piacere; era un grosso numero di serpenti sì grossi e lunghi da poter ognuno di essi inghiottire un elefante. Durante il giorno si ritiravano nei loro antri ove si nascondevano a causa del Roc loro nemico, uscendo solo di notte.

Il sole tramontò ed al venir della notte mi ritirai in una grotta, ove credei essere al sicuro.

Venuto il giorno i serpenti si ritirarono; allora io uscii dalla mia grotta, e posso asserire di aver camminato lungo tempo sui diamanti, senza averne il menomo desiderio. Infine sedetti, e ad onta dell’inquietudine ond’era agitato, siccome non avea chiuso occhio in tutta la notte, mi addormentai, dopo aver mangiato alquanto: era appena sopito, quando qualche cosa cadde con grande strepito vicino a me e mi risvegliò. Era un grosso brano di carne fresca, e nello stesso tempo ne vidi rotolare molti altri dall’alto delle rupi in luoghi differenti. Io avea sempre tenuto per un racconto favoloso che aveva udito dire più volte da alcuni marinai e da altre persone circa la valle dei diamanti e allo stratagemma usato da alcuni mercanti per cavarne le pietre preziose; onde conobbi che avevano detto la verità.

Infatti i mercanti vanno presso quella valle nel tempo in cui le aquile hanno i figli, tagliano della carne e ve la gettano a grossi pezzi: i diamanti, sulla punta dei quali cadono, vi si attaccano.

Le aquile che in quel paese sono più forti che altrove, si calano sui pezzi di carne e li portano nei loro nidi alla sommità delle roccie onde servan di pasto agii aquilotti. Allora i mercanti correndo ai nidi, obbligano colle loro grida le aquile ad allontanarsi, e prendono i diamanti che trovano attaccati ai pezzi di carne.

Io aveva creduto fino allora che mi sarebbe stato impossibile di uscir da quell’abisso: ma quel che vidi mi offrì campo di immaginare il mezzo di salvarmi la vita. Cominciai a raccogliere i diamanti più grossi che presentaronsi a’ miei occhi e ne riempii la mia borsa di cuoio la quale mi aveva servito per le provvisioni di bocca: indi presi un grosso pezzo di carne e lo legai fortemente intorno alla mia vita con la tela del mio turbante, poscia mi tesi boccone, colla borsa di cuoio legata alla cintura in modo che non potesse cadere. Le aquile vennero: ognuna si prese un pezzo di carne, una delle più forti avendomi sollevato unitamente col pezzo di carne col quale io mi era avviluppato, mi portò alla sommità della montagna fin dentro al suo nido.

I mercanti non mancarono allora di spaventare colle grida le aquile, e quando le ebbero obbligate a lasciare la preda, un d’essi mi s’appressò: ma appena mi vide, fu preso da timore.

Nulladimeno si rassicurò, ed invece d’informarsi per quale avventura mi trovassi colà, cominciò a rimproverarmi, domandandomi perché gli rapissi ciò che gli apparteneva.

– Mi parlerete con più umanità – gli diss’io – quando mi avrete meglio conosciuto. Ho diamanti per voi e per me, più che non ne potrebbero avere tutti gli altri mercanti insieme. Ho scelto da me stesso in fondo della valle quelli che porto in questa borsa.

Ciò dicendo, gliela mostrai, e non appena terminai di parlare, i mercanti che mi videro si affollarono Intorno a me molto meravigliati di vedermi, ed il racconto della mia storia aumentò la loro meraviglia.

Mi condussero all’alloggio ov’essi dimoravano, ed ivi avendo aperta la mia borsa in loro presenza, la grossezza dei miei diamanti li stupì.

Io pregai il mercante cui apparteneva il nido ov’io ero stato trasportato (avendo ogni mercante il suo), di sceglierne quanti ne volesse. Egli si contentò di prenderne uno solo.

Passai la notte con que’ mercanti. Non potevo moderare la mia gioia quando rifletteva d’essere fuori dei pericoli di cui vi ho parlato, e mi pareva che lo stato in cui mi trovavo fosse un sogno, non potendo credere di aver altro a temere.

Partimmo insieme l’indomani e camminammo per alte montagne, ov’erano serpenti di una prodigiosa grossezza, avendo cura di evitarli; arrivati al primo Porto, passammo all’isola di Roha, ove cresce l’albero dal quale si estrae la canfora. Tralascio molte altre particolarità di quell’isola, temendo di annoiarvi. Quivi barattai alcuni de’ miei diamanti con buona mercanzia; di là andammo ad altre Isole in relazione di commercio ed approdammo a Bassora, da dove me ne venni a Bagdad.

Appena giunto feci molte elemosine ai poveri, e godetti onoratamente del resto dell’immense ricchezze ch’io avea recate.

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