05Feb
2013
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Il gatto con gli stivali // Audio fiaba

Fiaba di: CulturAbile

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La fiaba

L’audio fiaba è realizzata dall’Associazione CulturAbile, letta da Luca Ruffini

[…] C’era una volta un mugnaio con tre figli, un asino, un gatto soriano e nemmeno un becco di un quattrino !

Vecchiaia e fatiche avevano logorato il corpo e la mente del mugnaio, tanto è vero che, giunto alla fine dei suoi giorni, divise i suoi averi tra i figlioli.

Al primo, Arduino, lasciò il mulino.

Al secondo, Alvaro, il somaro.

“E per te, Germano, non ho che il gatto.”

Arduino ed Alvaro erano felici. “Io, con il mio mulino, e tu, con il tuo somaro, faremo società, con il servizio di consegna del macinato al domicilio dei clienti. Ci arricchiremo in pochi anni ! ” […]

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L’audio fiaba

Tutti i diritti sono riservati all’Associazione CulturAbile.

Luca Ruffini si occupa di web design accessibile da oltre dieci anni. Appassionato di gatti e auto giapponesi, è da poco diventato papà e grazie ad Audioliberi può allenarsi in vista del magico momento in cui leggerà la prima fiaba alla sua Alice. E’ blogger e responsabile di Pselion: www.pselion.net

Il progetto AudioLiberi

CulturAbile è un’associazione onlus no profit che lavora nel campo dell’accessibilità della cultura (cinema, teatro, televisione, convegni, web e scuola, solo per citarne alcuni) per le persone con disabilità sensoriale (con problemi di vista o di udito).

Nata a fine 2010, oggi è molto attiva nei settori di interesse e ha lanciato diversi progetti a favore di adulti e bambini con disabilità sensoriale, tra cui podcast, progetti di divulgazione scientifica, progetti per l’accessibilità di fiabe ad uso scolastico e il progetto AUDIOLIBeRI, che rende favole e fiabe accessibili in formato audio e testo.

Il testo completo

C’era una volta un mugnaio con tre figli, un asino, un gatto soriano e nemmeno un becco di un quattrino !

Vecchiaia e fatiche avevano logorato il corpo e la mente del mugnaio, tanto è vero che, giunto alla fine dei suoi giorni, divise i suoi averi tra i figlioli.

Al primo, Arduino, lasciò il mulino.

Al secondo, Alvaro, il somaro.

“E per te, Germano, non ho che il gatto.”

Arduino ed Alvaro erano felici. “Io, con il mio mulino, e tu, con il tuo somaro, faremo società, con il servizio di consegna del macinato al domicilio dei clienti. Ci arricchiremo in pochi anni ! “

Rimasto solo, Germano diede un’occhiata al gatto e si grattò la testa.

“Io”, gli disse, “lo so che sei un buon gatto. E ti voglio bene, ma se davvero sei furbo come dicono, taglia subito la corda e lasciami solo con la mia miseria. Con quel che so fare io, posso garantirti soltanto tre cose: freddo d’inverno, caldo d’estate e fame tutto l’anno ! “

Il gatto, che fino a quel momento non aveva mai detto una parola a nessuno, gli strizzò l’occhio e cominciò a parlare: “Tu, caro mio, devi solo fare due cose: procurarmi un paio di stivali ed affidarti al mio ingegno. Altro che fame, tra tre mesi saremo a corte ! “

Il giovanotto, tutt’altro che convinto, fece spallucce e gli diede una lisciatina sulla groppa.

“E bravo gatto, allora sai anche parlare ! “

“Il bisogno aguzza l’ingegno e scioglie la lingua anche ai gatti ! ” – rispose la bestiola.

Faceva abbastanza caldo e Germano, senza ribattere parola, portò il suo mantello di panno al monte di pietà e con il ricavato comprò gli stivali al gatto e si sdraiò all’ombra, con le dita intrecciate dietro la nuca, ad aspettare gli eventi.

Il gatto, grande cacciatore, si mise subito al lavoro e in meno di un’ora dopo stringeva tra le grinfie un bel leprone !

Senza perdere tempo, con il suo leprone in sacco, andò alla reggia e si presentò al re.

Si prosternò ai piedi del trono e tirò fuori la lepre gridando: “Ecco, maestà ! Mi invia il mio signore e padrone, il marchese di Carabà, con questo piccolo omaggio destinato al reale salmì.”

Al re, che era un buongustaio, non parve vero accettare il dono.

Ma chi era quel simpatico marchese, mai sentito nominare? Boh !?

Anche sua figlia, la principessa Isabella, era rimasta ben impressionata dalle parole del gatto, il quale intanto era già fuori a procurare un po’ di cena per sé e per il padrone.

E la mattina dopo, all’ora giusta, eccolo di nuovo a corte, stavolta con quattro favolosi fagiani dorati.

“Ti porto, o sire, un modesto omaggio del mio signore e padrone, il marchese di Carabà, per i reali arrosti.”

E il re a sfogliare il libro della nobiltà nella vana ricerca di quello sconosciuto marchese !

E la bella Isabella a sognare ad occhi aperti un possibile matrimonio con un così generoso e sollecito suddito.

Insomma, per farla corta, tutte le mattine a corte si ripeté la medesima scena del gatto con gli stivali, latore di gustosissimi messaggi da parte del marchese di Carabà, suo signore e padrone.

Venne luglio, gran calura e grano maturo nei campi.

Una mattina il gatto, sapendo che il re sarebbe uscito con la figlia per fare un giro rinfrescante sulla carrozza dorata, svegliò presto il padrone che dormiva sotto un pino e tutto eccitato gli gridò: “Presto ! Presto, padroncino ! Spogliatevi dei vostri stracci e immergetevi nel laghetto, tra poco passerà di qui la carrozza reale ! “

“Ma io non so nuotare ! ” – ribatté Germano allibito.

“E via ! ” – rispose il gatto. “Sapete bene che nel laghetto non c’è più di mezzo metro d’acqua. Anzi, dovete starvene seduto, tenendo fuori solo la testa, perché nella vettura c’è anche la principessa Isabella.”

Poi corse incontro alla carrozza reale e cominciò a gemere, a sbracciarsi e a chiedere aiuto.

“Vi prego, maestà. Fate soccorrere il marchese di Carabà, mio signore e padrone. Alcuni malviventi lo hanno spogliato dei preziosi abiti e lo hanno buttato ad annegare nel lago ! “

Il re, figurarsi, mandò subito paggi, coppieri, maggiordomi, ciambellani, consiglieri e tutta la cianfrusaglia del suo seguito, al soccorso del suddito più generoso e nobile del regno, mentre due corrieri a cavallo partivano verso la reggia per prendere dal guardaroba reale il più sontuoso abito che potessero trovare.

Isabella stava per svenire, ma quando le portarono innanzi lo pseudomarchese, tutto in ghingheri negli abiti reali, vedendolo così giovane, ben fatto e bello, se ne innamorò in un battibaleno e giurò a se stessa che ne avrebbe fatto il suo sposo.

Il giovane, salvato dalle acque, ringraziò sua maestà, rese omaggio alla reale figlia e prese posto nella carrozza reale, che proseguì il viaggio.

Ma il gatto con gli stivali già la precedeva di parecchio e lungo la strada, ogni volta che incontrava dei contadini al lavoro nei campi, gridava loro, con voce insinuante: “Ehi, buona gente, tra un po’ passerà la carrozza del re, se vi domanderanno di chi è questa terra, rispondete che è del marchese di Carabà, non avrete da pentirvene ! “

E, infatti, arrivata la carrozza, il re si affacciava a chiedere: “Ma di chi è questa bella terra ? “

E i contadini, con un inchino: “E’ del marchese di Carabà, sire ! “

E il gatto avanti.

Finalmente la bestiola arrivò al castello dell’orco Ezechiele, che era anche il padrone delle terre intorno, e chiese di essere ricevuto.

Eccolo dunque dinanzi all’orco.

Gran riverenza, destinata a solleticare la vanità del mostro.

Infine, l’ingenua domanda: “Ma è proprio vero, signor orco, che lei è capace di trasformarsi in qualsiasi animale vivente ? C’è chi dice di sì e chi dice di no.”

L’orco sbottò in una gran risata: “Eh ! Vorrei proprio vedere chi dice di no ! Guarda.”

E dinanzi al misero gatto, mezzo morto di paura, ecco ergersi al posto dell’orco, un enorme leone.

“Ba-ba-basta” – gemé in gatto. “Sono più che convinto e vedo benissimo che un orco grosso come lei può trasformarsi in un leone altrettanto grosso. Ma non avrebbe nel suo catalogo di trasformazioni qualcosa su scala ridotta ? Sarebbe, per esempio, capace di diventare un piccolo topo di campagna ? “

Altra sonora risata dell’orcaccio ed ecco sulla gran poltrona saltellare un topino.

Il gatto, che non aspettava altro, gli fu addosso in un lampo e se lo divorò in due bocconi.

Poi la nostra furbissima bestiola si volse a tutta la servitù con occhi dolci: “Tra poco” – gridò,  “giungerà al castello la vettura dorata del re e il vostro nuovo padrone. Voglio che siano ricevuti con tutti gli onori e con un gran pranzo di gala.”

Insomma, quello stesso giorno, furono anche decise le nozze tra Germano e Isabella.

E il gatto ?

Per sé non volle quasi niente, si tolse per sempre gli scomodi stivaloni, non rivolse mai più la parola a nessuno e tornò al suo mestiere di gatto di buona famiglia.

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