25Feb
2013
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La bella Annina

Fiaba di: Redazione

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La fiaba

Un re aveva una figlia bella come un sole. Desideroso che avesse una buona educazione, la condusse in un collegio e l’affidò alla direttrice, dicendole che lasciasse pur la sua Annina attendere alcune ore del giorno a certe pianticelle di fiori. Quindi, baciata la figlia, se ne andò.

Le finestre del collegio erano di faccia al palazzo di un re. Il figlio di questo re un giorno, mentre se ne stava alla finestra, vide la bella Annina, e subito se ne innamorò. Chiese chi ella fosse, e gli fu detto ch’ella era figlia di un re.

La sua passione andava crescendo, e un dì, vista l’Annina che stava governando una sua pianticella di maggiorana, le disse: “Bella Annina, bella Annina, quante foglie ha la tua maggioranina?” La giovanetta non alzò né anche gli occhi, per cui l’altro replicò: “Bella Annina, bella Annina, quante foglie ha la tua maggioranina?” Allora, stizzita, rispose la bella Annina: “E voi, signor cavaliere, ditemi: Quante onde ha il mare? quante stelle ha il cielo?” e poi gli volse le spalle.

Il giovanotto, scornato, divisò vendicarsi dell’impertinente ragazza. Un giorno si vestì da pescatore, andò in piazza, comperò due ceste di pesci, e andava gridando per la città: “Chi vuol comprar buon pesce? lucci e tinche, tinche e lucci.” Passò innanzi al collegio, e la direttrice disse alla bella Annina: “A te piace molto il pesce, prendi questo canestro e questo danaro, e comperane.” L’ Annina, accompagnata da una fante, scese le scale e, fattasi alla porta, chiamò il pescatore. Questi non si fece aspettare, e tosto furon d’accordo; ma in sul partire il giovane, preso per la coda un grosso pesce, diede con esso una forte gotata all’ Annina; e poi se n’andò. La vergogna più che il dolore fece sì che l’Annina svenne e in tale stato fu condotta alla sua stanza. Riacquistati i sensi, disse tra sé: “Brutto cavaliere, tu me l’hai fatta e io, sciocca, non me n’accorsi in sul principio; lascia fare però, che me la pagherai.”

Scrisse al re suo padre che le mandasse un ricco vestito di color nero e tutto a lucciole fiammeggianti. Venne il vestito, ed ella, messasi d’accordo co’ servi del giovane, una notte si nascose nella sua stanza e aspettò che fosse bene addormentato. Usci allora dal nascondiglio, e andava su e giù per la stanza, trascicando la coda del vestito. Al fruscio si desta il principe e, aperti gli occhi, ancorché fosse buio, gli par di vedere un certo che di nero con fiamme addosso andar qua e là per la stanza. La paura fu cosi grande, che a stento e con voce fioca potè gridare: “Aiuto, aiuto.” Ma poteva gridare, che già non l’avrebbero udito; e poi i servi erano d’accordo con la giovanotta. Spaventato si nascose tra le coperte e si raccomandava a tutti i santi. E cosi l’Annina ebbe la comodità di tornarsene al collegio.

Venne giorno e il giovane, come il solito, si fece alla finestra, però questa volta era più pallido dell’altre. E la bella Annina attendeva a’ suoi fiori. Alzati gli occhi, vide il viso spaventato del principe, e in aria beffarda gli disse: “Oh! quanta paura ho avuto stanotte;” e su e giù per la stanza; “oh! quanta paura.” Capì il giovane la cosa, e giurò in cuor suo di vendicarsi, o che non sarebbe più lui. Pensata la trama, si fece amico della direttrice del collegio, e un po’ alla volta la persuase ad aiutarlo nella sua vendetta. Un giorno la direttrice chiama Annina: “Annina, fammi un piacere, va nella mia stanza, sul letto c’è il mio libro delle orazioni, va, e recamelo.”

La giovane, ubbidiente, andò nella stanza della direttrice e, come fu vicina al letto, si senti ghermire per una gamba; fa per fuggire, e si sente legata alla lettiera in modo che non poteva moversi. È facile capire che chi le aveva fatto questo brutto tiro era il giovane, nascosto sotto il letto. L’ Annina, vinta dalla paura e dalla stizza, cominciò a gridare: Aiuto, aiuto. Accorrono e la trovano legata; la slegano, ed ella, messa in un canto la paura, pensò subito alla vendetta.

Scrisse a casa che le mandassero un carretto tirato da una mula e carico de’ più bei finimenti d’oro e d’argento, e un vestito da carrettiere. Venne il tutto come desiderava, e, travestitasi da carrettiere, andava per la città invitando la gente a comperare la sua mercanzia.

Un servo del principe andò a lui e gli contò del mercante di finimenti e che avrebbe potuto comprarne. Il giovane, non sospettando di nulla, non se lo fece dire due volte e, preso del danaro, andò dov’era l’Annina. Questa, appena lo vede, mette in mostra un magnifico finimento d’oro e d’argento e grida: “Chi lo vuole l’avrà, purché dia un bacio alla coda della mia mula”. Al giovane parve d’averlo a troppo buon mercato, e già stava per baciar la coda della mula, quando Annina gli lasciò andar una così forte scudisciata sul viso che glielo gonfiò tutto, che pareva un mascherone. Il principe s’accorse allora dell’inganno e, andandosene a casa addolorato e pieno di rabbia, diceva: “Oh! me la pagherai; oh! me la pagherai.”

Dopo qualche settimana, quand’ormai le lividure della scudisciata erano scomparse, il giovane pensò alla vendetta. Chiese al padre e ottenne per sposa la bella Annina, e appena l’ebbe, disse tra sé: “Se adesso non mi vendico, e a misura di carboni, voglio essere il maggior balordo che si conosca.”

Ma l’Annina fu messa sull’avviso da una strega, che le voleva bene. Disse la strega: “Senti, Annina; guardati dal tuo sposo, egli ti vuol morta; stasera, appena sarai a letto, ti sgozzerà. Provvedi dunque così. Piglia un fantoccio che ti somigli, riempine il capo di mele, e poi, quand’è ora d’andare a letto, poni il fantoccio in scambio tuo e tu nasconditi, e lascia andar la cosa.” Così fece l’Annina.

Venne la sera, e il principe, appena fu a letto, voltosi a quella, che credeva sua moglie, mena un colpo di coltello alla testa e la spacca. Il succo di mela si sparge e alcune gocciole schizzano sulle labbra del principe. Il quale, come ne sentì la dolcezza, gettò via il coltello e si mise a gridare: “Oh ! miserabile, com’è dolce il sangue di mia moglie; e io l’ho uccisa. Quanto doveva esser buona; darei mezzo il mio regno pur di poterla vedere ancor viva.”

Salta allora fuori dal nascondiglio l’Annina e, abbracciando e baciando lo sposo, gli dice: “Perdonami; tu non m’hai uccisa, no; anche questa è stata una burla.”

Il marito rimase di sasso, fece la pace con la moglie, si perdonarono l’uno all’altro le ingiurie, e vissero poi volendosi il maggior bene di questo mondo.

***

Tratto da “Fiabe Mantovane”

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