Montgolfier e i Draghi Bianchi (parte II)  

Fiaba pubblicata da: Carlo Testana

La vittoria dei Draghi Gialli sui pericolosi Draghi Blù, sconfitti grazie al prezioso contributo di Montgolfier nella battaglia di Guiscogne, aveva restituito la pace nella valle circondata da laghi e vulcani (1). Molti degli abitanti erano tornati e non mancavano feste in allegria mentre tutti volevano vedere il piccolo drago giallo dalla pancia capiente e congratularsi con lui.

Anche i Draghi Bianchi, appresa la notizia, lasciarono le montagne Innevose dove avevano trovato nascondiglio e si incamminarono verso il villaggio di Montgolfier per conoscerlo e ringraziarlo.

Li guidava Bianca, la regina, con a fianco Celeste, la bellissima figlia; seguiva il resto dei Draghi Bianchi riusciti a fuggire. Erano questi di statura piccola, timidi e paurosi, mangiavano grano e cereali ed emettevano nubi di farina dalla bocca.

Un tempo, nella valle, tutte le creature vivevano in pace ed armonia, ma quando Nottescura, il terribile drago blu, assetato di potere, si impadronì del comando e imprigionò il saggio e pacifico Oltremare, re dei Draghi Blù, le cose nella valle erano profondamente cambiate e molti Draghi Bianchi, stanchi di soprusi e prepotenze, si erano ritirati in alta montagna con pochi viveri. Alcuni erano stati già catturati, altri erano riusciti a fuggire e si nascondevano temendo il peggio, poiché Nottescura era proprio un brutto drago, grande e grosso e con il muso da delinquente.

Solo i Draghi Gialli gli tenevano testa per la straordinaria potenza dei loro getti d’acqua di cui tutti i Draghi Blù avevano una fifa spaziale, perché è noto che i Draghi Blù, se ben bagnati, si trasformano in formiche per molti anni.

“C’è mancato poco che Nottescura ci arrostisse!, disse il Ministro Giallo Idrico. Se non interveniva Montgolfier con la sua enorme riserva d’acqua nel pancione eravamo spacciati, infatti i Draghi Blù ci avevano attirati in una bella trappola: in tutto il campo di battaglia non c’era neanche una pozza d’acqua per rifornirci. Eravamo tutti a secco, ma poi è arrivato Montgolfier”.

“Ma no, che dite?, si scherniva modesto Montgolfier, è stato un gioco di squadra, è merito di tutti”.

Bianca, la regina, chiese di incontrare Montgolfier; era accompagnata da Celeste e dal consigliere più fidato Bianchetto.

Dopo i saluti e le presentazioni, Bianca si chinò con rispetto ringraziando i Draghi Gialli per aver coraggiosamente restituito la libertà nella valle.

Montgolfier si fece rosso in viso, sia per la bellezza di Celeste, sia perché turbato dal gesto della regina che rimaneva in ginocchio con gli occhi lucidi.

“Su, su, disse Montgolfier, alzatevi Bianca, vi prego! Qui siamo tutti rozzi contadini, se ci emozioniamo sarà difficile trattenere le lacrime. Potremmo allagare la valle”.

Bianca sollevò lo sguardo e nel silenzio generale disse: “So dove hanno imprigionato il saggio Oltremare; vi prego, aiutatemi a liberarlo! Sotto la sua guida e con la vostra forza non dovremo più temere il ritorno di Nottescura e dei suoi aguzzini, che non resteranno per sempre formiche; un giorno torneranno temibili draghi blu da affrontare.

“Perché vi importa tanto di Oltremare, disse il Ministro del Colore che fungeva da consigliere, in fin dei conti è un Drago Blù anche lui, spara fuoco!”.

“E’ mio marito, il padre di Celeste, confessò abbassando gli occhi la regina, usa il fuoco solo per scaldarsi ed arrostire i peperoni di cui è ghiotto, ma è buono ed onesto, amante della pace e contro la prepotenza: ostacolava i loschi piani di Nottescura, ecco perché l’hanno imprigionato. Dobbiamo liberarlo”.

Così Montgolfier, Bianca, Celeste, Bianchetto e Soprattinto, il Ministro del Colore amico di Montgolfier, partirono.

Il viaggio fu lungo.

Camminarono per diversi giorni guidati da Bianca, e alla fine giunsero nei pressi di un cratere vulcanico oramai inattivo.

Da lontano, al riparo di un’altura, videro Oltremare su un’isoletta al centro di un piccolo lago, in gabbia e incatenato. Se si fosse liberato, il contatto con l’acqua l’avrebbe trasformato in formica. A guardia del prigioniero c’era un solo drago blu scampato alla sconfitta per non aver partecipato alla battaglia. Ignaro delle sorti dei compagni attendeva il ritorno di Nottescura. Era grosso come un monte e fumava tranquillo. Una grossa zattera era ormeggiata a riva e serviva al carceriere per raggiungere, senza bagnarsi, Oltremare e portargli la sbobba destinata ai prigionieri. Le grotte intorno erano piene di Draghi Bianchi rinchiusi; si potevano sentire i loro lamenti.

“Penso io alla guardia, disse Celeste guardando Montgolfier, voi liberate gli altri”.

Attesero l’ora del pranzo e quando il drago blu, salito sulla zattera, si trovò a diversi metri dalla riva, velocissima, Celeste si fece avanti e sparò una lingua di fuoco sull’imbarcazione che in un lampo divenne cenere.

Il guardiano, incredulo e sorpreso, si inabissò nell’acqua profonda e subito si trasformò in formica.

“Via libera!”.

Intanto Bianca e gli altri avevano liberato i poveri Draghi Bianchi prigionieri, magri e indeboliti ma felici per la cessata prigionia. Tutti erano adesso intorno al lago; bisognava raggiungere Oltremare e liberarlo.

Montgolfier e Soprattinto non sapevano nuotare tanto bene e Celeste, nelle cui arterie scorreva il sangue dei Blù, temeva l’acqua.

Bianca cercò di convincere i prigionieri a raggiungere a nuoto l’isoletta, poichè l’acqua non nuoce ai Draghi Bianchi, anzi, li rinvigorisce.

“Quello ci incendia”, protestarono tutti, tirandosi indietro.

Oltremare, infatti, stremato dalla lunga cattività, aveva perso il lume della ragione e non riconosceva i suoi liberatori. Accecato dalla rabbia sparava in ogni direzione pericolose fiamme.

Allora Montgolfier iniziò a bere l’acqua del lago invitando gli altri a fare altrettanto. Ma la sua panciona, come si sa, era la più capiente e in breve il lago fu prosciugato. Bianca, la regina, chiamò amorevolmente lo sposo che si calmò all’istante. Lo raggiunse ed aprì la gabbia ove era rinchiuso e legato. Arrivarono poi tutti in aiuto e, tirate le funi e le catene fino a farle cedere, lo liberarono.

“Presto! fate presto, urlava il Ministro del Colore, Montgolfier non resiste con tutta quell’acqua in corpo”.

Fecero appena in tempo a tornare che già il giovane Drago Giallo stava spruzzando indietro tutta l’acqua fino a riempire di nuovo il lago. L’ondata sollevò una formichina blu, il drago carceriere trasformato, spingendola nella gabbia al centro dell’isola. Aveva una faccia!

Si abbracciarono tutti e Celeste baciò Montgolfier per riconoscenza.

Lui si sentì inondare da una calda emozione e vincendo il rossore sulle guance, incoraggiò tutti a riprendere il viaggio verso casa.

Si fece una gran festa per il ritorno di Oltremare che tutti ricordavano saggio e leale. Il pic-nic fu allestito nella radura dei folletti, detta così per la presenza di piccole creature allegre e festaiole che avevano preparato un banchetto sui prati con cibi di tutti i tipi ed una selezione di acque di sorgenti tra le più prelibate.

Naturalmente tutti davano una mano ridendo e scherzando.

Un Drago Bianco iniziò a giocare con Montgolfier, sparandogli farina. Questi rispondeva con getti d’acqua che trasformavano la farina in pallette di pasta molle che poi venivano raccolte e lanciate. Presto furono coinvolti tutti. Chi veniva colpito doveva restare immobile per pegno. Tutti ridevano guardando la pasta volare e sfracellarsi addosso a qualcuno. Intanto si era avvicinata Celeste per vedere meglio. Una delle pallette appiccicose dell’impasto acqua e farina, lanciata da Montgolfier, stava per colpirla in piena faccia, ma lei di istinto aprì la bocca ed emise una breve fiamma. Si ritrovò con una rosetta croccante tra i denti, fragrante e profumata.

“Scusa, disse imbarazzato Montgolfier, non ti avevo vista arrivare, stavamo giocando”.

” Oh! non è niente, rispose Celeste masticando di gusto, cos’è questa roba che vi lanciate: è buonissima”.

“Pa…pa…pa…, disse il Drago Balbuzietto che aveva assistito alla scena”.

“Patate”?, disse Celeste.

“No…no…no…, pa..pa…pa…sh…sh…sh..”

“Silenzio? , chiesero in coro gli altri, vuoi che stiamo zitti?”.

“No…no…ne…ne…, vo…vo…le…vo di..di..re pa…pa…pa… sh….sh…”.

Si bloccò di nuovo, voleva dire pasta, ma le risate aumentavano il suo piccolo difetto di pronuncia; si capivano solo le sillabe pa, no, sh.

Alla fine molti capirono pano, ma la parola doveva essere detta a bassa voce.

Balbuzietto rinunciò a spiegare travolto da un’incontenibile ridarella, mentre gli altri ripetevano in coro: pano!, pano!, pano!.

“Acqua+farina+fuoco, disse Celeste, uguale pano. Semplice, geniale, divertente.

L’esperimento venne ripetuto e si formarono a seconda della forma della pasta, ciriole, rosette, sfilatini, quelli cicciotti pagnottelle e quelli piatti piadine. Gli impasti lanciati con più forza, una volta cotti al volo da Celeste, vennero chiamati fruste o cazzotti, si doveva stare attenti e schivarli. I folletti raccoglievano tutto in ceste di vimini e poi distribuivano. Tutti ne mangiarono a volontà. Oltremare ci infilò dei peperoni cotti e la giornata finì in gloria tra canti, balli, piroette dei folletti e fuochi d’artificio così belli e variopinti da lasciare tutti incantati. Quella festa fu ricordata per millanta e millanta anni ancora.

(1) La storia è raccontata nella fiaba “Montgolfier il draghetto giallo“.

 



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