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Le caramelle

bambino osserva cinque caramelle colorate in un cestino su bancone di pasticceria con luce calda del mattino

C’era una volta una caramella… una sola? Chiederete voi. In realtà era una caramella che valeva per tre e aveva anche quattro sorelle, tutte caramelle, e ognuna di loro valeva per dieci. Così, tutte insieme, facevano una bella confezione.

Stavano lì, sul bancone della pasticceria “Solodolci”, a far l’occhiolino ai numerosi clienti del negozio. I quali, però, compravano solo bignè alla crema o torte al cioccolato e non degnavano di uno sguardo le cinque povere sorelle, tutte caramelle.

“Bisogna far qualcosa,” disse un bel giorno la prima delle sorelle, tutte caramelle. “Qui non ci compra nessuno, vogliono solo i dolci fatti dal pasticciere… facciamoci venire un’idea o faremo la muffa tra un po’.”

“Che muffa e muffa,” brontolò la seconda delle sorelle, tutte caramelle. “Stai zitta tu! Vali solo per tre: che dovremmo dire noi che valiamo per dieci e ci trattano come zeri? Guardate, ecco un cliente che ci osserva, cerchiamo di far bella figura: state dritte, mostrate i colori dell’incarto, su, su.”

Nel dir così, si drizzarono tutte, stirando l’involucro luccicante per farsi vedere meglio. Ma il signore che le stava fissando, d’un tratto: “Mario!” esclamò. “Queste caramelle si muovono! Forse ci sono degli animaletti là dentro.”

“Che? Ma cosa dici! Quelle sono caramelle a lunga scadenza, confezionate e conservate bene: non ci possono essere animaletti,” rispose il pasticciere ridacchiando.

“Eppure ti dico che si sono mosse! Dunque come fanno delle caramelle a muoversi? Ci deve essere qualcosa dentro.”

“Ma che farfugli? Mosse? Le caramelle? Hai preso il mattarello in testa da tua moglie? Non dire scemenze: se avessi delle caramelle che si muovono le avrei già portate al circo per farle scritturare,” disse sempre ridendo il pasticciere, mentre serviva una fetta di torta a una signora.

“Ecco, vedete cosa avete fatto?” borbottò la terza delle sorelle, tutte caramelle. “Qui si è creato un incidente diplomatico e quel cliente non ci comprerà più, perché è convinto che abbiamo i vermi. Voi e le vostre iniziative! Chi vi ha fatto venir l’idea di muovervi? Lo sapevo: il tizio se ne va tutto arrabbiato e noi resteremo qui chissà per quanto tempo ancora.”

“Tutta colpa del pasticciere,” protestò la quarta delle sorelle, tutte caramelle. “Privilegia sempre le sue creazioni e noi qui neglette a fare i vermi.”

“Anche tu con i vermi,” urlò inferocita la seconda delle sorelle, tutte caramelle. “Non ci sono vermi qui e la freschezza non ci manca, cara la mia sciocchina.”

Quella scalmanata, nell’agitarsi così, provocò una conseguenza che aggravò il quadro. Si mosse quel tanto che bastò a provocare un grosso guaio: un destino infame volle che proprio in quel momento entrasse nel negozio la figlia del droghiere, grande pettegola e nota malalingua.

Nel cercare fra tutte le torte esposte quella che meglio si adattava alla sua ingordigia, per caso posò lo sguardo strabico sulle sorelle, tutte caramelle. Vide quel lieve movimento dell’incarto e, senza dire una parola, uscì veloce dalla pasticceria. Le bastò un solo pomeriggio per diffondere nel paese la notizia che da Mario il pasticciere c’erano caramelle con i vermi.

Da lì a dire che Mario vendeva roba avariata, che era un imbroglione e “chissà quanti ne ha intossicati in vita sua”, il passo fu breve. Da allora nessuno volle più comprare dolci da lui e, in poco tempo, si ritrovò a fallire.

“Povero me!” piagnucolava con la moglie lo sciagurato. “Che ho fatto per meritare ciò? Sono sempre stato onesto, i miei prezzi erano giusti, i dolci freschi e buoni.”

“Ma caro,” gli rispondeva lei, che non ci stava tanto col cervello, “di questi tempi…”

“Che c’entrano i tempi? Qui si tratta di calunnia. Quella vipera mi ha rovinato!”

“Ma caro, di questi tempi non si può mai sapere se le caramelle sono avariate per davvero.”

“Ma sei impazzita? Che c’entrano i tempi, ti dico? Le caramelle sono buonissime, è il tuo cervello che non funziona.”

“Ma di questi tempi…” insisteva lei, che sapeva dire solo questo. A questo punto lui si arrabbiava sul serio e si chiudeva nel laboratorio a rimpiangere i bei giorni in cui lavorava giorno e notte per dare buoni dolci ai suoi compaesani.

In tutto questo caos, le più preoccupate erano, indovinate? Proprio loro: le cinque sorelle, tutte caramelle!

Eh sì, perché si era parlato più volte di gettarle via, anche per far mostra di accontentare l’opinione pubblica e ripartire da nuove caramelle e da un negozio che apparisse, diciamo così, purificato. E se nessuno l’aveva fatto ancora era perché Mario ci si era impuntato.

Diceva: “Sono buone, accidenti! Si devono convincere quei villanzoni!” e se le andava a chiudere in cassaforte per timore che Anselma, la moglie, gliele buttasse nell’immondizia mentre dormiva.

Ma il rischio di caramellicidio c’era comunque. E la quinta delle sorelle, tutte caramelle, che non aveva detto nulla fino a quel momento, espresse viva preoccupazione per la loro sopravvivenza e cominciò a torcersi così forte nell’incarto che si sentiva lo scricchiolio da fuori il bancone.

“Smettila, ci farai mandare al tritarifiuti se continui ad agitarti così,” disse la terza delle sorelle, tutte caramelle. “Pensiamo piuttosto a come salvarci da questo pericolo! Sforzatevi: lo zucchero non vi manca.”

Allora le cinque sorelle, tutte caramelle, si misero d’impegno a pensare. E, per la gran concentrazione, iniziarono a sudare, ma a sudare così tanto che, piano piano, un liquido vischioso cominciò a colare e si diffuse nella confezione.

In poco tempo si ritrovarono tutte appiccicate, da non saper più come staccarsi tanto erano incollate.

“E ora, che si fa?” chiese pacatamente la quinta delle sorelle, tutte caramelle, che era la più ragionevole e anche la più modesta, forse perché era una caramella all’orzo.

“Che si fa, che si fa,” starnazzò isterica la seconda delle sorelle, tutte caramelle, che era al caffè e l’agitazione le competeva. “Sapete solo far domande e non date mai risposte! Io direi di aspettare: sicuramente quando ci saremo raffreddate un po’, staccarsi sarà più facile. E nel frattempo non vi agitate, o gli incarti si strapperanno.”

Aspettarono circa mezz’ora, così incollate come gemelle siamesi, poi provarono di nuovo a staccarsi. Macché. Nulla da fare. La situazione era grave, direi quasi tragica. Di sicuro appiccicosa.

Mentre piangevano sul troppo zucchero che fa incollare le sorelle, tutte caramelle, e ingrassare le matrone, tutte ciccione, ecco il buon Mario che torna da un’immersione nostalgica nel suo laboratorio.

“Oh, questa è bella!” disse vedendole conciate così, tutte un mucchietto caramelloso. “Cos’è successo? Ora sembrate proprio da buttare… forse avevano ragione i clienti e io sbagliavo, forse… oh, non so più!” e si mise a piangere come un lattante.

Le sorelle, tutte caramelle, a vederlo così sconsolato si sentirono quasi in colpa per avergli provocato, senza volerlo, tutto quel dispiacere.

“Oh, ragazze,” bisbigliò la prima delle sorelle, tutte caramelle, “qui abbiamo fatto un doppio guaio: noi incollate e lui più disperato che mai. E ora ci butta, ve lo garantisco, non c’è salvezza, stavolta.”

“OHHHHHH!!!!” piansero e gemettero insieme le cinque sorelle, tutte caramelle, al pensiero del bidone della spazzatura.

“C’è una tal puzza, là dentro,” borbottò fra le lacrime la seconda delle sorelle, tutte caramelle. “Io ci soffocherei subito, ohimè!”

E nel bel mezzo di tutto quel frignare, come se non bastasse, giunse anche Anselma, la svanita. Giunse a sproposito, come faceva sempre, ma disse una scemenza così grossa che il marito non poté fare a meno di ridere.

Ecco che anche una sciocca come Anselma può essere utile e salvare la vita di cinque sorelle, tutte caramelle.

Mario si allontanò con la moglie ridendo a crepapelle e si dimenticò di loro, per fortuna. L’esecuzione era rimandata: per il momento si trattava solo di una tregua, ma tutto serve ai condannati, anche un attimo di vita in più.

Intanto, le nostre cinque sorelle, tutte caramelle, stavano tenendo consiglio. Cercavano di capire se fosse possibile scappare anche così, tutte attaccate, magari rotolando… il problema era come darsi la spinta.

Non erano in grado di agire e non c’era chi potesse farlo per loro. No. Nessuna speranza.

Cominciarono a credere che fosse finita davvero quando videro Mario avvicinarsi lentamente al banco, con la testa ciondoloni. Aveva l’aria di un boia triste e guardava proprio loro.

“Povere caramelle,” disse a un tratto, “come vi siete appiccicate in quel modo? Ah, adesso vi sistemo io.”

Ci fu un sommovimento degli incarti, seppur incollati, una specie di fremito.

“Olà,” gridò Mario, “ma allora è vero! C’è qualcuno là dentro. Fuori, vermi maledetti, o butto tutto nella spazzatura!”

Nulla. Ferme come sassi.

“Che abbia avuto un’allucinazione?” si chiese Mario. “Oh, povero me, a forza di sentir dire che si muovono m’è parso di vederle muovere davvero. Sai che ti dico? Io non le butto. Non do soddisfazione a quei pazzi che hanno causato questo gran macello.”

“Ora le separo: si rovineranno gli incarti, ma non importa. Ho dei fogli di carta colorata, giusti giusti per rifarvi il vestitino, ah, ah, ah!”

Rideva, ma insieme al riso sulle guancette rotonde gli erano comparsi di nuovo certi lacrimoni da far compassione anche alle pietre.

Prese le cinque sorelle, tutte caramelle, e con santa pazienza le staccò una a una. Certo, a qualcuna l’operazione causò una piccola mutilazione, perché le venne a mancare un pezzettino che restò attaccato alla sorella vicina.

Nel complesso, però, il lavoro non gli riuscì male. Tolse gli incarti ormai rovinati, ne fece di nuovi, molto belli e lucidi, e con questi le rivestì.

Sembravano delle signore caramelle, davvero di classe, elegantissime. Infine, tanto per completare l’opera, prese un bel cestino di vimini e ce le adagiò.

“Ecco, ora siete pronte. Non vi butterò, non serve. Dovrei buttare anche me stesso, allora? Resteremo qui insieme, nel nostro negozio, ad aspettare i clienti che non verranno.”

E si rimise a frignare.

Quando si allontanò, con il capo più chino di quando era arrivato, le sorelle, tutte caramelle, commosse anche loro, dovettero fare un grande sforzo per non piangere zucchero e riappiccicarsi come prima.

“Eh, che uomo sensibile!” sospirò la prima delle sorelle, tutte caramelle.

“Eh, che uomo buono!” piagnucolò la seconda delle sorelle, tutte caramelle.

“Eh, che uomo coraggioso!” sentenziò la terza delle sorelle, tutte caramelle.

La quarta e la quinta, invece, già dormivano e non dissero nulla. Ebbero terribili incubi tutta la notte: sognarono pattumiere che le ingoiavano ridendo e tritarifiuti che le inseguivano con un’accetta in mano.

Fu una notte terribile.

La mattina dopo, e di buon’ora, qualcuno bussò alla saracinesca del negozio.

“Mario, Mario… c’è nessuno? Sono Annetta, mi apri per favore?”

Le cinque sorelle, tutte caramelle, ebbero un sussulto. Una cliente a quell’ora? Che avesse saputo di trovarle ancora lì e fosse venuta per protestare? Rabbrividirono al pensiero.

Mentre si interrogavano sul caso, ecco arrivare Mario in pigiama a righe blu.

“Un momento… eccomi… ma che storia è questa? Il negozio è chiuso da mesi.”

Tirò su la saracinesca e: “Annina, allora? Qual buon vento a quest’ora?” borbottò con la voce ancora assonnata.

“Eh, Mario, sapessi… c’è qui il mio bambino che ha saputo a scuola delle caramelle che si muovono e le vuole vedere a ogni costo! Mi sta dando il tormento da giorni, possiamo entrare?”

“Certo, ma le caramelle non si muovono, caro giovanotto,” disse rivolto al bambino lentigginoso che Annetta teneva per mano. “Comunque venite, sono qui, esposte nel bancone come ai bei tempi.”

Il bambino, come una saetta, si precipitò verso l’espositore. Le caramelle, in preda alla fifa più nera, stavano lì più immobili che mai.

“Visto?” disse la madre al bambino. “Stanno ferme, sono tutte frottole che ti hanno raccontato, torniamo a casa, vieni.”

“No, mamma, ancora un pochino, voglio essere sicuro,” protestò il ragazzo con il naso appiccicato al vetro.

Nello stesso istante, la terza delle cinque sorelle, tutte caramelle, ebbe voglia di grattarsi. Come una caramella possa avere bisogno di grattarsi è cosa assai misteriosa, tuttavia questo è ciò che capitò.

Non sapendo come fare per non essere vista, ebbe come un sussulto, quasi una contorsione. Mario e la signora stavano parlando del più e del meno e non si accorsero di nulla. Il bambino, invece, la vide eccome.

“Mamma, mamma, guarda! Si è mossa, una delle caramelle si è mossa!” gridò tutto eccitato.

“Che dici, sciocchino? Non si è mossa nessuna caramella e ora basta, si torna a casa.”

“No, mamma, no, si è mossa, ti dico. Le voglio, compramele. Voglio le caramelle che si muovono.”

“Ragazzo, le mie caramelle non si muovono. E non ricominciamo con questa storia o io…” stava per dire Mario, tutto offeso. Ma qualcosa lo fermò.

Le cinque sorelle, tutte caramelle, sentito che il bambino le voleva comprare proprio perché si muovevano, non posero tempo in mezzo e presero a muoversi come indemoniate per attirare la sua attenzione.

Mario le vide. La madre del bambino, signora Annetta, le vide. Rimasero di sasso.

Non appena si ripresero, parecchi secondi dopo, Annetta era su tutte le furie.

“Ah, allora è vero che ci sono i vermi nelle tue caramelle! Altrimenti come si spiega?”

“No, non… non ci sono i vermi, ti dico,” si difese Mario, tutto tremante. “E te lo dimostrerò.”

Mai caramelle furono così ingiustamente umiliate.

Scartate una ad una, esaminate con tanto di lente di ingrandimento, furono poi giudicate innocenti, scagionate dall’accusa, rivestite e adagiate di nuovo nel cestino.

“Mah, avevi ragione… mi dispiace,” balbettò confusa Annetta. “Converrai con me che le apparenze erano tutte contro di loro.”

“Sì, sì, va bene. L’importante è che una volta per tutte la verità sia venuta a galla,” concluse Mario gongolando.

“Beh, adesso andiamo, Paolino. Le caramelle sono innocenti, ma noi dobbiamo andare a casa, è tardi.”

Ma il bambino piantò un capriccio pestifero.

Si gettò a terra e cominciò a singhiozzare e a dibattersi con tutte le forze, urlando: “Voglio quelle caramelle! Voglio quelle caramelle!”

Non fu proprio possibile calmarlo. Non fu proprio possibile non comprargliele.

Paolino uscì dalla pasticceria con la sua bella confezione di caramelle sotto braccio.

“Che vi avevo detto? Ci voleva un bambino,” disse la terza delle sorelle, tutte caramelle.

“Zitta, tu, non avevi detto proprio nulla… e stai un po’ ferma, mi fai venire il mal di mare,” brontolò la seconda delle sorelle, tutte caramelle.

“Ferma?” rispose la terza. “Ma se il bambino ci ha comprate proprio perché sappiamo muoverci! Anzi, agitatevi anche voi, rammollite. Su, su, che un po’ di ginnastica vi fa bene.”

Detto fatto: cominciarono a scuotersi come forsennate e il bambino non stava più nella pelle dalla gioia. La madre si raccomandò soltanto che non le mangiasse, perché erano pur sempre strane.

Così le cinque sorelle, tutte caramelle, vissero a lungo felici e contente, finché, troppo vecchie anche per muoversi, si ritirarono in campagna, in un pensionato molto chic per caramelle e dolci d’annata.

Ben presto si diffuse la notizia che le caramelle di Mario non erano avariate e che non c’erano vermi nella sua pasticceria. I clienti tornarono a chiedergli dolci e pasticcini più di prima, tanto che riaprì il negozio dopo appena un mese.

Gli affari andavano a gonfie vele.

Ecco, finisce qui la storia delle sorelle, tutte caramelle, che prima nessuno voleva comprare perché si muovevano, e poi furono comprate proprio per questo.

Erano davvero in gamba, quelle cinque sorelle.

Tutte. Tutte. Tutte. Tutte. Tutte. Tutte. Tutte. Tutte. Tutte. Tutte. Tutte. Tutte. Tutte. Tutte. Caramelle.

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