14Feb
2013
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Il gatto senza stivali e il gemello impostore

Fiaba di: Martina Vecchi

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La fiaba

Emidio, il celebre gatto con gli stivali, era stufo marcio di stare in una favola.

Sempre la stessa storia, che barba!

Non aveva mica nulla contro i bambini, intendiamoci. Però si annoiava. E parecchio.

Sarebbe voluto partire per una meta esotica e calda, magari i Caraibi o il Madagascar, e starsene in panciolle tutto il giorno, dondolandosi su un’amaca con uno stuzzicadenti in bocca e un cappello di paglia sugli occhi, a sonnecchiare.

Avrebbe dormito e mangiato. Mangiato e dormito. E null’altro.

Però nella vita reale bisogna lavorare. E lavorare costa fatica. Soprattutto per un gatto peloso e frustrato.

Il marchese di Carabàs, padrone del castello nel quale viveva, aveva dato lo sfratto a Emidio perché il gatto non dava più la caccia ai topi. Era diventato molto schizzinoso, questo gatto. Mangiava solo carne scelta di vitellone di prima qualità.

Durante il suo periodo d’oro di stravizi si era abituato così.

Inizialmente il Marchese pensava che fosse una condizione passeggera, un momento critico, ma provvisorio. Invece il gatto Emidio ci aveva preso gusto e si faceva servire e riverire.

La principessa Teresa adorava quel micione, lo straviziava, e così la servitù.

Il Marchese era esasperato.

Poi erano arrivati i tempi davvero duri, per Emidio.

A forza di mangiare si era appesantito, e non riusciva più a saltare e correre come prima.

Il problema più grosso erano gli stivali.

Da secoli le sue povere zampe camminavano e correvano in quei vecchi stivalacci sformati, scoloriti e con la suola consumata. Gli erano venuti i calli, povero gatto, e tutte le sere al ritorno dal lavoro era costretto a farsi un pediluvio (anzi, uno zampiluvio) con i sali emollienti e rinfrescanti.

Il fatto è che un modello di stivale come il suo non era più in commercio da chissà quanto tempo, adesso erano disponibili certe scarpe stranissime improponibili, soprattutto per un gatto, e il nostro eroe non sapeva che pesci pigliare. Un giorno provò a indossare gli stivali, ma a metà strada questi si ruppero. Si era staccata la suola e il gatto, che non aveva mai camminato scalzo, si scorticò le zampette con i sassolini e la ghiaia.

Il micio Emidio cominciò a guardare le scarpe ai piedi dei bambini. Notò che erano sneackers di vario tipo, e sembravano molto comode e morbide, e anche leggere.

Perché non provare? Si recò in un negozio di calzature lì vicino, e si fece dare alcune paia di scarpe da tennis da provare. Ne scelse un paio bianche e rosse, molto comode, con i lacci lunghi. Le pagò profumatamente, i suoi pochi risparmi, ma ne valse la pena.

Sfrecciò come non aveva mai fatto in tutto quel tempo, e si sentì più giovane.

Era pronto per ricominciare a procacciarsi il cibo, ma stavolta senza stivali. D’ora in poi sarebbe stato il gatto con le scarpe da ginnastica.

E gli stivali?

Emidio se ne sbarazzò il prima possibile, abbandonandoli nei pressi di un acquitrino che veniva abitualmente utilizzato come discarica dagli abitanti del bosco, e spesso frequentato da rigattieri e robivecchi, che speravano di trovarci qualcosa di utile da rivendere in giro.

Però.

Però si dà il caso che Emidio il gatto non fosse solo, quel giorno, come credeva.

Una figura leggera e baffuta si era acquattata dietro a un cespuglio per spiarlo. Aveva visto il disprezzo col quale il nostro gatto aveva scaricato i vecchi, ormai inutili stivali, e non aveva perso tempo: non appena Emidio se ne fu andato ZAC! Si prese gli stivali e se la svignò.

Emidio nel frattempo sbarcava il lunario lavorando come inserviente-cuoco in un’osteria di infimo livello, ma cucinava male ed era maldestro. Lo licenziarono. Era malnutrito e depresso. Aveva accettato anche di partecipare alla Fiera della Fiaba, abbastanza deludente però, perché nessuno lo aveva riconosciuto, adesso che era senza stivali.

“Uffa, tu guarda il mondo, basta cambiare scarpe e non sei più famoso”.

Un capannello di persone si era riunito attorno a una grande piattaforma dalla quale proveniva il suono della banda del paese, che accompagnava l’entusiasmo degli spettatori e i loro applausi.

Grida divertite e bambini in festa.

Una vocetta melensa, molto simile a un miagolio ruffiano, catturò l’attenzione del micio.

Emidio s’incuriosì: cosa poteva mai destare l’interesse della folla in una fiera tanto piatta e noiosa?

Decise di andare a vedere. Con un balzo felino sovrastò il cappello a punta della Bella Addormentata e si piazzò sul ramo di un albero, per dominare meglio la situazione.

Lo spettacolo che divertiva tanto la gente per poco non fece cascare il povero Emidio giù dal ramo.

Un bel gatto grigio striato, con la coda pelosa e morbida, e dei lunghi baffi, era travestito da menestrello e suonava il mandolino e il tamburello cantando canzonette divertenti.

Ciò che sconvolse Emidio furono due dettagli:

1) Gli stivali che indossava quel gatto. Identici a quelli che lui aveva abbandonato senza pietà nel fango pastoso dell’acquitrino. Marrone sbiadito, consunti e logori. E il buco. Il buco in corrispondenza dell’alluce destro. Lo stesso buco.

2) Il gatto che li indossava era Emidio spiccicato. Grigio uguale. Striato uguale. Con la stessa coda pelosa. E gli stessi baffoni. E…… Oddio. Gli occhi bicolori. Uno verde e uno giallo.

Emidio scese con un balzo giù dall’albero, la mente attraversata da un turbinio di pensieri fumosi.

Il panico lo attanagliò.

“Ma questo chi è?!………….”.

Emidio non ci pensò due volte e balzò sulla piattaforma, sferrando una zampata al suo sosia che, incredulo e stranito, cascò a pancia all’aria tra la stupefazione dei presenti.

-Come si permette, come si permette!- sibilò Emidio- Chi è lei, si qualifichi! Mi ridia gli stivali, sono miei! Io sono il vero Gatto con gli Stivali! Sono io!-

Immediatamente Emidio si sentì sollevare da terra e in pochi secondi realizzò che due bestioni, probabilmente due Orchi della sicurezza, lo stavano trascinando lontano. Lo fecero cadere a terra con un tonfo e tornarono indietro, per assicurarsi che il finto Gatto con gli Stivali fosse incolume.

Quest’ultimo lanciò a Emidio un’occhiata beffarda e trionfante, gongolando tra gli applausi del pubblico.

Un impostore. Un ladro di identità.

“Devo chiamare la polizia. Sono stato derubato della mia identità. Del mio ruolo. Sono io, quello autentico.

Io sono il vero Gatto con gli Stivali!”

Se non fosse stato per un piccolo particolare, una sciocchezza.

Gli stivali.

– Per mille topi!- tuonò Emidio- accidenti a quei maledetti stivali! Tutta colpa loro!-

Il gatto era angosciato e incollerito.

Vagò in preda allo sconforto per tutto il bosco, non sapendo che pesci pigliare.

Ormai era tutto finito. Non aveva un lavoro. Aveva fame. Stava dimagrendo.

Verso sera prese una decisione.

Si sarebbe recato al castello del marchese di Carabàs e gli avrebbe spiegato la situazione. Si sarebbe scusato, profondendosi in mille inchini, avrebbe supplicato il Marchese di riassumerlo, anche se la sola idea di ricominciare a cacciare topi lo disgustava.

Avrebbe messo in guardia il Marchese dalla presenza di un gatto impostore, identico a lui, che si aggirava per il bosco e si divertiva a prenderlo in giro e a farsi spacciare per Emidio. Il Marchese, impietosito, l’avrebbe riaccolto e tutto sarebbe tornato come una volta.

Sulla strada di casa, però, Emidio fu colto da un dubbio.

Aveva uno strano presentimento. E non gli piaceva per nulla.

Si affrettò verso il castello e con pochi balzi raggiunse l’entrata di servizio. Anzi no, meglio il portone principale, voleva fare un’entrata d’effetto.

Bussò e venne ad aprire Romilda, la servetta fedele, piccola e bianca, con la solita aria deferente che subito si tramutò in espressione perplessa, vedendo Emidio.

– Il signore desidera?- domandò la serva.

– Buonasera Romilda…… Non mi riconosce?- domandò con voce tremula Emidio.

– Mi perdoni, ma.. no, non direi. Anche se assomiglia in modo sconcertante a….-.

– Al Gatto con gli Stivali?- concluse la frase Emidio, con la morte nel cuore.

– Beh, in effetti sì, non pensavo che Emidio avesse fratelli-.

“Fratelli?” pensò il micio tra sé e sé.

– Guardi, Romilda, c’è stato un terribile equivoco, Emidio sono io! Sono io, il Gatto con gli Stivali!-.

– Lei?! Ma mi faccia il piacere, con quelle scarpe da ginnastica! Sciò, gattaccio, tornatene da dove sei venuto!-.

– No Romilda, aspetti, è tutto un terribile equivoco, mi faccia parlare col padrone, la prego!-.

– Il padrone non riceve impostori – Romilda sbatté il portone con un tonfo sordo.

“Ma l’impostore è…” Emidio sentì un miagolio acuto provenire dalla sala passatempi, stanza che un tempo aveva frequentato parecchio, giocando con un gomitolo davanti al fuoco.

Emidio zompò davanti all’enorme finestra, che però aveva le tende tirate. Dall’esterno non si capiva granché. Uno spiraglio di luce però permise al micio di sbirciare dentro.

E quello che vide fu la conferma del suo brutto presentimento.

Un gatto identico a lui, che indossava un paio di stivali era intento a conversare amabilmente col marchese di Carabàs, sprofondato nella poltrona di Emidio, fumando un sigaro.

“NO…Si è preso anche la mia poltrona preferita…”.

Il gatto impostore stava evidentemente ridefinendo i termini del contratto, ottenendo un impiego al posto suo.

“Sta usurpando il mio ruolo.. Devo assolutamente fare qualcosa……”

Nei giorni successivi Emidio cercò di pensare al da farsi, nonostante la sua mente fosse ottenebrata dai pensieri più cupi.

Se l’era voluta. D’altronde era lui ad aver deciso di vivere da gran signore e farsi mantenere senza nemmeno faticare un minimo per cacciare i topi. Si trattava sicuramente di una punizione divina.

Da solo non avrebbe potuto cavarsela. Non aveva prove a suo favore, gli stivali erano la sua unica speranza, ma erano finiti nelle zampe sbagliate.

Un momento però: una persona c’era, anche se finora non ci aveva proprio pensato.

La moglie del marchese di Carabàs.

La principessa Teresa.

Un’adorabile fanciulla, sempre affettuosa, non aveva potuto evitare la decisione del marito di cacciare Emidio e, pur con immenso strazio, aveva dovuto acconsentire.

Emidio sapeva dalle voci che correvano in paese che Teresa si trovava al momento a Parigi per farsi confezionare su misura la nuova collezione di abiti primavera- estate.

Dunque era lontano. Dunque non sapeva nulla di tutta la storia.

E dunque se Emidio fosse riuscito a intercettarla al suo ritorno e a parlarle per primo, sarebbe riuscito a convincerla. E la questione si sarebbe risolta. E avrebbero vissuto tutti felici e contenti.

Emidio aveva ancora qualche informatore giù in paese, presso la Bettola del Gatto Losco, e riuscì a sapere la data del ritorno di Teresa.

Una settimana esatta più tardi, un soleggiato giovedì di marzo, alle nove del mattino in punto, Teresa Do rotea Dall’Olmo scendeva dal taxi seguita da due dame di compagnia e dal fedele servitore Armando, carichi di pacchi e pacchetti e pacchettini.

Teresa era raggiante: si era rifatta il guardaroba e non vedeva l’ora di indossare i nuovi abiti e portare al castello una ventata di allegria, che era proprio ciò che ci voleva.

Da un po’ di tempo, infatti, il marchese di Carabàs, suo marito, era burbero e di cattivo umore.

La Principessa stava già immaginando il cappellino da abbinare alla flanella leggera dell’abito celeste, quando un sussurro attirò la sua attenzione.

-Psssssst!-.

-Ma cosa…?-.

-Psssssst! Principessa!-.

Teresa si guardò intorno, ma non vide nessuno.

-Sono qui, principessa! Dietro l’albero..-.

Teresa pregò i suoi servitori di attenderla un istante.

Lo riconobbe subito. Un bel po’ dimagrito, però.

– Emidio, sei tu! Quanto tempo!- Teresa si commosse e lo stesso Emidio, che mai avrebbe tradito il suo orgoglio felino, provò un tuffo al cuore.

– Dimmi Emidio, come te la passi? Hai una pessima cera, povero gatto.. Mi sento così in colpa…-.

– La colpa non è sua, mia cara principessa, ma della mia pigrizia e della mia vanità, che mi hanno portato più volte fuori strada- rispose saggio il gatto.

– Ma ti prego, fammi compagnia al castello, sono sicura che quando il Marchese ti vedrà in queste condizioni non potrà negarti un letto e un pasto caldo-

– Oh no, Principessa, al castello no! Vede, c’è una cosa che dovrei raccontarle.. Si tratta di una questione molto grave.. .La prego, sediamoci su quella panchina a parlare..-.

Ed Emidio si lanciò in un lungo e colorito resoconto di ogni singolo particolare della sua sventura, suscitando nell’animo delicato e misericordioso della Principessa sdegno e commozione, pena e compassione.

Bussarono al portone del castello.

Romilda si affrettò ad aprire con quei suoi passetti leggeri.

– Principessa!-.

– Buongiorno Romilda, come va?-.

– La attendevamo con ansia, pensavamo sarebbe tornata per le nove, temevamo in un assalto dei briganti… Il Marchese è uscito a chiedere notizie in paese..-.

– Oh, c’è stato un piccolo contrattempo, ma nulla di grave. Niente briganti, solo l’incontro fortuito con un vecchio conoscente..-.

– L’importante è che si sia risolto, principessa. Ma venga, sarà stanca, vorrà riposarsi un attimo in salotto.. Le faccio portare la sua solita acqua zuccherata?-

– Oh no, non occorre, grazie Romilda, preferisco scaricare le valigie e riporre i miei acquisti-

– Ma sì, certo, la aiuto….. Accidenti però, quanto pesa questa valigia! Mi permetta se glielo domando, non ci avrà mica nascosto un barboncino..? Lo sa che il Marchese è allergico..-.

-Ehm, no no no, non si preoccupi, Romilda, nessun barboncino, solo troppi cappellini. Non si disturbi, questa valigia la porto su io..-.

– Ancora un attimo di pazienza, Emidio-.

Teresa entrò velocemente nella sua camera e aprì la pesante valigia. Emidio uscì con un balzo.

– Finalmente, non ne potevo più! Ci si asfissia lì dentro..-.

– Ssstt, zitto, che potrebbero sentirti! E’ meglio essere prudenti, se non vogliamo mandare a monte il nostro piano…-.

Quando il Marchese arrivò, Teresa era già a tavola ad attenderlo per il pranzo.

– Vedo che ci sono novità. Durante la mia assenza ti sei riavvicinato a Emidio. Bene, marito mio, lo sai che sono sempre stata affezionata a questo gatto-.

– Diciamo che gli ho dato la possibilità di riscattarsi, e poi lo sai meglio di me, non riusciamo a trovare una soluzione migliore per quei topacci, addirittura adesso mi sembra di sentirli zampettare in soffitta..-.

-Principessa, mi dica, come ha trascorso questa vacanza? Com’è stato il suo soggiorno parigino?-.

Domandò il gatto impostore. Teresa rabbrividì. Addirittura la voce era spaventosamente simile a quella di Emidio. Nessuno si sarebbe mai accorto dell’inganno, si somigliavano come due gocce d’acqua. Solo lei, Teresa, il suo affetto e la sua sensibilità femminile, le avevano permesso di riconoscere certi piccoli comportamenti grossolani, come quello di appoggiare le zampe sul tavolo.

Il vero Emidio era un gentilgatto, non avrebbe mai commesso un simile errore.

D’altronde suo marito, il Marchese, era troppo superficiale per prestare attenzione al comportamento di un gatto.

Era giunto il momento.

-Dato che il Marchese ti ha accolto nuovamente in questo castello, con la mia totale approvazione, del resto, ho pensato di far preparare dalla cuoca il tuo dessert preferito…… Fragole con panna. Che ne dici Emidio?-

-Quale onore principessa, la ringrazio immensamente- rispose l’impostore con un goffo inchino e malcelata ingordigia.

Il gatto si tuffò sulla coppa di fragole con panna e mangiò avidamente, ormai incurante delle buone maniere e dell’etichetta.

Qualcosa nella mente del Marchese scattò.

Una piccola, impercettibile reminiscenza.

– Ohibò, Emidio. Ero convinto fossi allergico sia alle fragole che alla panna-

Il gatto si bloccò per un nanosecondo. Né il Marchese né i servi lo notarono.

Ma Teresa sì.

– Ehm, ma no signore. Probabilmente si confonde con qualcuno della servitù.. In effetti, ho avuto dei problemi di colite qualche tempo fa..-.

– Sarà sicuramente così- concluse il Marchese, placido.

Il gatto impostore si avventò nuovamente sulle fragole.

Eppure.

– Eppure – riprese dopo poco il Marchese- mi ricordo perfettamente quello spaventoso episodio in cui tu, Emidio, ignaro della tua allergia, consumasti con soddisfazione una coppa di panna e fragole e immediatamente ti gonfiasti come un pallone, e ti si strabuzzarono gli occhi, e dovemmo chiamare di corsa un medico. Da allora non abbiamo più servito panna e fragole-.

-Ma, ma.. Ehm, ma..-.

-MA LO SO IO!- sbottò Teresa come una furia – Tu, marito ingenuo, questo non è il nostro gatto! Il nostro Gatto, capisci? Lui è un impostore! Entra pure Emidio!-.

Il vero Gatto comparve sulla soglia della sala da pranzo in tutta la sua magrezza. La somiglianza tra i due felini era incredibile.

– Oh, Gesù! – esclamò Romilda. E poi svenne.

– Presto, portate i sali! – comandò imperiosa la principessa. Il Marchese era letteralmente senza parole. Riusciva solo ad aprire e chiudere la bocca, senza emettere alcun suono, come i pesci.

Nel trambusto generale, il gatto impostore cercò di balzare sul davanzale per poi svignarsela con un vero scatto felino.

– Fermate quel gatto!- Il Marchese ordinò, dopo essersi ripreso.

Due servitori bloccarono la fuga. Il gatto impostore si accasciò sul pavimento.

– Pensavi di farla franca, eh? Fetido ingannatore…-.

– Ecco, io.. Posso spiegare tutto.. Posso.. Spiegare tutto- e scoppiò in lacrime feline.

La storia era alquanto curiosa e contorta: Musa la micia grigia aveva avuto un parto lungo e pesante.

Erano nati quattordici gatti, di cui due gemelli. Erano proprio uguali uguali. Tutti i micini erano stati separati poco dopo la nascita, e affidati a diversi destini. Anche i due gemelli, Emidio ed Euclide, erano stati allontanati. Solo uno dei due però, Emidio, dopo varie vicissitudini nella sua vita, aveva avuto fortuna finendo al castello.

Euclide, poveraccio, aveva fatto la fame, e per tutta la vita aveva vissuto all’ombra del gemello fortunato, covando rabbia e rancore. Ma la ruota gira.

Ed Euclide aveva visto quel paio di stivali, e aveva colto la palla al balzo.

Finalmente si sarebbe vendicato del fratello fanfarone, pigro e viziato, e avrebbe avuto del pesce tutti i giorni, e avrebbe cacciato topi, e… Ma adesso era pentito. In fondo voleva bene al fratello, e vederlo così sciupato lo faceva sentire in colpa.

Teresa si impietosì. Non avrebbe voluto, ma non seppe trattenersi. Come si può rimanere impassibili di fronte a un gatto che piange?

– Fratello mio! – I due gemelli si abbracciarono, dimentichi dell’odio passato e ormai ricongiunti.

– Che ne sarà di me, adesso? – chiese Euclide.

– Beh, una soluzione ci sarebbe… – suggerì Teresa.

E non dite che le storie a lieto fine non esistono più.

I due gatti gemelli rimasero assieme al castello, firmarono un contratto a tempo indeterminato, assunti per dar la caccia ai topi e ad allietare le giornate dei coniugi marchesi facendo le fusa. E vissero sul serio felici e contenti.

Che ne fu degli stivali?

Beh, poiché i gatti erano due e gli stivali solo un paio, all’inizio si pensò di gettarli via definitivamente.

Ma Teresa, come al solito, proprio non riusciva a separarsi dalle cose, e decise di utilizzarli come porta-oggetti. Uno stivale divenne un singolare cesto per il cucito, mentre il destro, quello col buco, diventò un porta-vaso di fiori.

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