02Dic
2016

La prima fiaba

Fiaba di: Ilaria

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La fiaba

Quella era stata davvero una pessima giornata per il piccolo Knut; oltre alla pioggia fitta e grigia che lasciava intravedere poco o nulla tra gli alberi fitti della foresta, ci mancava solo la sua mira scadente: la sua preda gli era sfuggita così tante volte da diventare lo zimbello della tribù quel giorno, quando era ritornato alla caverna con le punte delle frecce e della lancia spuntate e storte.

Quando calò la sera, la mamma e il papà lo trovarono rannicchiato vicino al fuoco con le braccia intorno alle gambe e il mento appoggiato sulle ginocchia a fissare le fiamme arancioni che danzavano davanti a lui, quasi cercassero di tirarlo su di morale.

Con la sua solita dolcezza, la mamma riuscì a farsi raccontare cosa fosse andato storto quel giorno e lo abbracciò per incoraggiarlo; il papà disse invece che il giorno successivo sarebbe andata meglio e che lo avrebbe accompagnato lui stesso, se Knut voleva ovviamente. Il piccolo acconsentì e coprendosi con la sua pelliccia quella sera si addormentò sereno, pensando che il giorno dopo sarebbe stato migliore sicuramente.

Il mattino però lo svegliò con un rombo assordante di tuono e un’umida e fredda pioggia fitta di nuovo. Knut guardò sconsolato il cielo grigio, ma quando il papà disse che sarebbero andati comunque si tranquillizzò. Si sedette quindi in fondo alla caverna e iniziò a cambiare le punte alle frecce e alla lancia, affilandole poi contro la parete di pietra perché risultassero infallibili stavolta.

Uscirono quindi camminando di buon passo verso la foresta, risultando zuppi dopo pochi metri. Nonostante la pioggia ancora più fitta del giorno precedente, il piccolo Knut aguzzò la vista per cogliere il minimo movimento di una preda tra il folto dei rami e cespugli intricati.

Intorno si udiva solo lo scroscio delle pesanti gocce d’acqua sulle foglie e le fronde. A un certo punto vide un cespuglio scuotersi come se ci fosse un animale nascosto dietro o al suo interno: fece un cenno del capo a suo papà e, quatto quatto, si avvicinò al cespuglio con la lancia in mano pronta a colpire.

All’improvviso un lampo accecante seguito da un forte rombo sovrastò lo scroscio intorno: la preda fuggì impaurita dal folto del cespuglio e iniziò l’inseguimento. Padre e figlio correvano fianco a fianco, schivando rami e saltando radici, affondando nel fango e nei piccoli torrenti di terra che si stavano formando a causa della troppa pioggia.

L’animale, braccato, corse e corse fino a ritrovarsi sopra un masso davanti a una scarpata ripida; a quel punto Knut si fermò e prese la mira, il padre qualche metro alla sua destra intento nella stessa azione..quando ad un tratto la preda, spiccando un balzo, saltò nel dirupo su un masso poco sotto alla cima e continuò a spostarsi velocemente allontanandosi il più possibile dai due cacciatori. E lo fece proprio nel momento in cui il terreno iniziò a cedere sotto il peso della pioggia,iniziando a franare in fango e poltiglia creando un vero e proprio torrente marroncino e grigio che separò Knut dal papà, nascondendo l’uno alla vista dell’altro, divisi da cespugli e detriti che il torrente fangoso trascinava con sé.

Il piccolo Knut si aggrappò a un albero dalle profonde radici e aspettò tremando di paura e angoscia che la tempesta e la pioggia cessassero, preoccupato di sapere dove fosse il papà e sperando con il tutto cuore che avesse trovato anche lui un appiglio sicuro. Quando ormai il cielo stava volgendo al nero della notte, la pioggia ancora cadeva anche se non fitta come prima; Knut allora, vedendo che l’imbrunire iniziava a confondere troppo i contorni di ciò che lo circondava, scese dall’albero con cautela e iniziò il ritorno alla caverna, puntellandosi con la lancia mente attraversava la foresta a ritroso tra fango e piccoli rigagnoli scivolosi di melma.

Quando giunse a casa era ormai stremato; ma quando vide che il papà non era ancora tornato, lo sgomento lo fece quasi barcollare, e cadde in ginocchio tra le braccia della mamma piangendo. Anche la mamma era preoccupata per il papà, ma ascoltò in silenzio mentre il piccolo Knut, come un fiume in piena, sfogava e raccontava tra i lacrimoni tutto quello che era successo, fino a quando, abbattuto e frustrato, scagliò la lancia già ammaccata in fondo alla caverna gridando che non sarebbe mai più andato a caccia. La mamma lo portò vicino al fuoco ad asciugarsi e scaldarsi e mentre lo osservava così demoralizzato e impaurito, le venne in mente che forse il rimedio poteva essere distrarlo.

Prese allora un legnetto dal fuoco e disegnò con la sua punta annerita alcune figure sulla parete della caverna; poi intinse l’indice nel succo delle bacche rosse che aveva spremuto quel pomeriggio e aggiunse dei particolari e colorò degli spazi nelle figure. Il piccolo la osservava, le lacrime un po’ meno abbondanti, come la pioggia che ticchettava meno furiosa fuori dalla caverna.

E poi Knut non la udì più nonostante continuasse a cadere, perché la mamma aveva iniziato a parlare; e stava raccontando i disegni che aveva creato. Lo vedeva quel piccolo ometto dai contorni neri e il petto rosso? Ecco, quello era proprio lui, Knut, il coraggioso bambino che stava inseguendo con decisione e costanza la sua preda,raffigurata da una forma tozza con quattro zampe.

Tradurre tutto ciò che la mamma raccontò al suo bambino in quella prima fiaba del mondo è difficile nella lingua primitiva; ma ciò che è certo è che il piccolo Knut si calmò e si addormentò con un lieve sorriso tra le braccia della mamma mentre fuori dalla caverna, finalmente, ora si potevano vedere le stelle brillare dolcemente, tanto da riuscire a guidare il papà, che si era riparato fino allora in un albero cavo, fino a casa.

E sicuramente, il giorno dopo tornarono a cacciare, dopo aver fabbricato nuove armi … e guardando ogni tanto le figure dipinte dalla mamma quella sera di tempesta, per ritrovare coraggio in caso venisse meno, e chiedendole ogni tanto di crearne di nuove, o di raccontare di nuovo la prima fiaba.

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