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Tutte le fiabe della categoria "Fiabe classiche"

Le fiabe classiche costituiscono la memoria storica della traduzione popolare, con grandi autori che le hanno raccolte e tramandate fino a noi.

Dai fratelli Grimm a Perrault, da Straparola a La Fontaine, dai tempi di Esopo e Fedro alla modernità di Italo Calvino.

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Canto di Natale

Marley, prima di tutto, era morto. Niente dubbio su questo. Il registro mortuario portava le firme del prete, del chierico, dell’appaltatore delle pompe funebri e della persona che aveva guidato il mortoro. Scrooge vi aveva apposto la sua: e il nome di Scrooge, su qualunque fogliaccio fosse scritto, valeva tant’oro. Il vecchio Marley era proprio morto per quanto è morto, come diciamo noi, un chiodo di porta.

Badiamo! non voglio mica dare ad intendere che io sappia molto bene che cosa ci sia di morto in un chiodo di porta. Per conto mio, sarei stato disposto a pensare che il pezzo più morto di tutta la ferrareccia fosse un chiodo di cataletto. Ma poiché la saggezza dei nostri nonni sfolgora nelle similitudini, non io vi toccherò con sacrilega mano; se no, il paese è bell’e ito. Lasciatemi dunque ripetere, solennemente, che Marley era morto com’è morto un chiodo di porta.

Canto di Natale

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Il Natale di Martin

In una certa città viveva un ciabattino, di nome Martin Avdeic. Lavorava in una stanzetta in un seminterrato, con una finestra che guardava sulla strada. Da questa poteva vedere  soltanto i piedi delle persone che passavano, ma ne riconosceva molte dalle scarpe, che aveva riparato lui stesso. Aveva sempre molto da fare, perché lavorava bene, usava materiali di buona qualità e per di più non si faceva pagare troppo.

Anni prima, gli erano morti la moglie e i figli e Martin si era disperato al punto  di rimproverare Dio. Poi un giorno, un vecchio del suo villaggio natale, che era  diventato un pellegrino e aveva fama di santo, andò a trovarlo. E Martin gli aprì il suo cuore.

– Non ho più desiderio di vivere – gli confessò. – Non ho più speranza.

Il Natale di Martin

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Il giovane re

Era la sera che doveva precedere l’incoronazione, e il giovane Re sedeva solitario nella sua bellissima stanza. I cortigiani avevano già preso tutti congedo inchinandosi, piegando il capo sino a terra, secondo il cerimoniale dell’epoca, e si erano ritirati nella Grande Sala del Palazzo per ricevere le ultime istruzioni dal maestro di cerimonie, poiché alcuni tra essi avevano modi ancora troppo naturali, il che, devo dire, è un grave difetto per un cortigiano

Al ragazzo, giacché era ancora un ragazzo – non aveva che sedici anni – non dispiaceva affatto che se ne fossero andati, e, con un profondo sospiro di sollievo, si era buttato sui morbidi cuscini del suo divano ricamato, giacendo così a occhi spalancali e labbra socchiuse, simile a un bruno Fauno dei boschi, o a qualche giovane animale della foresta impigliato nelle trappole dei cacciatori.

In realtà erano stati proprio i cacciatori a scoprirlo, mentre nudo con uno zufolo in mano, seguiva il gregge del povero capraio che lo aveva allevato e di cui egli aveva sempre credulo essere il figlio. Era invece il bambino segreto dell’unica figlia dei Re e di un giovane di condizioni issai inferiori – alcuni dicevano fosse uno straniero che aveva indotto la Principessa ad amarlo usando la magica musica del suo liuto; altri invece parlavano di un artista di Rimini al quale la Principessa aveva dimostrato molto, forse troppo onore, e che improvvisamente era scomparso lasciando il lavoro che stava eseguendo nella Cattedrale incompiuto.

Il giovane re

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Vasilisa la bella

In un certo reame, in uno stato remoto, viveva un mercante. Visse per dodici anni con la moglie ed ebbe soltanto una figlia, Vasilisa la bella. Quando la madre dovette morire, la ragazza aveva otto anni.

Nel morire, la mercantessa chiamò la figlia, tirò fuori dalla coperta una bambola, gliela diede e disse:”Ascolta, Vasilisucka! Ricorda le mie parole, fa’ come ti dico. Io sto morendo e con la mia benedizione materna ti lascio questa bambola. Conservala bene e non mostrarla a nessuno; quando ti capiterà qualche guaio, dalle da mangiare e chiedi il suo consiglio. Lei, dopo aver mangiato, ti dirà come avere aiuto”. Dopo di che la mercantessa baciò la figlia e morì.

Vasilisa la bella

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L’amico devoto

Una mattina il vecchio topo di fogna sporse la testa fuor della tana: aveva gli occhietti acuti scintillanti, due ispidi baffi e una lunga coda nera che sembrava di gomma. Nello stagno gli anatroccoli, gialli come canarini, nuotavano qua e là, e mamma anatra, che aveva le piume d’un candore abbagliante e le zampe d’un bel rosso vivo, insegnava loro a tenersi con la testa alta nell’acqua.

“Non potete entrare mai nella buona società, se non sapete tenere alta la testa” continuava a dire, e ogni tanto mostrava con l’esempio come dovevano fare. Ma gli anatroccoli non le davano retta, perché erano così giovani da non capire quale vantaggio fosse l’essere ammessi nella buona società.

“Che figlioli disubbidienti!” gridò il vecchio topo, “non meritano proprio di essere annegati”.

“Niente affatto” rispose l’anatra, “da principio, tutti dobbiamo imparare, e i genitori non sono mai abbastanza pazienti”.

L’amico devoto

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L’usignolo e la rosa

– Ha detto che ballerà con me se le porterò delle rose rosse – si lamentava il giovane Studente – ma in tutto il mio giardino non c’è una sola rosa rossa.

Dal suo nido nella quercia lo ascoltò l’Usignolo, e guardò attraverso le foglie, e si meravigliò:

– Non ho una rosa rossa in tutto il mio giardino! – si lamentava lo Studente, e i suoi begli occhi erano pieni di lacrime.

– Ah, da qual sciocchezze dipende la felicità! Ho letto gli scritti di tutti i sapienti, conosco tutti i segreti della filosofia, ciononostante la mancanza di una rosa rossa sconvolge la mia vita!

– Ecco finalmente un vero innamorato – disse l’Usignolo. – Notte dopo notte ho cantato di lui, nonostante non lo conoscessi: notte dopo notte ho favoleggiato la sua storia alle stelle, e ora lo vedo. I suoi capelli sono scuri come i boccoli del giacinto, e le sue labbra sono rosse come la rosa del suo desiderio; la sofferenza ha reso il suo volto simile a pallido avorio e il dolore gli ha impresso il suo sigillo sulla fronte.

L’usignolo e la rosa

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Il principe felice

Alta sulla città, in cima ad un’imponente colonna, si ergeva la statua del Principe Felice. Lui era tutto coperto di sottili foglie d’oro finto, come occhi aveva due zaffiri lucenti, e un grande rubino rossi… Il principe felice

gigante egoista

Il gigante egoista

Tutti i pomeriggi, quando uscivano dalla scuola, i bambini avevano l’abitudine di andare a giocare nel giardino del Gigante.

Era un giardino spazioso e bello, con morbida erba verde. Qua e là sull’erba si trovavano bei fiori come stelle, e vi erano dodici peschi che a primavera si aprivano in delicate infiorescenze rosa e perla, e in autunno portavano ricchi frutti. Gli uccelli posati sugli alberi cantavano in così dolci suoni che i bambini solevano interrompere i loro giochi per ascoltarli. – Come siamo felici qui! – gridavano l’un l’altro.

Il gigante egoista

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Giove e i fulmini

Giove un dì dall’alto scanno,
i peccati rimirando,
che dagli uomini si fanno,
– Fino a quando, – prese a dire, –
questa razza soffrirò?
D’altra gente riempire
men noiosa il mondo io vo’ -.

E a Mercurio: – Va’, precipitati
all’inferno,
e la più feroce tirane
delle Furie e fa’ che tutta
questa gente sia distrutta
in eterno -.
Ma il comando non finì
che il buon padre si pentì.

Giove e i fulmini

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Il leone e il moscerino

– O tristo insetto, o fango della terra,
vanne lungi, – un Leon così dicea,
rivolto a un Moscherin, che rispondea
per vendicarsi e per sfidarlo a guerra:

– Pensi tu che il tuo titolo di re
possa indurre paura in un par mio,
che traggo un bue più grosso anche di te
a far come vogl’io? -.

E detto questo, soffia nella tromba,
piglia il campo, e soldato e insiem trombetta,
sopra il Leone piomba
e dapprima sul collo lo saetta.

Il leone e il moscerino