06Mar
2011

Il rasoio vanitoso e borioso

Fiaba di: Redazione

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La fiaba

Uscendo un giorno il rasoio di quel manico col quale si fa guaina a sé medesimo, e postosi al sole, vide lo sole ispecchiarsi nel suo corpo: della qual cosa prese somma groria, e rivolto col pensiero indirieto, cominciò con seco medesimo a dire:  “Or tornerò io più a quella bottega, della quale novamente uscito sono? Certo no. Non piaccia agli Dei, che sì splendida bellezza caggia in tanta viltà d’animo! Che pazzia sarebbe quella la qual mi conducessi a radere le insaponate barbe de’ rustichi villani e fare sì meccaniche operazione? Or è questo corpo da simili esercizi? Certo no. Io mi voglio nascondere in qualche occulto loco, e lì con tranquillo riposo passare la mia vita”.

E così, nascosto per alquanti mesi, un giorno ritornato all’aria, e uscito fori della sua guaina, vide sé essere fatto a similitudine d’una rugginente sega, e la sua superficie non ispecchiare più lo splendente sole.

Con vano pentimento indarno pianse lo inreparabile danno, con seco dicendo:  “O quanto meglio era esercitare col barbiere il mi’ perduto taglio di tanta sottilità. Dov’è la lustrante superfizie? Certo la fastidiosa e brutta ruggine l’ha consumata”.

Questo medesimo accade nelli ingegni, che ‘n iscambio dello esercizio, si danno all’ozio, i quali, a similitudine del sopraddetto rasoio, perde la tagliente sua suttilità e la ruggine dell’ ignoranzia guasta la sua forma.

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