Tutte le fiabe che parlano di "fata"
La più completa raccolta di fiabe, favole e racconti brevi che parlano di "fata", tra le migliaia inviate da tutti gli autori di "Ti racconto una fiaba".
Silvì, la fatina del bosco
Lontano nel tempo e lontano dai villaggi popolati da, donne, contadini, bambini, principi, re e regine, si stendeva vasta e maestosa una meravigliosa foresta.
I suoi alberi toccavano il cielo, le loro fronde accarezzavano il sole mentre la brezza giocava con le foglie sue più tenere.
Anche questa, come il villaggio era abitata ma il suo popolo era invisibile agli occhi degli umani e aveva l’importante compito di vigilare attento su tutto ciò che accadeva al suo interno specialmente quando la gente del villaggio si avventurava lungo i sentieri stretti e sinuosi .
I misteriosi abitanti della foresta erano le splendide fate silvane che si nutrivano della linfa vitale delle piante e si ricaricavano di energia con i caldi raggi del sole .
Le torte ingrassanti
Fiaba di Emma Tartaglione
C’era una volta un villaggio dove gli abitanti si vestivano con delle tuniche molto lunghe e colorate ed erano sempre allegri. Un giorno però in questo villaggio
arrivò una regina molto perfida che comandò a tutti i suoi sudditi di festeggiarla un giorno a settimana.
La domenica tutti i cittadini del villaggio erano obbligati a fare festa alla regina e dovevano mangiare torte, pasticcini, cioccolata…
Mangiavano talmente tanto, che erano diventati tutti grossi grossi e, invece di camminare, rotolavano come palle!!!
La Fatina e le Rose
Viveva un tempo, in un bosco incantato, una fatina dallo sguardo dorato. Un giorno di aprile la bella fatina vide una mamma su una stradina piangere lacrime dense e collose, che sulla terra facevano rose. Le rose rosse piano sbocciavano e dalla terra si arrampicavano, si arrampicavano e salivano al cielo a cavalcare l’arcobaleno. La bella fatina era molto ardita, chiese alla mamma tutta compita: “posso aiutarti dolce mammina? Sono la fata della mattina!”
“Oh cara fata” rispose la mamma “viviamo in tre in una capanna, il mio bambino è piccolino non ha vestiti né un giochino. Salta allegro di stanza in stanza e il sorriso certo non manca, gli mancano però tante altre cose e io sono triste come le rose, che vivono un giorno e vanno a morire sotto il cielo intenso di aprile“.
La fatina chiese alla mamma, “su portami alla capanna.Voglio vedere il tuo bambino, guardare i suoi occhi e il suo visino“.
La fata del lago dorato
Al di là delle alte montagne risiedeva un piccolo villaggio denominato “Lago d’oro”.
Al suo centro sorgeva uno specchio d’acqua che irradiato dai raggi del sole gli conferiva il colore dell’oro. Nel villaggio girava voce che nelle profondità di quelle acque giacessero sul fondo molte pepite d’oro.
La voce si sparse in breve tempo, così cominciarono ad arrivare una grande quantità di persone con l’intento di fare fortuna. Ai margini del lago nella sua piccola casa viveva una giovane donna di nome Emma, abitava assieme alla sua famiglia, il marito ed i suoi due figli. Emma conduceva una vita semplice e morigerata, cresceva i suoi bambini come solo una buona madre sa fare.
La fata e la regina
Una regina, accudiva in ansia il piccolo futuro erede, mentre dormiva.
Il bimbo era debole, il medico di corte, aveva detto alla sovrana non sarebbe vissuto a lungo.
La regnante, tutte le notti,accudiva il piccolo, ascoltava il suo respiro Le accade però qualcosa che dal dolore la sollevò.
Una sera, una fata, si presentò al castello; si fece chiamare indovina.
La regina l’ accolse.
“Tuo figlio non morrà nei primi mesi, metti nell’acqua, polvere di propoli, al primo anno di vita. La sua frutta sarà il Lime, dovrà mangiarne tutti i giorni. crescerà sereno, vivrà.”
Gocce di primavera la fata più anziana.
Un tempo Gocce di Primavera, viveva serenamente tra foglie e fiori.
Giocava con la rugiada e la brina. Un giorno la bellissima, fata, si allontanò dal suo territorio, e si trovò disorientata, in un territorio isolato, assolato.
Lì c’era un albero di frutta, i frutti erano invitanti rossi scuri sfiorati dal sole.
Le venne sete ne assagiò uno.
Era dolcissimo, ne avrebbe mangiati altri.
Dopo poco tempo, si senti stanca si sedette sotto l’albero e si addormentò.
Le favole sono stupide?
Era una fredda mattina di dicembre ed Elisa si stava preparando per andare a scuola; frequentava, orgogliosamente, la quarta elementare. Sua sorella Laura, tre anni più piccola, non ne voleva sapere di alzarsi dal letto.
“Fa freddo fuori!” strillava.
“Ma dai Laura!” la incitò la mamma, “Oggi a scuola la maestra Silvia vi legge le favole”
“Le favole sono stupide!” affermò con grinta Laura e si infilò con la testa sotto le coperte.
Elisa intanto aveva finito di bere il suo latte, aveva preparato lo zaino e si era imbacuccata con cappotto, sciarpa e guanti. Sua madre le infilò il berretto di lana, calzandoglielo fin sugli occhi e gridò, per farsi sentire da Laura: “Noi siamo pronte e ce ne andiamo! Qualcun altro vuol venire a scuola?”
Fata fiore
C’era una volta due sorelle rimaste orfane sin dall’infanzia: la maggiore bella quanto il Sole, diritta come un fuso, con una gran chioma che pareva d’oro; la minore così così, né bella né brutta, piccina, magrolina e zoppina da un piede. Per la sorella, non aveva nome: era semplicemente la zoppina.
La vecchia nonna, da cui erano state raccolte in casa, non avrebbe voluto che costei la chiamasse sempre con quel nomignolo:
– Che colpa n’ha, la poverina? È mancanza di carità rammentarle il suo difetto.
– O se è vero ch’ella è zoppina! Non me lo invento io.
E la cattiva rideva, per giunta.
Si fosse pure contentata di maltrattarla con quel nomignolo soltanto! Non sarebbe stato niente, perché la zoppina non se ne faceva, come se non dicesse a lei. Il peggio era che la maltrattava anche coi fatti, quasi non fosse stata dello stesso suo sangue, ma una serva.
La Fata Gelsomina
C’era una volta una contadina che pianse tutte le sue lacrime per la perdita del marito, ma nessuna di esse poté ridarle lo sposo. Così, con il cuore ferito continuò a occuparsi del solo amore rimastole: il loro bambino.
Egli, benché fosse bello come il sole al mattino, aveva un difetto, quello di diventare un mostro appena un no gli veniva detto.
Gli occhi si trasformavano in due uova al tegamino, il naso lungo e rosso tale e quale a un peperoncino.
Le orecchie come cimbali s’ingrandivano e, stonati come coperchi sulla testa, rintronavano.
La bocca spalancava pari a quella dell’ippopotamo che sbadiglia e, i denti, mamma mia, con quelli del pescecane facevano pariglia!
La Mammadraga
C’era una volta una bambina, figlia d’un calzolaio. La madre, cullandola, le cantava sempre:
Dormi, figlia Regina!
Dormi, il Reuccio arriva!
Il marito, battendo le suole le faceva il verso, per ridere:
Dormi, il Reuccio arriva!
Dormi, figlia Regina!
La madre, dopo pochi mesi, morì e il calzolaio riprese subito moglie. Da prima, parve che la matrigna volesse bene alla figliastra. Spesso, accarezzandola, le diceva:
– Ora ti faccio un fratellino.
– Fratellini non ne voglio.
la principessa coraggiosa
C’era una volta una bella principessa di nome Carolina che significa donna libera che viveva in un bel castello dove tutti la trattavano regalmente e facevano tutto al posto suo, Carolina però era una ragazza sportive e per niente vanitosa.
Sembrava un giorno come tutti gli altri, ma nel pomeriggio un forte rimbombare, il sibilare dei serpenti e gli urli delle persone trasformate in pietra sconvolse carolina, era Medusa una creatura che tutti credevano mitologica.
Così Carolina presa dal coraggio afferrò lo scudo di un’ armatura esposta nella libreria,la spada del padre e gli occhiali protettivi del falegniame che lavorava presso loro.Appena mise piede fuori però si accorse che il suo regnio era avvolto dalla tristezza e soprattutto dalla pietra.
Allora Carolina si ingegnò, prese il suo costume di Hallowen da grifone e fece finta di terrorizzare tutti, mentre recitava però incontrò una minuscola fatina che gli donò il potere di guardare Medusa negli occhi e di far tremare la terra, poi le disse di andare al castello dove la aspettava un esercito.
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