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Lo scoiattolo Gigi e la scuola nel parco

Scoiattolo e bambino leggono insieme su una panchina in un parco luminoso circondato da alberi verdi

Lo scoiattolo Gigi trascorreva qualche ora di ogni pomeriggio nella cavità di un albero dove aveva allestito la sua stanza-studio. Abitava ancora con i genitori e i fratelli, ma siccome la casa era troppo rumorosa, quando voleva studiare, fare i compiti oppure leggere un libro in tranquillità si spostava nell’albero adiacente a quello della sua famiglia. Il suo studio, che profumava piacevolmente di resina degli alberi, aveva un aspetto molto accogliente, con la scrivania sistemata accuratamente al centro e tutte quelle mensole piene di libri illustrati che farebbero venire voglia di leggere a chiunque.

Da quando aveva salvato il suo parco dalla distruzione perché era stato capace di leggere un cartello dove si annunciava l’abbattimento di tutti gli alberi per poter costruire un centro commerciale, gli altri scoiattoli lo guardavano con rispetto e non si meravigliavano né disapprovavano più la sua decisione di frequentare la scuola. Anzi, avevano capito l’importanza di saper leggere e scrivere. Così anche a loro veniva voglia di iscriversi a scuola e combattere il loro analfabetismo.

“Gigi, anche a noi piacerebbe frequentare la scuola. Giusto per imparare a leggere e scrivere e magari saper contare un po’. Secondo te ci potrebbero accettare?”, gli chiesero un giorno alcuni suoi amici scoiattoli che erano sempre impegnati a raccogliere le ghiande.

Gigi era felice per questa richiesta. Finalmente tutti lo capivano a meraviglia. Era stato imbarazzante per lui all’inizio dare spiegazioni quando continuavano a chiedergli:

“Ma Gigi, tu sei uno scoiattolo, a che cosa ti serve andare a scuola? Non stai solo sprecando il tuo tempo? Non è più divertente raccogliere le ghiande?”.

“Secondo me se hanno accettato me come alunno accetteranno anche voi. Comunque, ne parlerò con la maestra”, rispose allegramente e tornò saltellando nella cavità dell’albero a studiare.

Quell’anno scolastico si preannunciava molto impegnativo ed erano anche previste delle gare tra scuole a vari livelli e di interesse nazionale. Alla classe migliore sarebbe spettata una vacanza di una settimana nella capitale. Nel caso la vincitrice fosse stata una classe di Roma, avrebbe invece vinto un viaggio a Venezia.

Lo scoiattolo Gigi sognava questo viaggio. Vedere la capitale, il Colosseo, i musei, il Vaticano… Così studiava sodo, ma anche gli altri alunni erano entusiasti di partecipare a questa competizione e pure i genitori desideravano che la classe del proprio figlio vincesse.

Quel giorno lo scoiattolo Gigi chiese alla maestra quello che aveva promesso ai suoi amici scoiattoli.

“Gigi, devo chiederlo al preside perché non posso decidere da sola”, gli disse la maestra perplessa.

In seguito, il preside lo convocò nel suo ufficio.

“Vedi, Gigi, mi dispiace molto ma non possiamo accettare altri scoiattoli nella nostra scuola. Sai, credo che sia fuori regolamento. E poi, al Ministero dell’Istruzione non sanno niente di questa cosa. Ma so anche quanto tu sia bravo in tutte le materie”, gli disse il preside, evidentemente imbarazzato e dispiaciuto.

“Ma come, preside. Non sono d’accordo con lei. Io ho ricevuto una pagella come tutti gli altri e c’era scritto chiaro e tondo: Gigi Scoiattolo, residente in via del Parco”.

“Lo so, Gigi, però non so se hai notato che Scoiattolo è scritto con la S maiuscola. Gigi è il nome e Scoiattolo può essere benissimo un cognome, come ne esistono tipo Riccio, Lupo, Formica… Se ci fossero cento alunni con il cognome Scoiattolo, secondo me, al Ministero si insospettirebbero. Non è un cognome diffuso da queste parti”.

“Ma che cosa vuol dire, preside? Che sono un clandestino?”, chiese Gigi con un filo di voce.

“Non giochiamo con le parole adesso, Gigi. Quello che a te importava veramente era imparare. E in questo stai riuscendo benissimo, ti devo fare i miei complimenti. Sai che ci sono le gare nazionali per vincere il viaggio a Roma. Concentrati adesso su questo. Ai tuoi amici scoiattoli potrai dare tu qualche lezione, magari d’estate quando sei libero”.

“Va bene, preside. Però le dico anche che ho letto bene il regolamento della scuola e parla sempre di alunni. Non si nominano mai ragazzi o ragazze. Un alunno, secondo me, può essere anche un riccio o una farfalla, ma comunque rispetto la sua decisione”, disse rassegnato ed evidentemente deluso.

“Grazie, Gigi, fossero tutti così educati e comprensivi come te”, disse il preside e lo salutò.

Però, pensandoci bene, Gigi diede ragione al preside perché forse avrebbe potuto insegnare lui agli altri scoiattoli l’alfabeto e le basi della matematica, considerando che frequentare la scuola sarebbe stato impegnativo per loro se non erano proprio interessati a essere degli alunni alla pari degli altri e seguire tutte le regole. Con la scuola non si scherza!

Gigi qualche volta andava a casa di Domenico, il suo compagno di banco. Gli sembrava scortese rifiutare i suoi frequenti inviti, aveva notato che i ragazzi si frequentavano spesso dopo la scuola. Qualche volta i genitori di Domenico gli facevano qualche domanda sulla vita degli animali nel parco.

“Allora, Gigi, come ti sembra andare a scuola e stare in mezzo ai ragazzi?”, gli chiese un giorno il papà di Domenico.

“Mi trovo bene”, gli rispose educatamente.

“Starai di sicuro meglio a scuola con i ragazzi che al parco con gli scoiattoli”, disse il papà scherzando.

“Veramente, non sono d’accordo con lei, signor Bruno”, replicò Gigi.

“Perché dici così?”, domandò curioso il signor Bruno.

“Ecco, vede… da quando frequento la scuola e i ragazzi ho imparato qualcosa di nuovo e non proprio bello, che non esiste tra noi scoiattoli”.

“E che cosa sarebbe?”, improvvisamente tutti si zittirono, impazienti di sentire la risposta.

“L’invidia e a volte anche la cattiveria. Capita che, se un ragazzo prende un bel voto, un altro diventa geloso. Glielo si può leggere in faccia. Oppure ho notato che le altre maestre sono un po’ gelose della loro collega Ilaria, che è la più bella di tutte. Tra noi scoiattoli questi atteggiamenti non esistono. Se uno un giorno trova tante ghiande e l’altro no, non siamo certo invidiosi di lui. Non so, signor Bruno, senza offesa, ma a me a volte sembra che l’uomo dovrebbe imparare dagli animali e non viceversa”, finì il suo bel discorso, che era diventato quasi uno sfogo.

“Sei proprio saggio, Gigi”, gli disse la madre di Domenico.

“Io non ho notato niente di queste cose”, aggiunse Domenico, perplesso.

“Quest’anno dovete studiare tanto se volete vincere quel viaggio”, la madre preferì cambiare discorso.

“Già”, risposero Domenico e Gigi, e andarono in cameretta a studiare.

Gli alunni si impegnavano molto per quella gara, ma la maestra decise che, se volevano vincere veramente, bisognava impegnarsi ancora di più e rimanere due ore a scuola oltre l’orario normale. Furono invitati i genitori a una riunione dove discussero la proposta della maestra, che alla fine venne accettata. Così per un po’ di tempo gli alunni si fermarono a scuola fino a pomeriggio inoltrato.

Ma la situazione non durò a lungo perché i genitori iniziarono a lamentarsi che, quando tornavano a casa, i ragazzi erano così stanchi che non riuscivano neanche a fare le attività extracurricolari che prima facevano volentieri. Il calcio, il nuoto, la ginnastica… e anche la maestra aveva notato che in una giornata così lunga a scuola gli alunni perdevano la concentrazione e non assimilavano bene le lezioni.

“Peccato, non possiamo sperare di vincere questo premio. Mi sono resa conto che per i ragazzi questo orario è troppo”, disse la maestra rassegnata al preside.

Anche i ragazzi erano un po’ delusi, sapendo che rinunciando alle ore in più di studio non avrebbero sicuramente vinto le gare, ma la verità era che quelle giornate a scuola erano veramente interminabili e troppo stancanti. Non vedevano l’ora che il bidello Raffaello suonasse la campanella per precipitarsi fuori, a volte anche spingendosi per uscire per primi.

Gigi era molto dispiaciuto. Non avrebbe mai visto la capitale. Che tristezza per lui perdere quest’occasione che forse non gli si sarebbe più presentata nella vita.

“Doveva pur esserci una soluzione! Gigi, pensa un po’”, si disse e si costrinse a pensare.

Poi un’idea gli passò per la testa e, speranzoso, corse a dirla alla maestra.

“Maestra, adesso arriva la bella stagione. Magari la nostra classe può trasferirsi al parco e possiamo fare le lezioni lì?”.

“Nel parco a fare le lezioni?”, la maestra credeva di non aver sentito bene.

“Sì, maestra, proprio nel parco. Ci sono abbastanza panchine e se dovesse proprio iniziare a piovere potremmo rientrare a scuola alla svelta. Di sicuro a tutti i ragazzi piacerebbe stare fuori all’aria aperta e a contatto con la natura. Sa che nei paesi scandinavi portano i bambini già da piccoli nel bosco? Ci sono asili e scuole immersi nel verde dei boschi. Forse è per questo che loro rispettano più la natura di voi qua, scusi se glielo dico”.

“Ma nel parco non c’è neanche la lavagna”, disse la maestra, pensierosa.

“Lei non usa sempre la lavagna. E poi c’è questa portatile per l’emergenza”, le disse lo scoiattolo Gigi indicando una lavagna piccola che stava in un angolo.

La maestra rimase ferma a pensare un po’ e poi disse che doveva parlare di nuovo con il preside, il quale fu molto sorpreso di quest’idea ma alla fine diede la sua approvazione. Furono di nuovo chiamati i genitori e anche loro acconsentirono a questa proposta insolita. Così doveva iniziare a giorni la scuola nel parco, un nuovo e invitante percorso scolastico per i ragazzi.

Quel giorno gli alunni erano impazienti e agitati. Si andava a studiare nientemeno che nel parco comunale, pieno di alberi e di scoiattoli!

Il bidello Raffaello guardava preoccupato i bambini che felicemente abbandonavano l’edificio scolastico.

“Ma chi vi suonerà la campanella nel parco? Non potete andare fuori”, protestò scuotendo la testa.

“Bidello Raffaello, la scuola non significa solo lavagna e campanella”, gli disse lo scoiattolo Gigi e raccontò anche a lui la storia delle usanze degli scandinavi.

“Ma veramente? Fanno la scuola nel bosco? Senza un bidello vero e proprio?”, continuava a meravigliarsi il bidello Raffaello.

Appena i ragazzi uscirono, il bidello si precipitò dal preside.

“Che cosa hai, Raffaello? Mi sembri così preoccupato e pallido oggi”, gli chiese il preside, sorpreso perché il bidello Raffaello era uno sempre sorridente e che non si ammalava mai.

“Ha ragione, preside, sono molto preoccupato. Ho paura di restare presto senza lavoro. Nel futuro si farà la scuola nel bosco o nel parco, lo scoiattolo Gigi dice che in Scandinavia è già in pratica”, disse queste parole balbettando.

“Ma bidello Raffaello, le mancano solo due anni alla pensione. Le sembra possibile che si possa fare qui da noi un cambiamento così importante? Non si preoccupi e, se la fa stare meglio, si trasferisca anche lei con gli studenti nel parco”, lo tranquillizzò il preside.

“Posso veramente?”, chiese speranzoso.

“Certamente”, gli rispose il preside sorridendo.

I bambini sembravano così contenti di iniziare le lezioni nel parco. La giornata passava meglio e permetteva di assimilare bene tutto quello che spiegava la maestra. Per loro era proprio bella questa scuola all’aria aperta, assaporando i profumi della natura.

Un giorno al parco si presentò il bidello Raffaello con una campanella in mano.

“Finalmente ho trovato questa tra le cose di Natale”, e contento la fece suonare alla fine delle lezioni, anche se quasi nessuno la sentì.

Invece una supplente si dedicava all’istruzione degli scoiattoli, compresa anche la famiglia di Gigi. Loro dovevano imparare tutto da zero. Quando finivano le lezioni, i bambini non volevano più tornare a casa.

“Mamma, stiamo ancora un po’ nel parco”, dicevano e si mettevano a correre.

E le mamme si fermavano a chiacchierare tra loro e a scambiarsi i soliti consigli genitoriali.

La classe dello scoiattolo Gigi vinse quella competizione e la maestra si complimentò con lui per la brillante idea che aveva avuto.

“Evviva, si va a Roma!”, gridavano contenti i bambini.

L’unico preoccupato era il preside, perché non sapeva come avrebbe potuto mandare lo scoiattolo Gigi in viaggio, visto che era un alunno clandestino. Ma questa è un’altra storia.

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