Il bambino che parlava con la terra
La più completa raccolta di fiabe, favole e racconti brevi appartenenti alla categoria "Le vostre fiabe", tra le migliaia inviate da tutti gli autori di "Ti racconto una fiaba".
La vita per i due innamorati, Dono e Splendente, trascorreva felice.
Non avevano bisogno di null’altro che del loro amore. Ma dopo un anno di vita insieme, cominciarono a sentire dentro il loro cuore qualcosa di non ben definito, una specie di sfarfallio, già, come il volo di una farfalla imprigionata, che fosse un desiderio che non riusciva a volare? Decisero di chiamare questo non so che “voglia matta”.
Ecco, non era come la smania di mangiare le more o le fragole del sotto bosco e neppure come l’irrefrenabile voglia di andare a correre lungo la spiaggia e cavalcare le onde, che sapevano di poter appagare, era proprio una strana voglia, matta, appunto!
A volte era così invadente che si sentivano molto turbati, ma non appena l’elfo Dono strofinava il proprio naso sul naso di fata Splendente, ritornava la gioia e la serenità che da sempre li abbracciava. Dall’alto della loro casa, il cipresso, guardavano la vita del mondo animarsi e quando cresceva l’esigenza di avere degli amici intorno, non potevano fare a meno di scendere e confondersi con gli alberi e i fiori.
Il signor Enrico è un uomo in carriera, molto impegnato e molto soddisfatto.
Dirige un’azienda che produce bustine di zucchero, e gli affari vanno a gonfie vele.
I suoi dipendenti lo stimano, nonostante sia un uomo burbero e piuttosto esigente.
La sua famiglia è composta da una moglie casalinga, tre figli scolari, un gatto e un canarino.
In quest’ultimo periodo Enrico è molto impegnato a concludere certi affari con un’azienda con la quale vorrebbe realizzare un gemellaggio, decisione che gli costa molte sere in ufficio a fare conti, preparare relazioni, azzardare previsioni. E molte sigarette. D’altronde, a norma di uomo responsabile e risoluto quale egli è, Enrico vuole avere la situazione sotto controllo, e seguire passo dopo passo i progressi della sua azienda.
Una mattina il maggiolino si svegliò particolarmente allegro.
Era giorno di mercato e sarebbe andato presto per poter scegliere tutto ciò che più gli piaceva. Voleva cucinare un delizioso pranzetto e trascorrere quel pomeriggio di ottobre al calduccio in poltrona davanti al focolare, che l’avrebbe protetto dai primi rigori dell’inverno.
Dopo un’abbondante colazione uscì di casa con sciarpa, cappello e ombrello, e si diresse verso la Grande Quercia, attorno alla quale ogni sabato veniva allestito il più grande mercato del bosco.
Già a quell’ora del mattino numerosi animaletti si erano radunati per potersi accaparrare le brioches e i croissants appena sfornati, con o senza marmellata, con o senza crema, con o senza cioccolata.
Alcune donnole si erano riunite a crocchio attorno al banco dei pizzi e dei merletti, per scegliere stoffe di qualità sopraffina con le quali confezionare camicette e vestiti per figlie e nipoti.
In un regno e in un tempo lontani c’era un re, non diverso dai re di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Egli si reputava al di sopra di ogni legge, non solo di quelle scritte, ma anche di quelle dettate dal rispetto per la vita e la dignità del prossimo.
Il re si riteneva padrone di ogni cosa, persona, animale del suo regno che, ovviamente, riteneva il più importante sulla terra. In realtà non era neppure cattivo, ma solo ottuso e talmente pieno di sé da non fare nulla per migliorarsi.
Aveva costruito la sua corte come tutte le corti dei regni dei re stupidi quanto lui.
Sperperava il poco tempo che l’Entità Suprema ci concede, in feste, crapule e banchetti.
Gli piacevano soprattutto quei pranzi che non sono mai mutati dal tempo dei romani fino al rinascimento, pieni di commensali ipocriti e adulatori che per scroccare la partecipazione a un banchetto avrebbero rinnegato i propri avi, e che vengono allietati da ballerine, acrobati, nonché dai lazzi dell’immancabile giullare di corte.
C‘era una volta, in un paese chiamato Lostelov, un regno a forma di cuore e proprio sulla punta di questo cuore sorgeva un castello. Gli era stata data questa forma perché rispecchiava la generosità e l’amore che il re e la regina avevano per i loro sudditi. Anche i cortigiani e gli abitanti del paese li amavano poiché non facevano mancare loro niente e tutti erano felici di stare al loro servizio. Tutti erano però un po’ tristi a causa del figlio del re, il Principe Josip, che non usciva mai dal castello a causa di una strana malattia: il suo cuore era così grande che gli si era ingrossato il petto. I medici, gli avevano detto che, se non fosse riuscito a far uscire tutto l’amore che vi era contenuto, sarebbe morto presto. Così, il Principe Josip stava quasi sempre davanti ad una finestra guardando il suo futuro e aspettando che qualcosa potesse aiutarlo a guarire.
C’era una volta in un paese lontano… Quante belle favole iniziano così? Tutte storie che raccontano di maghi e di castelli, di principesse e di incantesimi. Ma esiste un angolino magico anche in un paese vicino. Lo sapevate? Questo angolino si trova nella casa di ogni bambino e di ogni bambina. C’è anche in casa vostra, e si chiama cucina.
Vi ricordate della fata Smemorina, nella fiaba di Cenerentola? A lei bastava un “Bibidi, bobidi, bu” per trasformare la zucca in una carrozza. E il mago Merlino, la fata Morgana o la strega di Biancaneve? Quanti filtri magici preparati con brutte cosacce come saliva di rospo o lingue di serpente… Insomma, quante magie!
Domani finisce la scuola, che voglia di vacanze,
ma non ho voglia di perdere le fantastiche amicizie e le splendide insegnanti
con cui ho passato 5 lunghi anni…
sono in quinta, con le lacrime agli occhi,
solo al pensiero che domani la 5^A si scioglie,
nella mia testa avviene il diluvio universale.
Voglio bene ai miei compagni, infatti scrivo questo
per liberare la mente dalla tristezza;
Un tempo il mare era il regno dei venti e delle onde e la schiuma giocava con i raggi del sole o sotto l’occhio argenteo della luna.
Sopra la superficie dell’acqua tutto era in ordine, ma al di sotto….
I pesci si agitavano in continuazione: c’erano squali, delfini, balene, sardine.
C’erano branchi di pesci che, forti del loro potere, andavano a caccia dei pesci solitari.
La terra era completamente bruciata dal sole, gli alberi erano secchi, i campi riarsi e il fiume quasi asciutto.
Ben presto la carestia dilagò in tutto il paese.
Papà Ragno doveva nutrire sei figli e una moglie: guardando le loro pance vuote si rassegnò ad andare a mendicare un po’ di cibo di villaggio in villaggio.
Piangendo disperato sulle sue sventure, tutte le sere riusciva a portare a casa qualcosa da mangiare; sette frittelle, sette patate dolci, o, ancor meglio sette chicci di riso.