Le vostre fiabe

Il bambino e il passerotto

Leo siede su una panchina del parco e ascolta un passerotto posato accanto a lui, sotto la luce morbida del pomeriggio
Leo siede su una panchina del parco e ascolta un passerotto posato accanto a lui, sotto la luce morbida del pomeriggio

C’era una volta un bambino di nome Leo. Leo era un bambino dolce, gentile e pieno di fantasia. Gli piaceva osservare le nuvole, inventare storie e fermarsi ad ascoltare il canto degli uccellini.

Leo era un po’ diverso dagli altri bambini. Aveva il suo modo di parlare, di giocare e di vedere il mondo. A scuola, però, alcuni compagni non capivano quella diversità. A volte ridevano di lui, altre volte non lo facevano partecipare ai giochi.

«Tu sei strano!» gli dicevano. Leo faceva finta di niente, ma quelle parole gli facevano male.

Un pomeriggio, uscito da scuola, si sedette da solo su una panchina del parco. Aveva gli occhi tristi e non aveva voglia di tornare a casa. All’improvviso, un piccolo passerotto si posò accanto a lui.

«Cip cip! Perché sei così triste?» gli domandò.

Leo rimase sorpreso. «Tu… sai parlare?»

«Certo!» rispose il passerotto. «Ma solo con chi ha davvero bisogno di essere ascoltato.»

Allora Leo gli raccontò tutto: le risate dei compagni, i giochi dai quali veniva escluso e quella brutta sensazione di sentirsi sempre fuori posto. Il passerotto gli si avvicinò.

«Sai, Leo, guarda le mie piume. Non ce ne sono due perfettamente uguali. Eppure tutte insieme mi permettono di volare.»

Leo lo guardò incuriosito. «Vuoi dire che essere diversi non è una cosa brutta?»

«Proprio così. Essere diversi significa avere qualcosa di unico da portare agli altri. Non devi vergognarti di ciò che sei. Sii gentile, parla quando qualcosa ti fa stare male e non avere paura di chiedere aiuto.»

Il giorno dopo Leo tornò a scuola. Quando alcuni bambini cominciarono a prenderlo in giro, questa volta trovò il coraggio di dire: «Quando ridete di me, io ci rimango male. Sono diverso da voi in alcune cose, ma posso giocare e stare insieme a voi.»

Una bambina abbassò gli occhi. «Non pensavo che ti facesse stare così male…» Poi gli porse una palla. «Vuoi giocare con noi?»

Leo sorrise. Da quel giorno le cose cominciarono a cambiare, un piccolo passo alla volta. I suoi compagni scoprirono che Leo sapeva inventare giochi bellissimi, raccontare storie divertenti e accorgersi quando qualcuno era triste. E Leo scoprì che anche gli altri bambini avevano le loro diversità, le loro paure e qualcosa di speciale da condividere.

Un pomeriggio tornò alla panchina del parco. Sul ramo di un albero c’era il suo piccolo amico passerotto.

«Hai visto?» cinguettò. «Non dovevi diventare uguale agli altri perché ti volessero bene. Dovevate soltanto imparare a conoscervi.»

Leo sorrise. Il passerotto spiegò le ali e volò nel cielo. E da quel giorno, nella scuola di Leo, tutti impararono una cosa importante: essere diversi non significa essere lasciati fuori.

Perché una classe è un po’ come un grande stormo: ognuno vola a modo suo, ma insieme si può arrivare molto più lontano. Diverso non vuol dire emarginare. Diverso vuol dire conoscere, accogliere e includere.

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