Jean De La Fontaine

Il cane che porta il pranzo al suo padrone

Mal resiste il cuore al dardo
d’un bel guardo, ed alla vista
d’un sacchetto di denaro
troppo raro
è trovare chi resista.

Soleva un Can portare in una cesta
al collo il pranzo del suo buon Padrone.
Per quanto temperante a suo dispetto
ei sapesse resistere al boccone,
non era un santo padre, poveretto,
e nel suo pelo, dite, o gente onesta,
se non vi tenterebbe un buon pranzetto…
Strano davvero che s’insegni ai cani,
ciò che non sanno fare i cristiani.

Andando questo Cane un dì col pranzo,
s’incontra in un mastino prepotente
che pretende la sua razion di manzo.
Ma fece i conti senza l’oste. Il cesto
colloca in terra il nostro Cane onesto
e si prepara ad una lotta ardente.

Ne nasce un gran fracasso, e chiama il chiasso
molti altri cani che andavano a spasso.
Erano cani vagabondi, avvezzi
ad ogni calcio, ad ogni ladreria.
Il nostro Can, vedendo ch’eran pronti
a sbranarlo quei mostri in cento pezzi,
e che il manzo era fritto in fin dei conti,
da saggio disse a quella comitiva:

– Amici, andiamo adagio; un po’ per uno,
dice il proverbio, fa male a nessuno -.

E presa la sua parte, lasciò il cesto
agli altri cani che addentâr il resto.
In quattro colpi fu tabula rasa.
Chi stette peggio fu il Padron di casa.

O città grandi, o piccole città,
che mettete il denaro della gente
in mani, Dio lo sa,
quanto leste a giocar d’agilità:
censori, appaltatori e fornitori,
comincia il più valente,
e ruban tutti di dentro e di fuori.
Se alcun men disonesto e men briccone
vuol salvarsi e minaccia di parlare,
gli mostran ch’è un minchione.
Al consiglio anche lui quindi si arrende,
acqua in bocca, rubare fa rubare,
e più degli altri prende.

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