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Tutte le fiabe della categoria "Altri autori classici"

Gli autori classici si sono spesso cimentati anche nelle fiabe. Questa sezione è un punto di raccolta per tutti quei testi prodotti da autori noti per una produzione artistica in altri generi letterari.

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Topolina, la ragazza topo

Un uomo camminava lungo la sponda di un fiume. Vide un corvo che teneva nel becco una topolina.

Gli lanciò contro una pietra. Il corvo lasciò andare la bestiola, che cadde nell’acqua. L’uomo la trasse in salvo e se la portò a casa.

Quell’uomo non aveva figli. “Ah!” egli sospirava, “se questa topolina fosse una ragazza!”.

Ed ecco che il suo desiderio si avverò e la topolina si trasformò in ragazza.

Quando fu grande, l’uomo le domandò: “Chi vuoi sposare?”.

La ragazza rispose: “Voglio per marito il più forte di tutti”.

La partenza per la scuola

Arrivederci, me ne vado a scuola
a studiare; lo vedi, ho la cartella!
Che? Ti dispiace ch’io ti lasci sola?
Non vuoi restar senza la tua sorella?…

Oh! sul tuo naso c’è una lacrimona;
non pianger, via, ritornerò, sii buona!
La mia bambola vuoi? la lascio a te;
tienla di conto, sai! (Povera me!…)

Il coniglio Pierino

C’erano una volta quattro coniglini, che si chiamavano Saltino, Saltarello, Fiocchetto e Pierino.

Essi abitavano con la madre in un terreno sabbioso, scavato sotto le radici di un grosso abete.

“Oggi, miei cari,” disse la mamma coniglia, “vi permetto di andare nei campi o discendere nel sentiero; ma non andate nel giardino di Don Gregorio. Un terribile accidente capitò al vostro povero padre in quel giardino. Egli fu catturato e cucinato dalla moglie di Don Gregorio.”

“Adesso andatevene, e non fate sciocchezze. Io vado a far la spesa.”

La coniglia prese allora il paniere e l’ombrello e traverso il bosco andò dal fornaio, ove comprò una pagnotta di pane scuro e cinque paste dolci.

Saltino, salterello e Fiocchetto, che erano buoni coniglini, andarono giù nel sentiero a raccogliere le more.

La lepre d’argento

Quando il filtro e la sortiera
preparavano gl’incanti
(ascoltate, tutti quanti!)
c’era, allora, c’era… c’era…

… un principe chiamato Aquilino, che aveva vent’anni e voleva condurre in moglie la più bella principessa del mondo. Pubblicò il bando di nozze e giunsero centinaia di ritratti, ch’egli fece esporre nelle gallerie del castello; e là meditava sulle belle sorridenti dalle grandi cornici dorate.

La scelta cadde su Nazzarena, principessa di Bikarìa, e per mezzo ad ambasciatori furono concertate le nozze.

Nel castello di Aquilino si fecero grandi preparativi per la cerimonia e all’alba del giorno sospirato il principe era già sulla torre più alta, alle vedette. Il corteo doveva giungere tra poco; tra poco avrebbe visto per la prima volta quella bellezza famosa.

Ma il corteo non giungeva.

Si vide apparire una sola carrozza e ne scese un vecchietto gobbuto e barbuto.

– Io sono il Re di Bikarìa. E questa è la mia figliuola Nazzarena che chiedete per moglie.

Il bove

Fiaba tratta da “Lezioni e racconti per bambini” di Ida Baccini (1882).
“Dettati nel puro e gentile idioma toscano, questi libri parlano al fanciullo il suo linguaggio, lo dilettano, lo avvezzano a vedere, ad osservare il mondo esteriore, come ad amare il bene morale” (Dalla prefezione al libro di Pietro Dazzi).

Attilio sta per finire sei anni, e a vederlo tutto assennato e composto, gli se ne darebbe anche dieci. Ha quasi l’aria di un omino. La sua passione, quando ha finito di far le cose di scuola, è di guardare i libri colle figure.

A volte la mamma gli presta un librone grosso grosso, dove ci sono disegnate tutte le bestie, tutte le piante e tutte le pietre che si trovano sulla terra. Il babbo dice che quel librone è intitolato «Storia Naturale», ma il bambino non si confonde coi titoli, e passa delle ore a guardare ora un bell’uccello dalla coda lunga lunga, ora qualche albero dalle foglie gigantesche, ora certe pietre dalle forme curiose, che sporgono dall’interno d’una grotta o rotolano dal vertice d’un monte scosceso.

Fata fiore

C’era una volta due sorelle rimaste orfane sin dall’infanzia: la maggiore bella quanto il Sole, diritta come un fuso, con una gran chioma che pareva d’oro; la minore così così, né bella né brutta, piccina, magrolina e zoppina da un piede. Per la sorella, non aveva nome: era semplicemente la zoppina.

La vecchia nonna, da cui erano state raccolte in casa, non avrebbe voluto che costei la chiamasse sempre con quel nomignolo:

– Che colpa n’ha, la poverina? È mancanza di carità rammentarle il suo difetto.

– O se è vero ch’ella è zoppina! Non me lo invento io.

E la cattiva rideva, per giunta.

Si fosse pure contentata di maltrattarla con quel nomignolo soltanto! Non sarebbe stato niente, perché la zoppina non se ne faceva, come se non dicesse a lei. Il peggio era che la maltrattava anche coi fatti, quasi non fosse stata dello stesso suo sangue, ma una serva.

Trottolina

C’era una volta un vecchio tornitore che faceva trottole d’ogni forma e d’ogni grandezza.

Quand’era la stagione delle trottole, i ragazzi si affollavano nella sua bottega:

– Tornitore, mi fate una trottola?

– Piccola o grande? Piatta o col cocuzzolo?

Secondo che la volevano piccola o grande, piatta o col cocuzzolo, egli adattava subito un pezzetto di legno al suo tornio, e con un piede sul pedale e in mano lo scalpello, si metteva a lavorare lesto lesto, brontolando:

La Mammadraga

C’era una volta una bambina, figlia d’un calzolaio. La madre, cullandola, le cantava sempre:

Dormi, figlia Regina!
Dormi, il Reuccio arriva!

Il marito, battendo le suole le faceva il verso, per ridere:

Dormi, il Reuccio arriva!
Dormi, figlia Regina!

La madre, dopo pochi mesi, morì e il calzolaio riprese subito moglie. Da prima, parve che la matrigna volesse bene alla figliastra. Spesso, accarezzandola, le diceva:

– Ora ti faccio un fratellino.

– Fratellini non ne voglio.

Re Tuono

C’era una volta un Re che aveva un vocione così grosso e forte, da poter essere udito benissimo fino a dieci miglia lontano. Quando parlava, pareva tuonasse; e per ciò gli avevano appiccicato il nomignolo di re Tuono.

I Ministri e le persone di corte, dovendo praticare con lui tutti i giorni, diventavano sordi in poco tempo; ed era una disperazione. La povera gente che andava a chiedere giustizia ci rimetteva un polmone per farsi sentire, e spesso spesso non riusciva. Gli affari correvano a rotta di collo; la gente non ne poteva più.

Ma, come dire al Re:

– Maestà, siete voi che fate assordire i Ministri?

La bella Annina

Un re aveva una figlia bella come un sole. Desideroso che avesse una buona educazione, la condusse in un collegio e l’affidò alla direttrice, dicendole che lasciasse pur la sua Annina attendere alcune ore del giorno a certe pianticelle di fiori. Quindi, baciata la figlia, se ne andò.

Le finestre del collegio erano di faccia al palazzo di un re. Il figlio di questo re un giorno, mentre se ne stava alla finestra, vide la bella Annina, e subito se ne innamorò. Chiese chi ella fosse, e gli fu detto ch’ella era figlia di un re.

La sua passione andava crescendo, e un dì, vista l’Annina che stava governando una sua pianticella di maggiorana, le disse: “Bella Annina, bella Annina, quante foglie ha la tua maggioranina?” La giovanetta non alzò né anche gli occhi, per cui l’altro replicò: “Bella Annina, bella Annina, quante foglie ha la tua maggioranina?” Allora, stizzita, rispose la bella Annina: “E voi, signor cavaliere, ditemi: Quante onde ha il mare? quante stelle ha il cielo?” e poi gli volse le spalle.

I tre fratelli

C’era una volta un padre che aveva tre figli, e nessuno dei tre si decideva a prendere moglie; un giorno quest’uomo, sentendosi vecchio, pensò:
“Come devo fare che, pur avendo tre figli, nessuno si vuole sposare? Meglio che ci pensi io e trovi un rimedio”.

Diede loro tre palle, li portò in piazza e disse di buttarle in aria: dove cascavano lì avrebbero preso moglie. Una cascò sopra la bottega di un vinaio, un’altra sul negozio di un macellaio, la terza in una vasca. 

Il maggiore dei tre aveva tirato la palla sulla bottega del vinaio, il secondo sulla bottega del macellaio, e il terzo, che aveva tirato sulla vasca, era il più piccino e si chiamava Checchino. Il padre, perché non ci fosse gelosia tra fratelli, diede una camicia ad ogni figlio, e disse che la donna che la cuciva meglio sarebbe stata la prima a sposarsi.

La gatta bianca

C’era una volta un Re il quale aveva tre figli: tre pezzi di giovanotti forti e coraggiosi; ed egli si era messo paura che volessero salire sul trono prima della sua morte: tanto più, che stando a certe voci che correvano, i suoi figli cercavano dappertutto di farsi dei partigiani per impadronirsi del regno.

Il Re cominciava a essere un po’ in là cogli anni, ma essendo ancora verde di spirito e sano di mente, non se la sentiva punto di cedere loro un posto, occupato da lui con tanta dignità. Pensò, dunque, che il miglior partito per vivere tranquillo fosse quello di tenerli a bocca dolce a furia di promesse, che egli avrebbe saputo sempre deludere e mandare in fumo.

Li chiamò nel suo gabinetto, e dopo aver parlato alla buona di varie cose, saltò fuori col dire:

“Miei cari figli, voi converrete meco che la mia età avanzata non mi permette più di accudire agli affari di Stato con lo stesso impegno d’una volta; temo che i miei sudditi ne abbiano a risentire i danni, ed è per questo che ho deciso di mettere la corona sul capo a uno di voi tre.

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