26Nov
2018

Angelina del lago

Fiaba di: Gabriela Chiari

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La fiaba

C’era una volta, ma c’è anche oggi, un borgo adagiato sulla sponda di un lago nelle cui acque si riflette il profilo di rilievi boscosi, situato ai piedi di un monte chiamato Luco per il bosco sacro; sulla sommità del monte si ergeva una Rocca fortificata abitata dal signore del luogo.

A una certa distanza dal borgo, abitato da gente semplice di agricoltori e pescatori, c’era un fazzoletto di terra dove spiccava una casupola dal cui camino di rado usciva il fumo; lì abitava  Angelina insieme a sua zia che costituiva tutta la sua famiglia poiché suo padre era partito in cerca di fortuna e sua madre dopo una breve malattia era morta. Angelina  avrà avuto circa quattordici anni aveva capelli neri come la notte e occhi color del lago; la ragazza era di indole buona e generosa, era allegra nonostante la sua triste esistenza. La zia era una donna di età indefinita sempre vestita di scuro con i capelli raccolti in un fazzoletto nero; l’unica loro ricchezza erano tre pecore (Nuvola, Bianchina e Ricciolo) che Angelina accudiva con amore, qualche gallina razzolava intorno alla casupola e contribuiva con le sue uova a riempire il misero desco.

Angelina e sua zia erano entrambe molto devote ma la loro religiosità era profondamente diversa, perché mentre la ragazza affrontava la vita e il rapporto con il soprannaturale con gioia e fiducia, sua zia era estremamente superstiziosa tanto che si era creato un odio reciproco tra la donna e la gente del paese. Zia Rosa infatti accusava i paesani di essere in qualche modo responsabili della morte della sua povera sorella cui erano mancati i medicamenti adatti, anzi era convinta che costoro avessero gettato il malocchio sulla propria famiglia e spesso prendeva una scodella d’acqua in cui lasciava cadere qualche goccia d’olio o chicco di grano e tra una preghiera e l’altra biascicava: “Gesù, Giuseppe e Maria cacciate il malocchio da casa mia !”.

Angelina era spesso con le sue pecore e solo con loro si sentiva bene, talvolta mentre pascolavano si allontanava e si inerpicava sul monte; entrare nel bosco sacro  furtivamente sfidando mura e recinzioni le dava una vertigine indescrivibile, ma proprio nel bosco sopraggiungevano i pensieri che facevano più male: “Come aveva avuto suo padre il cuore di lasciarla? Dove era mai adesso, ammesso che fosse vivo?”. Il dubbio era come una spina che scavava nel cervello annebbiandolo e  arrivava alle carni dolenti; ma i pensieri brutti erano presto fugati dalla sua fede che la portava a credere che sarebbe accaduto l’impossibile.

Un brutto giorno, scendendo dal monte non trovò le sue tre pecore e dopo aver chiamato a gran voce ne vide arrivare soltanto due, mancava Bianchina. La ragazza disperata si mise alla ricerca della pecora mentre pregava sottovoce: “ Madonnina mia aiutami tu, solo tu puoi fare qualcosa, non ti dimenticare della povera Angelina che ti ama tanto !”. Non contenta delle sue preghiere, mentre si aggirava  disperata pensò a qualche altro santo che potesse intercedere presso la Vergine Maria, pensò a San Francesco che era stato in quei luoghi e amava tutte le creature di Dio quindi anche la sua Bianchina, poi non contenta ancora si ricordò che la sua povera mamma era molto devota a Santa Rita che con quel luogo non aveva alcun  legame, ma era conosciuta come la santa degli impossibili. E così fu, la Vergine Maria, San Francesco  e  Santa Rita aiutarono davvero Angelina che trovò la sua Bianchina  impigliata in un rovo da cui non riusciva da sola a liberarsi.

Passarono  i mesi e una mattina di Settembre che minacciava pioggia e il cielo e il lago sembravano fondersi, un uomo bussò alla porta della casupola; era alto e robusto con due mustacchi che nascondevano la bocca, stivali di cuoio tirati a lucido, nel complesso ben vestito. Zia Rosa aprì la porta e l’uomo si presentò come un signore proveniente dalla piana reatina  intenzionato a comprare quella terra. La donna pensò che fosse il diavolo in persona e prima di sbattergli la porta in faccia quasi gli gridò: “Che vuoi che ne sappia io di vendere o comprare, torna quando c’è mia nipote che ora è a pascolar le pecore !”

L’indomani il signore tornò e stavolta doveva parlare  con  Angelina ; la ragazza, sebbene un po’ inselvatichita dalla vita solitaria che  la zia la costringeva a fare, conosceva però le buone maniere che la sua povera mamma le aveva insegnato, quindi pensò di accogliere l’uomo con gentilezza ma ferma nella sua decisione : quella casetta e quel fazzoletto di terra erano tutti i suoi averi e non li avrebbe mai venduti. Inoltre era convinta che l’uomo, preso solo da un capriccio momentaneo per l’acquisto, avrebbe cercato di tirare al massimo sul prezzo e lei non era abbastanza forte da tenergli testa. “Maria  Vergine, San Francesco, Santa Rita vegliate su di me !” diceva tra sé mentre apriva la porta all’uomo. Quando se lo trovò di fronte però come per magia la sua paura si placò, anzi quando i suoi occhi  videro gli occhi color del lago dell’uomo che la scrutavano, i capelli folti e neri un po’ ribelli come i suoi sentì nascere in lei un grande senso di pace.

L’uomo dopo aver parlato un po’ con Angelina la invitò a seguirlo sulla riva del lago come faceva suo  padre tanto tempo prima quando voleva dirle qualcosa d’importante e fu proprio lì che l’uomo si rivelò alla ragazza; era suo padre che dopo lunghe peripezie si era arricchito tanto da acquistare dei poderi nella fertile piana reatina ed ora era venuto a riprendersi la sua famiglia.

Angelina era fuori di sé dalla gioia e per una volta si vide anche un mesto sorriso spuntare sulle labbra di zia Rosa. Tutto era finito bene,  perché il cuore puro di Angelina che aveva creduto nonostante tutto, aveva vinto ogni avversità.

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