23Ott
2014
rosa-puccio

Una rosa

Fiaba di: giuseppuccio

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La fiaba

Nell’entroterra ligure, al levar del sole, un piccolo borgo schiude alla luce una graziosa corolla di tetti rossi: lenti petali di pietra e mattone scendono dalla grande chiesa lungo il non docile pendio; il campanile è un lungo pistillo volto al cielo. Eppure, a Péntema, pochi comignoli sono accesi e non so dirvi se per tutto l’anno.

Però, con l’arrivo dell’Autunno, ecco rinnovarsi un piccolo prodigio: le strette e tenaci stradine si animano di febbrile attività, mentre risuonano allegre le voci dei numerosi lavoranti.

Sono amici e volontari che spendono entusiasmo e fantasia per realizzare il “Paesino-Presepe”: l’aria magica del Natale pervade gli scorci di vita quotidiana rappresentati con statuine grandi quanto le persone ed ambientati nelle case stesse; un omaggio alla comunità montana che, una volta, le abitava. Puntuale, arriva anche la sera del 25 Dicembre: una leggera nevicata e l’aria frizzantina rendono incantato il passeggiare dei visitatori. Un giovanotto si ferma davanti alla scuola elementare, allestita con grande cura: in mano ha una rosa. Una di quelle rose che si possono comprare al venditore ambulante: stropicciata ed intirizzita, ma rosa pur sempre. Osserva l’interno del locale, senza fretta; gusta l’insieme e ritorna sui particolari.

Quella che vede è una piccola classe mista, disposta in due file di banchi soltanto: una coppia di cartine geografiche, dell’Italia e dell’Europa, sono appese in fondo; una lavagna d’ardesia ed un pallottoliere di legno, si trovano di fronte l’uno all’altra; qua e là, belle figure di vocali colorate.

Un bambino getta un ceppo nella stufa; da come guarda il foglio bianco, la bambina del primo banco sta per fare un disegno divertente; dietro di lei, altri bimbi ed altri sogni. Tutti hanno il berretto sulla testa: no, non c’è maleducazione nel sentire freddo. La giovane maestra porta lenti rotonde su una montatura leggera e dorata: lo sguardo è dolce; lo scialle nero che l’avvolge, i guanti che le riparano le mani scoprendo appena i polpastrelli, non fanno certo pensare a nulla di severo; piuttosto, ad una donnina gentile e sempre pronta a regalare caldarroste. Il tempo scorre, ma il ragazzo non se ne accorge. Una voce, rude e cortese, dice alle sue spalle: “me rincresce, ma devo serrâ!” Al giovane, in verità, potrebbe benissimo sembrare: “evviva, il gelato alla vaniglia!” Non ha molta dimestichezza col dialetto ma intuisce il contenuto ed anche il soggetto: “Un attimo e vado via.” È importante capirsi, ancor prima di capire.

Guarda ancora quel mondo: gli ricorda di quando la differenza tra il bene e il male stava tutta in una paginetta bianca da riempire, ed il confine era un’allegra cornicetta colorata. Con delicatezza, posa la rosa sulla cattedra ed esce. L’auto non parte. Il giovanotto non si scompone: non lo ha mai lasciato a piedi. Niente di meglio che tornare a passeggiare, mentre riposa ancora un po’. È notte: Péntema è deserta. Giunge all’altezza della scuola e gli sembra di udire delle voci: possibile? Apre la porta.

“Oooh! È lui.” Mormorano le bambine.

“Sì, è proprio lui!” Scandiscono canzonatori, i bambini.

“Non volevo disturbare.” Si scusa il giovane. La maestrina lo conforta: “non lo dica, lei è il benvenuto!” Una vocina, dal basso, gli chiede: “per favore aiuterebbe la maestra a dar da mangiare alle caprette? Il secchio è pesante e si è appena rimessa dall’influenza.” È la bambina del primo banco: ha appena finito il ritratto di un buffo giovanotto. Il ragazzo non ha fatto il militare però conosce la cavalleria: porge un braccio alla maestrina e l’altro al secchio e sono subito in strada.

“Il pastore delle capre ha fatto un salto in America per sbrigare un affare urgente e tutti gli diamo volentieri una mano, qui in paese.” Si rispetta una persona quando si prova, anche solo per un pochino, la fatica del suo mestiere.

Adesso il campanile è una freccia che fa centro nella luna.

“Fiocco, Moretta e Primavera sono nate cinque giorni fa: la prima è bianca come la neve; la seconda ha il musetto nero come la pece; la terza perché, se una rondine non fa Primavera, una capretta speriamo di sì!”

Continua allegra la maestra: “ma lei che lavoro fa?” Il ragazzo le risponde con entusiasmo: “il sommozzatore! Coltivo la passione fin da bimbo e, le confido, son diventato un gran professionista: raggiungo sempre il fondo e vado oltre.” E la giovane: “la maestrina di Péntema, in verità, non è sempre stata una maestrina ma ha lavorato come modella per la catena di magazzini SPENDINFRETTA. Poi, stufa dei soliti commenti dei clienti, ha colto quest’altra opportunità. Lei però non ha visto soltanto un manichino.” Il giovanotto le sorride. Proprio in quel mentre, una malinconia leggera attraversa gli occhi della maestrina: il ragazzo la afferra lesto e la chiude nelle mani. È un po’ mago però lui non lo sa: quando le riapre è una farfalla a trovar la libertà.

“L’annuncio, quasi me ne dimenticavo!” Esclama, quasi ridestandosi, la maestrina.

Insieme corrono nella piazzetta sotto la chiesa dove, radunata, c’è tutta la piccola comunità: al centro sta in piedi il Medicone, uomo che ha girato il mondo ed è anche un po’ sciamano.

Beve un bicchiere di vino; schiocca la lingua contro il palato e dice, gioiosamente: “siate felici! Stanotte è nata una stellina: ne abbiamo un firmamento più una!” Inizia un gran ballo di ringraziamento: la maestrina danza graziosa, con le guance rosse di freddo e di felicità, leggera come chi è una sola cosa con la vita; il giovanotto tiene il passo ma è un po’ impacciato. Il Medicone, commosso, beve un altro bicchiere di rosso: quando il ballo finisce ha i lucciconi e dice

“gatto!” anche se non ce l’ha nel sacco. La bottiglia è vuota: che tipo sensibile.

“Di cuore la ringrazio, del bel movimento che ha portato!” Dice la maestrina, mentre ritornano in classe. Il giovanotto la saluta e nota, nel richiudere la porta, una frase sulla lavagna: “non esiste cieco migliore di chi può soltanto vedere.” Il ragazzo non vorrebbe sentire quella sveglia irriverente: ma la sente. Scruta il giornale, caduto dal letto giù per terra: “da Arenzano a Péntema, guida ragionata ai principali presepi dell’hinterland.” Esclama in un sorriso rotondo: “un sogno! Un bellissimo sogno!!” Ma subito dopo si accorge di un foglio sul cuscino: è una pagellina piena di bei voti tra i quali spiccano un dieci, con la lode, in sentimento ed un nove in intrattenimento. Più in basso, in bella calligrafia, un appunto fermato con una stellina: “con mille scuse, ma l’insufficienza in ballo le devo proprio dare. La rimando ad Ottobre e se, cortesemente, vorrà riparare mi torni pure a trovare!

La maestrina di Péntema”

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