03Dic
2013
cuore-quercia

Nel cuore della quercia

Fiaba di: piera.arcostanzo

Pubblicità

Questo spazio permette al sito di offrire in modo gratuito tutti i suoi contenuti!



La fiaba

Appollaiata sul ramo più alto, come una sentinella sulla torre di un maniero, la guardiana della quercia scrutava pensierosa l’orizzonte. Per scacciare la calura agitava tra le zampe una robusta foglia, che muovendo l’aria le scompigliava le piume leggere del capo, creandole attorno una maestosa aureola intermittente.

Aveva strappato a malincuore quella foglia al suo vecchio albero posto al centro del piccolo giardino pubblico, unica oasi verde in quel desolato quartiere industriale soffocato da mostruosi palazzi. Era il mese di agosto e, come ogni anno, la città semideserta boccheggiava aspettando l’autunno per ritrovare, col sapore della vita frenetica, la mitezza dei primi mesi autunnali.

Neve – così si chiamava la guardiana – era una bella colomba dal piumaggio folto, liscio e candido. Nata su quell’albero, era rimasta lì dopo aver ereditato dalla vecchia mamma il posto di custode. Si trattava di un lavoro a tempo pieno che non le concedeva tregua, giacché ricadeva su di lei tutta la responsabilità degli uccelli che popolavano le verdi fronde di quella solenne pianta. Neve li conosceva tutti, ad uno ad uno, e aveva per ciascuno di essi l’attenzione che ogni buona mamma ha per il suo piccolo. Di sera, quando il cielo si tingeva con i colori del tramonto, cominciava ad aspettarli trepidante e non chiudeva occhio finché non era ben certa che anche l’ultimo fosse rincasato.

“Speriamo che stasera  rientrino tutti  presto, ma soprattutto  che non facciano grane ! Oggi sono a pezzi … ho proprio  bisogno di un po’ di riposo – bisbigliava  tra sé,  seguendo con  sguardo ansioso l’arrivo festante  di una  nidiata di giovani  corvi.  I piccoli avevano imparato a volare da poco ma, al seguito degli intrepidi  genitori,  si lanciavano in acrobatiche giravolte attorno all’albero che li ospitava, prima di inoltrarsi nel suo fitto fogliame.

“Beata gioventù! Non sono mai stanchi … – considerava Neve con un velo di nostalgia osservandoli piroettare leggeri nell’aria greve di quella sera. Era stanca perciò avrebbe voluto concedersi qualche giorno di riposo ma, data la crisi economica,  era consigliabile non mettere a rischio il posto di lavoro. Inoltre chi avrebbe avuto il coraggio di affidare ad altri le sue frotte alate proprio nel  momento in cui serpeggiava tra gli uccelli un certo malumore?

“Non so cosa darei per farmi almeno un pediluvio nella fontana … – sospirava   massaggiandosi  con le ali  le zampe callose e  indolenzite,  prima di  calarsi  nel ventre   della quercia.  Il suo cuore era   inquieto: mancavano  infatti all’appello le gazze che, come al solito, gozzovigliavano  tra la spazzatura della vicina discarica fino al calare dell’ultimo raggio di sole.

Neve sapeva molto bene che al loro rientro si sarebbero trovate coinvolte nell’ennesimo litigio tra i gufi e le civette perciò s’incamminò verso i rapaci  per coglierne gli umori e smorzare le eventuali provocazioni. Saltando da un ramo all’altro tirava lunghi sospiri per mascherare l’ansia che sentiva stringerle la gola.

Giunta davanti all’ingresso dei bagni s’imbatté in un assembramento di civette in fase di mobilitazione .

“E’ questa l’ennesima volta che i gufi non rispettano gli accordi – strideva con foga la più anziana sbattendo con fervore le ali . – Stasera sarebbe toccato a noi usufruire per primi dei bagni, e invece no… Ancora una volta non  hanno  rispettato gli accordi…di nuovo la loro arroganza ha vinto. – urlava picchiando con rabbia le zampe sul ramo che la sosteneva. – Anche stasera cominceremo a cacciare  dopo di loro e per l’ennesima volta saremo costrette ad accontentarci dei loro avanzi. E’ ora che diamo loro una solenne lezione… che passiamo dalla protesta all’azione! – strideva con veemenza la civetta roteando gli occhi infiammati dalla rabbia. 

E così dicendo fece un cenno con le ali ai suoi simili che prontamente le si strinsero attorno, avendo intuito che stava per annunciare loro qualcosa di importante.

Fu allora che Neve si fece largo in mezzo al gruppo e, nel tentativo di sedare la rivolta sul nascere, si rivolse a loro con tono conciliante – Vi prego, abbiate ancora un po’ di pazienza. Domani  indirò un’assemblea e troveremo di sicuro una soluzione stabile. Se arriveranno i soldi dalla LIPU avrete un bagno tutto per voi. Se non perdete tempo a litigare  potete usufruire dei bagni delle gazze, visto che non sono ancora rientrate. Vi prego , calmatevi! 

Ma gli animi ormai  erano troppo accesi e fu così che, in men che non si dica,

le civette bloccarono l’uscita dei bagni dei rapaci  inchiodandone la porta di accesso con potenti martellate che scossero fin nelle radici la secolare  quercia . Poi se ne andarono .I gufi rinchiusi nei bagni lanciavano spaventose grida di aiuto che facevano accapponare la pelle ai passanti, lasciando invece del tutto indifferenti gli altri inquilini della quercia che ritenevano essere quella la giusta punizione per quei prepotenti.

“Aiuto! Aiuto! Qualcuno venga ad aprici! Maledette civette, ve la faremo pagare! – imprecavano gli sventurati pennuti graffiando furiosamente la porta sbarrata con le loro dure zampe uncinate  .

Le civette ormai erano lontane. Immerse nel buio della notte,  si stavano sollazzando con prelibati bocconcini altrimenti destinati ai rivali.                                                    

“Ah, ah, ah… Finalmente è giunta l’ora della riscossa! Stasera razione doppia per tutte!!! Mangiate, mangiate sorelle; riempitevi bene la pancia…è tutto solo per noi! – urlava euforica  la battagliera civetta, galvanizzata dal successo della sua impresa, mentre ingurgitava  polpose ciliegie senza scartarne  neanche  l’osso.

La povera Neve intanto, con le zampe sanguinanti  tentava di liberare i pennuti prigionieri . Dopo l’ennesimo tentativo fallito, sentendosi impotente di fronte all’impresa , corse a svegliare i corvi che dormivano sui rami inferiori della quercia, incuranti di quanto era successo.

“Correte, vi prego, ho bisogno del vostro aiuto per liberare i gufi prigionieri nei bagni! Venite, venite subito!– ed  espose loro  con poche, concitate parole i fatti accaduti. I corvi, risvegliatisi di soprassalto  , dopo un primo iniziale sbigottimento, si volsero verso Igor, il più anziano del gruppo, per carpirne le intenzioni. Questi  fissò ad uno ad uno dritto negli occhi gli adulti del gruppo , poi con voce solenne esclamò:

“Io penso sia giunta l’ora della resa dei conti . Abbiamo subito dai rapaci gravissimi soprusi che non starò ad elencarvi poiché  li conoscete bene . Lascerò alla vostra coscienza di decidere sul da farsi. Per quanto mi riguarda  non muoverò un dito per liberare i superbi prigionieri.”

Igor non aveva mai rimosso dal suo cuore la grande umiliazione subita in occasione dell’arrivo dello  stormo dei corvi sulla grande quercia . I gufi in quella circostanza avevano infatti  inscenato una clamorosa protesta. Riecheggiavano ancora nella mente del corvo , ormai adulto, le loro grida sprezzanti :

“Non vogliamo assolutamente mischiarci con queste disgustose bestiacce nere.  Via, via,… andatevene  via o vi strapperemo le penne ad una ad una!  Sciòò, sciòò. sudice bestiacce nere!”

Quante notti i corvi avevano trascorso ammassati  ai piedi della quercia, umiliati, affamati, al freddo , battendo il becco, implorando un po’ di misericordia! 

Solo le gazze,  sensibili e solidali, avevano offerto loro , di nascosto, un po’ di ospitalità accogliendoli sui loro rami  nelle lunghe notti  gelide dell’inverno.

Fu proprio in quella circostanza  che il corvo Nerino conobbe la gazzetta Bigia. Fu un amore a prima vista, un vero e proprio “colpo di fulmine” che non avrebbe potuto fare a meno di concludersi che con una proposta di matrimonio. E fu proprio dopo le nozze  che i superbi pennuti dagli occhi fosforescenti tagliarono  il ramo su cui la giovane coppia aveva stabilito la propria dimora, mandando in rovina l’intera covata.

Neve ricordava nei particolari ogni attimo di quella triste storia Fu proprio  allora che il suo cuore cominciò a struggersi  fino a collassarsi .

Le gazze intanto ,rientrate sulla quercia stanche per la lunga, faticosa  giornata, avevano ignorato  la richiesta di aiuto che Neve implorante aveva rivolto anche a loro. Appollaiate sui rami ad esse destinati mormoravano l’un l’altra: – E’ giusto che provino anche loro a soffrire. Chi la fa, l’aspetti! Finalmente la pagano !

Ogni loro parola era per la colomba, ormai stremata dagli inutili tentativi di liberazione, come una pugnalata nel cuore.

Giunse alfine tra mille tormenti il  mattino. Dai bagni  i gemiti dei gufi giungevano via via più flebili. La lunga notte trascorsa implorando aiuto li aveva sfiancati e lasciati senza un filo di voce. Qualcuno tra di loro, cominciando  a temere il peggio, stringeva la testa tra le ali cercando di rassegnarsi alla fine. Altri se ne stavano aggrappati alle  finestre tentando di emettere gli ultimi flebili richiami di aiuto. I piccoli , ammassati contro la porta, subivano ingiustamente la condanna dei padri.  Neve sapeva che ciò non era giusto: avrebbe dato volentieri la vita per loro, se solo fosse stato possibile salvarli.

Le civette, sopraggiunte ai primi bagliori dell’alba, ingozzate fino al collo e ubriache,  avevano  schiamazzato gli ultimi irripetibili insulti  davanti alla porta dei bagni prima di cadere in un sonno profondo.

“Che mondo è mai questo! – ripeteva tra i singhiozzi la povera Neve scuotendo mestamente il capo –Non c’è più pietà per nessuno , neanche per dei piccoli innocenti! Se solo avessi la forza di…

Ma non ebbe il tempo di terminare la frase poiché stramazzò al suolo a causa del suo cuore malato. I corvi che la videro precipitare piombarono fulminei a terra nel tentativo di soccorrerla; alcune  gazze, sentito il tonfo sordo del suo corpo sulla terra nuda, cominciarono a gracchiare disperatamente per richiedere aiuto. I gufi, ormai fiaccati dalla lunga notte di prigionia, giacevano a terra esausti e senza speranza; le civette ubriache continuavano imperterrite il loro sonno. Neve giaceva moribonda : il suo sguardo vitreo lasciava poco spazio alla speranza. Fu allora che, col coraggio che dà la disperazione, il corvo Igor cominciò a massaggiarle vigorosamente il petto nel tentativo di rianimarla . Gli altri uccelli presenti  se ne stavano attorno con gli occhi lucidi. Alcuni tra di loro pregavano silenziosamente per invocare da Dio il miracolo ; altri, in preda al rimorso, mormoravano angosciati: – Se solo  fossimo stati meno vendicativi ! Se solo avessimo riflettuto un pochino… Se stanotte le avessimo dato una mano forse non si sarebbe affaticata tanto… –  Nerino volgendo gli occhi sulle zampette sanguinanti di Neve , sentì  un tonfo al cuore ed esclamò : – I nostri rancori , le nostre inutili rabbie hanno causato tanto male e altro ne potrebbero fare . Se non interveniamo subito fra un po’ avremo sulla coscienza anche la morte dei gufi. Pensate ai loro piccoli prigionieri, vittime innocenti delle nostre assurde arroganze. Orsù, muoviamoci prima che sia troppo tardi!

Un gruppo di arditi corvi allora spiccò prontamente il volo in direzione dei bagni. In men che non si dica, con le loro zampe uncinate e con i loro robusti becchi, i neri piumati schiodarono  la porta  e liberarono i gufi dalla segregazione.

Intanto , stimolata dal  vigoroso massaggio cardiaco a cui l’aveva sottoposta il corvo, Neve cominciava a dare i primi timidi segnali di ripresa. Il suo pensiero corse immediatamente ai piccoli corvi prigionieri : – Vi prego , non preoccupatevi di me: sono  stanca di vivere su questo albero della discordia! Avrei dato volentieri la vita pur di vedervi in buona armonia, ma a nulla è valso ogni mio sforzo, ogni mio insegnamento. La vita su questa quercia avrebbe potuto essere un paradiso terrestre se solo  vi foste un pochino impegnati, se solo foste stati un  tantino più responsabili delle vostre azioni.

Era pallida e stremata, ma si leggeva nel suo sguardo oltre alla delusione anche l’infinito  amore che nutriva per i suoi rissosi pennuti . Intorno a lei più nessuno fiatava.

I gufi che avevano gridato tutta la notte alla vendetta ora se ne stavano cheti cheti, appollaiati sui rami più bassi del maestoso albero. Guardavano con angoscia  l’espressione sofferente della vecchia colomba e si sentivano responsabili di quanto le stava accadendo. Le civette, riavutesi dai bagordi notturni, se ne  stavano mortificate su di un robusto ramo con la testa abbassata. Si coglieva nei loro sguardi oltre alla vergogna  , anche il pentimento per la loro brutta azione . Non avevano il coraggio di calarsi a terra , ma  avrebbero tanto desiderato farlo. Corvi e gazze intanto  , continuavano a prodigarsi accanto a  Neve. Dal canto suo la generosa colomba sapeva che l’unico rimedio al suo male sarebbe stato  trovare la pace e l’armonia all’interno della quercia, ma questo non dipendeva da lei.  Sapeva pure che , se le risse tra i pennuti fossero continuate, prima o poi sarebbero piombati sull’albero i vecchi falchi e per gli abitanti della quercia sarebbe stata la fine. Non più voli liberi nell’aria , né  più canti e grida, né schiamazzi. Per tutti solo la dura la legge del più forte e basta!

Il giorno trascorse tra il via vai degli uccelli attorno alla colomba . Ciascuno si adoprava per servirla e sostenerla nel migliore dei modi. Tutti concorrevano a rendere serena  la vita sull’albero per non causarle  la benché minima sofferenza.  Ma tutto ciò non era sufficiente per toglierle dal cuore l’ansia che le causava l’idea di un possibile ritorno alla situazione precedente. Neve sapeva che era stata l’emergenza a  riportare la tranquillità sulla quercia perciò temeva che , passata questa , tutto  sarebbe tornato come prima. Avrebbe desiderato dirglielo ma, non volendo rompere l’incantesimo di quelle ore, tacque.

Tra i volatili nessuno più era tornato sull’accaduto e , se qualcuno  accennava a provarci, gli altri gli impedivano di farlo temendo il rimpallarsi  di  nuove accuse e  il riaccendersi di pericolose ostilità . Ma si sa che le cose non chiarite spesso si tirano dietro acredine e rancore e diventano terreno fertile per il riesplodere di nuovi livori. Bisognava quindi imparare a confrontarsi, a guardarsi in faccia con onestà ; era necessario prendere consapevolezza che nella vita si può sbagliare, ma è possibile anche ripartire da capo e ricominciare a vivere in modo diverso.

Questi pensieri frullavano nella testa di molti, ma nessuno aveva il coraggio di esternarli per primo, di proporre agli altri un momento di sano confronto. Fu proprio Neve un bel giorno a chiamarli attorno a sé .

“Amici miei amatissimi, questo mese di malattia è stato per me un bellissimo regalo! Potrebbe  sembrarvi assurdo , ma è proprio così. La mia infermità infatti ha permesso a voi di far emergere le buone qualità che possedete, ma che spesso non manifestate poiché vi fate sopraffare da sentimenti negativi quali gelosia , rancore , pigrizia, ingordigia, prepotenza… Ho potuto godere in questa circostanza del vostro buon cuore. Mi avete amorevolmente accudita, coccolata e anche un po’ viziata.  Ciascuno di voi, con impegno e dedizione, ha dato il proprio contributo per la buona organizzazione della vita comunitaria sull’albero e tutto si è svolto nella semplicità e nell’ordine. Avete saputo valorizzare le diversità che ci sono tra di voi mettendole a disposizione del gruppo , a vantaggio di tutti. Ho notato con piacere come gufi e civette  abbiano saggiamente suddiviso gli incarichi notturni per garantire a me assistenza durante la notte e procacciamento del cibo per tutti. Le gazze dal canto loro hanno cucinato  il cibo da voi procurato permettendo a tutti noi di godere di pietanze deliziose e nutrienti . Un grande ringraziamento  devo rivolgere anche ai corvi: hanno provveduto con scrupolo alla pulizia del nostro albero ,garantendo igiene e decoro per tutti. Ma un elogio particolare va ai vostri meravigliosi piccoli che mi hanno allietata e incoraggiata con i loro melodiosi concerti a più voci ,diverse  per intensità e tono, ma sempre all’unisono.

In seguito a queste parole scrosciò tra gli uccelli un lunghissimo, caloroso applauso che permise loro di dare sfogo alla commozione. Copiose lacrime cominciarono a rigare le lucide penne delle gazze , esaltandone il colore del piumaggio. I corvi, allenati fin da piccoli  a trattenere le lacrime, cercavano di respingerle in gola poiché si vergognavano : da sempre, erroneamente,  era stato detto loro che il pianto è  segno di debolezza. I gufi e le civette  trangugiavano saliva mentre avvertivano un fastidioso groppo salire nella trachea. Se la colomba  avesse ancora proseguito, anch’essi sarebbero “esplosi”.

Anche Neve era commossa , ma si impose  la forza di proseguire : -Le tacite regole che vi siete dati e che diligentemente avete rispettato hanno costituito l’anello di forza che ha permesso a tutti noi di trasformare questo momento di emergenza in un’occasione di civile convivenza. L’unione e la concordia che vi hanno sostenuti sono state un elemento decisivo per  la mia guarigione. Il futuro della nostra vita sociale su questo generoso albero dipenderà dalla capacità di ciascuno di noi  trasmettere ai propri piccoli, attraverso l’esempio concreto, il valore delle regole che stanno alla base del buon vivere civile. Non si tratterà tanto di fare dei sacrifici quanto di “ sacrum facere” cioè rendere sacro ciò che si fa. Ognuno nel proprio ruolo può ,attraverso piccole cose svolte col cuore, dare un contributo al buon andamento della vita di tutti. Non dimenticate mai che il bene che fate agli altri ricadrà  sempre su di voi.

Il messaggio era giunto chiaro; il sentiero era stato tracciato in modo inequivocabile. Fu allora che gli uccelli, tenendosi stretti con le ali,  si disposero a cerchio attorno alla saggia colomba e intonarono un canto dolcissimo. Finalmente  avevano scoperto il segreto della felicità.

      

N. B. Tutti i diritti sono riservati all’autore.

Commenta la fiaba



Altre fiabe che potrebbero piacerti