11Ago
2013
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Il Paese senza specchi

Fiaba di: mariagrazia tumbarello

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La fiaba

Nel paese della gioia non esistevano gli specchi e nessuno perciò sapeva quale fosse il proprio aspetto; il magro non sapeva che era affilato come un grissino, il grasso non sospettava di essere tondo come un bue appesantito, la bella si beava dello sguardo altrui, la brutta si compiaceva di passare per simpatica, ma nessuno conosceva i dettagli del proprio corpo.

A dire il vero, in questo paese, non essendoci termini di riferimento e paragone, mancavano tutte le parole che in genere si riferiscono alle qualità delle persone; non esisteva “bello” e neanche “brutto”, e tantomeno “alto” oppure “basso” e le persone, per capirsi, si accontentavano di fare gesti per indicare gli altri.

“Hai visto il..?” e si faceva un certo segno con le dita a significare alto, oppure si limitava il gesto della mano per dire basso; per indicare una bella ragazza si facevano circolare pollice e indice, per indicarne una bruttina quelle stesse dita dovevano ruotare al contrario. Esistevano, invece, tutte le parole che indicano le qualità morali, come simpatico, intelligente, gentile, perchè quelle non si vedevano con gli specchi, ma con gli occhi che si trovano dentro il cuore.

In quel paese si viveva benissimo, perchè nessuno si preoccupava del proprio aspetto; se qualcuno ingrassava se ne rammaricava perchè gli abiti gli andavano stretti, non per altro; se dimagriva, ci si dispiaceva perchè si perdeva in forza fisica e questo, soprattutto per un uomo, rappresentava un vero smacco.

La differenza tra avvenenza e “normalità” si comprendeva, oltre che dai gesti descritti, dai comportamenti che gli altri tributavano agli interessati, nel senso che una ragazza bella veniva frequentemente invitata a ballare, a uscire a cena, a passeggiare, mentre alla ragazza bruttina queste delicatezze erano negate; così l’uomo forzuto svolgeva mansioni che richiedevano una certa forza fisica, il mingherlino al meglio sedeva alla scrivania per sbrigare compiti di normale amministrazione o, tutt’al più, insegnava, soprattutto se era poco sveglio o ingenuo.

Un giorno in un paese vicino, che di lastre di vetro riflettenti le immagini era zeppo, viene indetto un singolarissimo concorso: il concorso per nominare la più bella ragazza del posto.

La notizia del concorso circola velocemente nelle contrade vicine e quando arriva nel paese senza specchi, la gente è a dir poco incredula, soprattutto perché non sa chi mandarci; non sapendo chi scegliere, ci si affida al buon senso e vengono scelte così tre ragazze che nel tempo avevano goduto di particolare favore e interesse da parte del pubblico maschile.

Ma le regole imposte dal paese che ha organizzato il concorso hanno ragioni ben precise e si fondano su pochi, ma rigorosi principi: sarà lo specchio a dire l’ultima parola.

Le tre ragazze prescelte si affidano dunque al verdetto dell’impietosa lastra, che mostra ad ognuna, e per la prima volta, l’immagine riflessa: la prima nota con stupore l’immensa mole di riccioli neri che le cadono sulle spalle e ne gioisce un mondo, la seconda apprende di essere bionda come il grano menato dal sole i giorni d’estate, la terza di avere una stranissima voglia a forma di caffè sulle braccia, che ovviamente ignorava.

Le tre ragazze, in effetti bellissime e in questo lo specchio concordava, vengono perciò ammesse al concorso ed è tutto un tentativo di superarsi a vicenda, di migliorarsi, di piacere e piacersi.

Alla fine risulterà vincitrice una ragazza residente in un altro paese; le nostre tre ragazze, che ci restano molto male, credendosi più belle di tutte, recriminano continuamente sul risultato della gara, ritenendosi ingiustamente eliminate e contestando alle altre la vittoria immeritata.

Si azzuffano, si lacerano i vestiti vicendevolmente, si rimproverano senza sosta, si lanciano oggetti, si rotolano per terra per rimarcare l’infausto esito, e poi ritornano meste al loro paese d’origine, a sbrigare le faccende di sempre, con lo sguardo perso che le contraddistingue.

Poco a poco dimenticano la brutta avventura, e addirittura scordano come erano fatte, i riccioli dell’una, la voglia dell’altra, la cenere tra i capelli della terza.

Di nuovo ballano alle feste sotto braccio dei pretendenti, mescolandosi compostamente tra la folla di persone che le ammirano; dimenticano ovviamente anche gli specchi e nella vita non si sentirà mai pronunciare da alcuna il bisogno di vedersi riflessa.

Da quale fortuna siano baciate le persone di questo magico paese, loro lo ignorano; non curandosi del loro aspetto, evitano un mucchio di grane, e soprattutto le cattiverie e le inutili rappresaglie fatte contro di sé e contro gli altri; in altre parole, come sono libere e felici, tutto il mondo le invidia, e loro nemmeno lo sanno.

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