15Mag
2013
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Miklós, il rondinino blu

Fiaba di: francesco

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La fiaba

Nella Baviera affrescata dalla festante primavera, viveva nei boschi fioriti, una comunità di rondini che, a ridosso del grande ruscello, conducevano la loro pacifica vita.

Il sole mite e bonario accompagnava, spensieratamente, le loro giornate trascorse tra voli a planare su prati brulicanti di margheritine, e sornioni riposini su ramoscelli verdeggianti cullati dal vento.

Miklós era un rondinino vispo e intelligente, diverso da tutti gli altri piccoli; infatti, a differenza delle altre rondini, lui era interamente blu.

Questa particolare colorazione non gli aveva creato, fino allora, alcun problema; socializzava facilmente con gli altri rondinini ed era ben accetto dall’intera comunità.

I suoi genitori, poi, lo amavano senza alcuna riserva.

Insieme con la sua famiglia, Miklós, viveva sotto la grondaia di un casino da caccia abbandonato: il nido era ben grande, esposto a sud e con vista sulla vallata in fiore.

Un giorno, però, l’intera comunità delle rondini, fu chiamata ad eleggere un nuovo anziano capo per sostituire l’altro che era volato verso il cielo.

Allora si riunirono tutte attorno alla roccia sacra, nel cuore più profondo del bosco, dove i raggi del sole non riuscivano ad attraversare le fitte fronde degli alberi, e nella penombra discussero per giorni finché, alla fine, elessero il vecchio Nazìst.

Nei giorni successivi la comunità riprese a vivere tranquillamente tra giochi, caccia, voli a specchio d’acqua e con la gioia d’esser tutelati dal nuovo anziano, guida di tute le rondini.

Nazìst viveva con la moglie e i suoi tre rondinini sul lato nord del casino da caccia abbandonato, dove il sole non splendeva mai e anche di Maggio si sentiva il freddo dell’umidità.

Miklós giocava spesso con i piccoli di Nazìst, si divertivano molto guizzando tra i fili d’erba freschi di rugiada.

Una mattina però, inspiegabilmente, gli fu impedito di avvicinarsi al nido dei tre rondinini.

Non comprendendo bene il motivo, si rivolse ai genitori che chiesero spiegazioni all’anziano capo.

“Ci sono nuove leggi per la comunità, difatti è fatto divieto assoluto per Miklós giocare con i miei piccoli e con tutti gli altri rondinini!” Disse con autorità Nazìst che, non soddisfatto, sentenziò ancora ” Non potrà più andare a scuola di caccia, né avvicinarsi al grande ruscello!”.

I genitori rimasero stupiti da queste leggi così severe e protestarono vivacemente: ” Perché mai dici questo? Che cosa ha fatto di male il nostro piccolo contro di te e la comunità?”.

“E’ diverso dagli altri! E’ una rondine inferiore, non può essere degna di stare in mezzo a noi contaminando i nostri rondinini! Quel suo colore blu ci disgusta! E per questo la vostra nuova casa sarà, da ora, in poi sul lato freddo del casino da caccia e verrete privati di tutti i vostri diritti finché Miklós vivrà con voi!”.

“Ma è inaccettabile! Non puoi davvero pensare queste cose! E’ ingiusto trattarci così! E’ ingiusto trattare così il piccolo Miklós!” esclamarono con rabbia i genitori sempre più preoccupati.

Ma a nulla valsero le proteste, infatti, furono immediatamente privati dei propri beni e cacciati dal loro nido.

Il piccolo Miklós era costretto a volare al tramonto, quando la luce era meno intensa e poteva imparare a cacciare gli insetti col papà.

Una sera, però, il rondinino blu con suo padre furono visti dalle altre rondini che subito informarono l’anziano capo il quale sentenziò: “Per aver infranto la legge, la pena è l’espulsione dalla comunità!”.

Così Miklós fu afferrato da due rondini e condotto oltre il ruscello, oltre la vallata tra la disperazione del povero piccolo e dei suoi genitori che furono invece imprigionati nel loro nido.

Il mattino seguente il piccolo rondinino si ritrovò in un luogo che non aveva mai visto prima: c’erano pochi alberi e tutti rinsecchiti; non c’era un sol fiore, né prato, ma solo solchi profondi e grandi che segnavano il terreno umido, nero e fangoso.

In lontananza si vedeva una struttura grigia che, agli occhi di Miklós, appariva come il casino da caccia dove c’era il suo vecchio nido, ma molto più grande.

Decise di volare e andare a vedere, forse lì c’era qualcuno che poteva aiutarlo a tornare dai suoi genitori.

Oltrepassò una cortina racchiusa da fili di ferro arrugginito, sorvolando vari edifici che delimitavano altrettante viottole.

Atterrò su un arbusto secco vicino al quale vi era seduto un bambino.

“Ehi, tu! Sì tu! Mi puoi aiutare? Devo ritornare dai miei genitori?” Disse Miklós con la sua vocina gutturale.

“Chi sei? Da dove vieni? ” Rispose il bambino con tono meravigliato.

“Mi chiamo Miklós e vengo dall’altra parte della vallata. Aiutami ti prego a ritornare a casa”.

“Io mi chiamo Yosseph e vengo dalla terra di Ésterreich. Vorrei poterti aiutare ma mi dispiace, non si esce da questo posto”.

Disse il bambino con aria triste.

“Come mai?”.

Chiese il rondinino.

“Sono stato rinchiuso qui perché dicono che sono inferiore e diverso dagli altri. Anche i miei genitori sono stati fatti prigionieri, li hanno confinati nell’altra parte del campo”.

“Anche a me hanno detto d’essere diverso!” Esclamò Miklós ” Mi hanno cacciato via perché ero inferiore rispetto alle altre rondini, mentre i miei genitori sono stati imprigionati nel nostro nido. Non capisco proprio cosa vogliano dire col fatto che siamo diversi”.

Allora Yosseph fece planare sulla sua mano il piccolo rondinino che felice si appollaiò sul palmo calloso.

“Non so perché ci considerino diversi, anch’io come gli altri bambini ho due gambe, due braccia, due occhi e una bocca. Forse non gli piacerà il colore dei miei capelli rossi”.

“Anch’io ho due ali come le altre rondini, un becco, una coda a doppia punta. Forse perché non gli piacerà il mio colore blu, non so …”.

Entrambi rimasero in silenzio a pensare, col capo chino, senza trovare alcuna spiegazione.

“Vorrei davvero aiutarti, Miklós, a tornare dai tuoi genitori, ma non so proprio come fare!” Disse sconsolato il bambino “Se vuoi, però, per adesso puoi fermarti qui con me, tra poco ci daranno il pranzo, non è molto saporito, ma possiamo dividerlo”.

Yosseph, infilato nel taschino il rondinino, entrò nello stanzone dove, in fila con gli altri bambini, aspettava il suo turno per prendere il piatto di brodo con un tozzo di pane.

Appena avvicinatosi alla guardia vestita di grigio, il bambino, frettolosamente nascose per bene Miklós, coprendolo col fazzoletto ben infilato nel taschino in modo da non essere visto; era proibito portare animaletti o avere un qualsiasi tipo di gioco o oggetto personale.

Avuta la sua razione, il bambino uscì dal capannone e si sedette a terra, con le spalle appoggiate al muro.

Un boccone ciascuno e divisero il pranzo.

Riposta la scodella e il cucchiaio in un grande fazzoletto di seta, Yosseph, tirò fuori, da sotto la divisa a strisce, una foto nella quale era abbracciato alla mamma e al papà: ricordo, felice, di una gita nei boschi.

“Mi mancano molto i miei genitori …” Disse con le lacrime agli occhi il piccolo bambino “Vorrei tanto poterli rivedere, abbracciarli, stare con loro … almeno potessi mandargli un messaggio per far sapere che sto bene!”.

Sospirando, Yosseph si rannicchiò su se sesso, con le mani a cingere le ginocchia, posando la testa su una zolla di terra rialzata.

Miklós, allora, volò fuori dal taschino, sì alzò in alto stendendo le ali in tutta la loro lunghezza, poi con una traiettoria parallela al suolo si diresse verso il centro dei palazzoni entrando, attraverso la finestra aperta, in quello più grande.

Ne uscì dopo qualche minuto; reggeva tra il becco uno stilo e tra le zampe aveva un pezzo di carta ingiallito.

Planando accanto a Yosseph esclamò: “Amico mio! Non piangere! Ecco, adesso puoi scrivere il messaggio per i tuoi genitori: volerò da loro e glielo consegnerò!”.

Il bambino quasi non credeva ai propri occhi, il pezzo di carta era piccolo, ma bastava per imprimere la frase: “Sto bene, Vi voglio bene, Mi mancate tantissimo”.

Scrisse in fretta, per non farsi scoprire, forse commettendo qualche errore, la sua manina era stanca e gli occhi non vedevano molto bene da vicino.

“Ascolta Miklós, riconoscerai la mia mamma dal colore dei suoi occhi; infatti, sono blu, sì, proprio come il tuo manto. Ora vai e sii prudente”.

Strappato un filo di cotone dalla divisa, Yosseph legò il bigliettino alla zampina del rondinino che, attenendosi alle indicazioni del bambino, spiccato il volo, si diresse verso il capannone oltre il cortile dall’alto filo spinato.

Dall’alto il campo era ben visibile nel suo grigiore pomeridiano; uomini dalle divise sgualcite camminavano compiendo diagonali sempre eguali.

Miklós avvistò il capannone stabilito e planando sul davanzale di legno di una finestra opaca, fu subito accerchiato da due piccioni che con fare cattivo gli intimarono di andar via.

Il rondinino, seppur intimorito, non si perse d’animo: spiccò il volo compiendo una traiettoria ellittica che disorientò i due volatili, i quali per acciuffarlo finirono a cozzare l’uno con l’altro cadendo a terra intontiti.

Così Miklós poté entrare nel grande stanzone dove c’era tanta gente seduta davanti a un lunghissimo tavolo.

Volò più volte per tutta la lunghezza del capannone, ma non riuscì a vedere bene gli occhi delle persone, avevano tutti il capo chino; anzi sembrava proprio che nessuno si fosse accorto della sua presenza.

Si fermò sul davanzale interno della finestra da dove poteva osservare l’intero stanzone.

A un tratto un pallido raggio di sole illuminò l’ambiente; una testa si sollevò in direzione della fioca luce, due occhi blu, molto stanchi, guardavano il rondinino, Miklós allora capì: era la madre di Yosseph.

Subito si precipitò da lei, volando in tondo per un paio di volte, fino a posarsi sulla sua mano. La donna notò il foglietto legato alla zampina, lesse e pianse.

Poi si alzò, andò in fondo al capannone ritornando con un uomo molto affaticato, era il padre di Yosseph che, estratto un pennino scrisse: “I tuoi genitori ti amano immensamente”; entrambi con le lacrime agli occhi legarono di nuovo il foglietto alla zampina di Miklós che subito volò uscendo dalla finestra.

Ritornato dal bambino, lo trovò ancora rannicchiato lì dove lo aveva lasciato.

Lo svegliò delicatamente sussurrando: “Amico mio, sveglia! I tuoi genitori ti mandano un messaggio, leggi!”.

Dopo aver letto, piangendo di felicità, il bambino ringraziò più volte il rondinino blu prima di rientrare nello stanzone, la sera che si avvicinava portava aria fresca e vento forte.

Passarono giorni, settimane e mesi, tre per l’esattezza, da quando Miklós era giunto al campo.

Il piccolo rondinino pensava sempre ai suoi genitori, gli mancavano, ma qui, per fortuna aveva Yosseph che si era molto affezionato a lui e lo consolava standogli accanto.

Il rondinino dal canto suo aiutava il bambino dai capelli rossi a comunicare con i genitori facendo da corriere da un capannone all’altro.

L’alba di un nuovo giorno si levò al campo dopo una notte fredda, e la giornata non si presentava migliore: nuvole bigie si muovevano soffiate dal vento, tutto era così triste.

Yosseph, con gli altri bambini, fu condotto, dalle guardie grigie, a lavorare nei pressi del filo spinato.

Il compito dei bambini era quello di spaccare grandi pietre e sistemarle in cassonetti di latta che sarebbero poi stati trasportati in città da un treno speciale.

Miklós, come sempre, era nascosto nel taschino, sentiva l’affanno e la fatica del suo amico e il cuore battere sempre più forte.

Approfittando della distrazione delle guardie, il rondinino spiccò il volo, e addentrandosi nel bosco ritornò dopo poco con una bacca nel becco.

“Mangia qualcosa Yosseph, sarai stanco!”.

“Non darla a me, fai mangiare Aaron, lui non ha pranzato ieri, è molto debole, si sente male”.

Rispose Yosseph che indicò il bambino magrissimo, affianco a lui.

Il rondinino allora subito porse la bacca ad Aaron, poi ritornò nel bosco e una bacca alla volta, per tutta la mattinata, sfamò, stando attento a non farsi accorgere dalle guardie grigie, tutti i bambini del campo.

Verso mezzogiorno, Miklós stava compiendo l’ennesimo viaggio alla ricerca di bacche, quando alzatosi più in alto per contrastare una corrente di vento destabilizzante, notò, in lontananza, un gran polverone.

Curioso volle dare un’occhiata.

A circa quattro km di distanza si stavano muovendo enormi carri di ferro che il rondinino non aveva mai visto in vita sua.

C’erano tanti uomini vestiti con divise verdi ricoperte di macchie più scure.

Non si vedevano bene i volti, avanzavano cantando e incitandosi a vicenda.

Affianco a loro, altri carri di ferro si muovevano velocemente: uomini, dai lunghi cappotti e grandi cappelli, marciavano mostrando vessilli rossi.

Nel cielo, invece, Miklós vide un gigantesco stormo di rondini tutte impolverate che, volando, accompagnavano quelle due grandi colonne di soldati.

Il rondinino corse subito da Yosseph riferendogli ciò che aveva visto.

“Saranno altre guardie grigie che vengono al campo”. Disse sconsolato il bambino. “Hanno divise differenti”.

Esclamò Miklós che con un guizzo velocissimo si alzò in volo sorvolando il campo.

Vide che le guardie grigie erano agitate e disordinatamente fuggivano via.

All’improvviso si udirono tre forti boati; si sollevò tanta polvere, i bambini piangevano e Miklós cercò di avvicinarsi a Yosseph, ma la visibilità era scarsa e le grida non consentivano di farsi sentire.

I carri di ferro entrarono nel campo dagli squarci nelle mura provocate dalle bombe.

Dopo poco la situazione si normalizzò, cessarono gli scoppi e il polverone si dileguò.

Il rondinino riuscì a trovare Yosseph, s’infilò nel taschino e aspettò di capire cosa fosse accaduto.

Dai carri di ferro vennero fuori in fila ordinata gli uomini dalle divise verdi e gli altri dai lunghi cappotti.

Ogni loro passo fatto in avanti colorava il terreno; infatti, davanti agli occhi dei bambini fiorirono fiori, ripresero vita gli alberi, rispuntarono germogli e fili d’erba, le nubi si diradarono e il sole tornò a splendere con forza.

I soldati tolsero gli elmetti, i lunghi cappotti e iniziarono a consegnare acqua pulita, pane, cioccolata, carne secca e frutta fresca.

Con grande meraviglia Miklós e Yosseph osservavano quegli uomini; erano tutti diversi tra loro: c’era chi aveva la pelle bianca, gli occhi verdi, o azzurri, o neri, i capelli rossi, castani, biondi; c’era chi aveva la pelle scura, i capelli neri e ricci, gli occhi profondi e sorridenti; c’erano uomini alti, bassi, snelli, robusti, tutti sorridevano e abbracciavano i bambini, davano carezze e asciugavano lacrime.

C’era tanto amore che nessuno in quel luogo aveva mai avvertito prima.

Lo stormo di rondini, che seguiva i soldati, scese dal cielo e Miklós le poté ora osservare da vicino rendendosi conto delle differenti colorazioni del loro manto.

Vi erano rondini nere, rosse, gialle, arancioni, viola, verdi, rosa e anche blu.

Allora schizzò fuori dal taschino della casacca di Yosseph e volò, allegramente, dalle rondini multicolori, giocando a rincorrersi in quel prato rifiorito per magia.

I bambini furono portati fuori dal campo, dove erano stati raccolti anche gli adulti; molti riabbracciarono i propri figli.

Yosseph cercava con lo sguardo la mamma e il papà, camminava con la testa all’insù nel tentativo di farsi riconoscere; poi in mezzo alla folla scorse il volto della madre e i suoi splendenti occhi blu.

Gridando a squarciagola corse ad abbracciare i genitori: piansero gioiosamente.

Fu dato loro una coperta a testa e del cioccolato caldo; si sedettero sotto una quercia rigogliosa stringendosi forte l’un l’altro.

Erano liberi.

Yosseph, stretto a sua madre, chiamò Miklós e, fattolo posare sulla sua mano, gli disse: ” Amico mio, io e i miei genitori dobbiamo ringraziarti. In quest’ultimo mese hai fatto sì che noi potessimo comunicare attraverso di te che, volando di capannone in capannone, portavi i nostri messaggi di amore e vicinanza. Per questo, adesso, saremo lieti di aiutarti nel tornare a casa dal tuo papà e dalla tua mamma”.

Allora il rondinino blu, commosso, ringraziò a sua volta e, infilatosi nel taschino di Yosseph, salì con gli altri a bordo di uno dei carri di ferro guidati da due soldati vestiti di verde.

Partirono alla volta di quel casino di caccia abbandonato che, nei racconti di Miklós, doveva trovarsi oltre la vallata: così dopo il primo giorno di viaggio guadarono il ruscello; il secondo giorno, invece, salirono su, verso i boschi bavaresi; il terzo giorno trovarono, nascosto dalla vegetazione, il casino da caccia abbandonato dove Miklós era nato.

Dall’alto planarono le rondini multicolori che liberarono non solo il nido dei genitori di Miklós, ma anche tutti gli altri che erano stati costruiti sul lato nord del casino da caccia.

Il piccolo rondinino blu si ricongiunse con il suo papà e la sua mamma che, felici e festanti, insieme alle altre rondini della comunità si strinsero tutti attorno a Miklós che non aveva mai perso la speranza di tornare a casa.

Nazìst e i suoi scagnozzi furono cacciati via e al suo posto fu eletto capo, per acclamazione, il papà di Miklós, il quale per tutti i tre mesi, pur essendo prigioniero, aveva dato coraggio e dispensato gesti affettuosi all’intera collettività.

E così nella Baviera di fine primavera, Yosseph e la sua famiglia decisero di ristrutturare il casino da caccia e vivere lì, in armonia con la comunità delle rondini, e tutti gli animali del bosco, perché seppur si è diversi per colore, razza, pensiero e opinioni, si è uguali, sempre, in tutto e per tutto, vivendo in modo giusto, tollerante e onesto, ma soprattutto in pace con se stessi e con gli altri.

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