03Ott
2016

La coda dell’arcobaleno

Fiaba di: Ilaria

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La fiaba

-È tutta colpa tua!- esclamò furioso il piccolo e colorato Colibrì, agitando ancora più velocemente le piccole ali –Se non fossi così superba, ora non staremmo tutti qui riparati sotto a questo gigantesco albero a evitare la pioggia e i fulmini un attimo, e quello successivo il calore bruciante del Sole!-

-Che vuoi che ti dica? Se la sono voluta loro- replicò l’Aquila alzando fiera il capo e schioccando il becco per il disappunto. Come si permetteva quel piccolo e ridicolo uccellino anche solo di parlare con lei, la regina della foresta? Aveva proprio una bella faccia tosta. Non solo, la stava pure rimproverando, forse? Che male c’era dopotutto: aveva semplicemente chiesto dei regali al Sole e alle Nuvole, regali che ovviamente meritava, vista la sua bellezza e maestosità. Sentiva che per essere ancora più regale, avrebbe avuto bisogno dello splendore dorato del Sole sulle sue piume e la sonorità tonante del tuono delle Nuvole nella voce; ma né esse né il Sole avevano voluto concederle ciò che aveva chiesto. Scocciata e indispettita, l’Aquila era tornata dal Sole, riferendogli che le Nuvole ridevano di lui, perché non sapeva fare altro che portare allegria, buonumore, calore…era tutto qui il suo potere? Era questo il meglio che sapeva fare?

Il Sole si era infuriato molto al sentire queste parole: così, le Nuvole credevano veramente di essere migliore di lui, l’astro del giorno, che porta la vita, che fa crescere le piante, maturare i frutti, scaldare i cuori e la pelle di ogni essere vivente? Avrebbero visto con chi avevano a che fare.

Subito l’Aquila aveva poi spiegato le ali e si era diretta verso le nubi, che stavano aleggiando sulla foresta in un punto dove il fiume non scorreva e che aveva urgente bisogno di acqua. E le aveva provocate così:

-Oh, che bella idea avete avuto a donare un po’ di acqua a questo terreno riarso dalla sete! Siete davvero generose … quell’antipatico del Sole dovrebbe proprio stare zitto, invece di giudicarvi così male…-

Le Nuvole l’avevano guardata, sorprese: non c’erano mai stati litigi con il Sole, ognuno faceva la sua parte in modo che la foresta fosse rigogliosa e ricevesse acqua e calore in modo equilibrato. Il Sole si era forse stancato di loro? Pensava di poter gestire da solo tutto quanto? Chi credeva di essere? L’egoista era lui a pensare di farcela da solo, non loro. Così, già cariche di pioggia, le Nuvole erano diventate sempre più scure e avevano iniziato a scivolare sempre più velocemente nella direzione del Sole, che risplendeva più caldo del solito sembrava, tanto che gli animali della foresta avevano iniziato ad avvicinarsi al fiume per cercare un po’ di fresco. Le Nuvole lampeggiavano sempre più minacciosamente, e quando erano arrivate vicino al Sole non c’era stato bisogno di parole: si erano guardate con rabbia, poi le Nuvole avevano sferrato una saetta potente insieme a un tuono da far tremare le radici degli alberi, e da allora non c’era più stato un attimo di pace. Il Sole aveva continuato a scagliare ondate di caldo torrido e le Nuvole cercavano di sovrastarlo con la pioggia incessante e fitta e tuoni, lampi e saette a non finire. Nessuno sapeva quando sarebbe finita e soprattutto come.

Ciò che più infastidiva il Colibrì era che l’Aquila se ne stava lì a fissare la scena, compiaciuta del guaio che aveva causato e convinta di avere ragione, e che questa era la giusta punizione per aver rifiutato di donarle ciò che lei pretendeva di meritare.

-Pensi di risolvere il problema dato che l’hai creato tu? O ce ne stiamo qui ad aspettare che distruggano tutta quanta la foresta?-

-Non vedo perché dovrei. Ora è tardi per fermarli, mi spazzerebbero via se volassi loro incontro. E poi, se lo meritano.

Con quel suo profilo regale, il becco adunco e le zampe possenti ancorate intorno al ramo dell’albero sotto cui erano riparati, l’Aquila sembrava invincibile e irremovibile. Se non voleva risolvere la situazione lei, la potente regina della foresta, chi avrebbe mai potuto farlo con quei giganti nel cielo a combattere fra loro?

In quel momento un fulmine colpì uno dei rami dell’albero sotto cui avevano trovato riparo il Colibrì, l’Aquila e molti altri uccelli e creature della foresta: il ramo cadde a terra carbonizzato e fumante, e tutti gli animali tremarono dalla paura. A quel punto, il Colibrì decise che ne aveva abbastanza: era arrivato il momento di fare qualcosa, e se nessuno aveva intenzione di intervenire, beh, l’avrebbe fatto lui stesso. Guardò il cielo invaso dai lampi e dal bagliore del sole furioso, e agitando le piccole ali si allontanò dal riparo dell’albero volando verso il Sole e le Nuvole. Tutti gli animali gli gridarono di tornare indietro, era troppo pericoloso per un esserino piccolo e fragile come lui! Il Colibrì non li ascoltò: sfruttò le raffiche di vento, invece di opporsi, per salire verso l’alto e faticare meno, scansando con un rapido battito d’ali i fulmini che gli saettavano velocemente intorno; quando un’ondata di calore, ancora più potente perché si stava avvicinando sempre più alla zona fra il Sole e le Nuvole, lo investì, per poco non si lasciò precipitare a terra, tanto era scombussolato. Ma resistette fino a trovarsi al centro del cielo, fra le Nuvole furibonde, nere e lampeggianti da un lato, e il Sole caldo, splendente e accecante dall’altro.

Con il suo lungo e sottile piccolo becco si interpose fra loro, urlando tra le raffiche di pioggia di fermarsi, perché avrebbero distrutto tutto e si sarebbero eliminati a vicenda, ma era troppo piccolo per essere visto da quei giganti, la sua voce troppo flebile per essere udita. Le sue ali, appesantite dalla pioggia iniziarono a cedere; il calore del Sole lo stordiva; poco a poco iniziò a planare verso terra, senza precipitare perché le varie correnti di vento lo mantenevano in sospensione, disegnando con la sua traiettoria un arco nel cielo grigio e bianco. Mentre planava verso terra e l’albero da cui era partito si avvicinava, incrociò lo sguardo dell’Aquila; stranamente, però, non era uno sguardo di derisione, e non era nemmeno più di sfida o di rabbia: era pura meraviglia e sorpresa..e stava guardando proprio lui! Stupito, ricominciò a battere le ali quasi asciutte perché sentiva che le brusche correnti di vento si stavano calmando e il caldo stava diminuendo: si voltò allora verso il cielo e…rimase a becco aperto! Le gocce di pioggia, mescolate ai raggi solari, avevano creato un arco colorato nel cielo..dei colori familiari…seguì l’arco con i piccoli occhietti neri da dove era partito finché arrivò a capire che era la sua coda a produrlo! I suoi colori, i colori delle sue piume e della sua coda avevano tracciato un arco nel cielo proprio tra le Nuvole e il Sole, che estasiati stavano ammirando anche loro l’opera meravigliosa che stavano creando, con l’aiuto del Colibrì.

-Guarda che cose meravigliose creiamo insieme…-commentò il Sole, che ormai aveva ripreso il suo solito ed equilibrato calore.

-Siamo stati degli sciocchi a credere di poter fare a meno l’uno dell’altro, o che uno di noi fosse migliore dell’altro!- esclamarono le Nuvole, ormai quasi bianche -Siamo tutti necessari a nostro modo…non è vero piccolo grande amico?- sorrisero guardando il Colibrì che, felice, fece qualche piroetta in aria agitando le ali ormai asciutte, brillando ancora più vivacemente nei suoi colori ora riflessi nel cielo.

-Tu certo, pur essendo piccolo, sei più grande di tanti altri che si credono tali ma che in realtà sono più piccoli di te quanto a intelligenza- sottolineò il Sole, guardando torvo l’Aquila, che corse a ripararsi in una caverna nella roccia di una montagna vicina, restandovi per molti giorni e dopo aver ricevuto un fulmine che le strinò tutte le piume della coda.

L’arco prodotto dalla coda del Colibrì, invece, divenne simbolo di pace, perché questo aveva ottenuto il piccolo uccellino fra i giganti del cielo, con il suo coraggio e la sua grandezza di cuore.

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