31Dic
2010
Il giudice, l’ospitaliero e il solitario

Il giudice, l’ospitaliero e il solitario

Fiaba di: Redazione

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La fiaba

Tre santi, tutti e tre caldi e zelanti
di lor salute eterna, per diverse
vie camminando ad una mèta stessa
(poi che tutte le vie menano a Roma),
in tre diversi modi al ben dell’alma
provvedeva ciascun.
L’un visto i triboli
e l’angherie vedute che trascinano
seco i processi e quel che vi guadagnano
i legulei, pensò di farsi giudice
gratis, amore Dei… senza specifiche.
E destino fatal, sembra, degli uomini
che mezza vita, o per tre quarti, o tutta
passin fra loro in velenosa lite.
Onde il nostro, buon uomo e conciliante,
volle quasi guarir la razza umana
da questa smania.
L’altro invece (e il lodo)
preferì gli ospitali. Il dar soccorso
ai mali è carità ch’io molto apprezzo
sopra l’altre virtù. Fu sempre il mondo
pien di dolori e piaghe, e il nostro pio
ebbe molto da far senza la molta
pazienza. – O Dio! – borbottano i malati
impazienti, crucciosi, noiosi.
Come se all’uno sì, all’altro no
facesse preferenze, e questo e quello…
Ma codeste tristezze erano un nulla
in paragon de’ guai, degli imbarazzi
in cui si dibattea l’uom della legge.
Nessun n’era contento e la sentenza
irritavali tutti, anzi accusavanlo
di tenere due pesi e due misure
e una falsa bilancia…
Un giorno il nostro
sant’avvocato corre in cerca e trova
all’ospital il santo degli infermi,
e coll’alma trafitta e titubante
per dover disertar contro gli assalti
il campo, in fondo a un solitario bosco
vanno il pianto a versar delle lor pene.

Entro un’orrida grotta ivi ed accanto
a un limpido ruscello, ove non scende
raggio di sole e dove il vento tace,
trovano il terzo santo e a lui consiglio
richieggon per la vita.
– Egli bisogna, –
risponde l’eremita, – in sé soltanto
attingere consiglio. E chi conosce
i nostri mali meglio che noi stessi?
Conoscere se stessi è il gran precetto
che a noi comanda il Padre onnipotente.
Qui nella pace e non fra il mondo insano
se stessi è dato di trovar. Se l’onda
agitate, l’immagine si turba
di chi si specchia, e la poltiglia è densa
nube che appanna del cristallo i raggi.
Fratelli miei, lasciate che riposi
l’anima vostra. Nel silenzio verde
del deserto l’immagine perduta
troverete di voi -.
Tacque e seguito
fu il suo consiglio salutare e pio.

Non dico io già che debbansi le cure
fuggir del mondo. Poi che il mondo è pieno
di liti, di malanni e vi si muore,
occorrono i dottori e gli avvocati,
di cui penuria non avrà giammai
la terra. È bello, è buon dietro gli onori
e sui guadagni correre, ma quanto
in queste cure, ahimè, l’uomo si oblìa!

O voi, nelle faccende affaccendati
o magistrati, o principi, o ministri
voi tra mille accidenti avvolti e stretti,
voi cui sferza il dolor, guasta fortuna,
quando di voi, quando d’altrui coscienza
v’è concessa? se un poco si raccoglie
è dall’adulazion rotto il pensiero.

Questa bella morale al lungo tema
ponga termine alfin, e possan quelli
che questo tempo chiameranno antico
trarne succo vital. Ai prenci, ai dotti
la raccomando. Una miglior sentenza
dove trovar da porre in fondo al libro?

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