31Dic
2010
Dafni e Alcimaduri

Dafni e Alcimaduri

Fiaba di: Redazione

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La fiaba

(Alla signora de la Mésangère)

O figliuola gentil d’una gentile
madre, per cui son teneri e devoti
oggi ancor mille cori (e qui non conto
i rispettosi amici e quei che in petto
celan la fiamma d’un segreto amore),
tra l’una e l’altra voglio far che un poco
di questo incenso, ch’io raccolgo in cima
del Parnaso, oggi salga condiviso.
Un segreto io posseggo, il qual ne rende
gradito il fumo. Io vi dirò… che cosa?
Dir tutto è troppo quel che canta in core,
e, già per gli anni affievolita e stanca,
è forza ch’io riduca oggi la voce
a pochi temi e su modesta lira.

Io dunque loderò solo del vostro
core la tenerezza e le soavi
grazie e gli affetti e i nobili pensieri,
di cui non vi saria nel mondo esempio
tranne che in voi, se non vivesse quella
che di grazia vi fu madre e maestra.
Voi procurate di salvar sì belle
rose dai troppi spini, il dì che Amore
a voi dirà con voce più gentile
queste ch’io canto flebili parole,
Amor, che acerbo sa punir chi sordo
alle parole sue chiude l’orecchio.

Alcimaduri vaga pastorella,
crudel, non men che bella,
Amor disprezza ed i potenti strali,
e fiera e forte e per le balze snella,
per boschi e prati come avesse l’ali
dietro il capriccio va,
diversa in ogni cosa
dall’altre e più sdegnosa
tranne in quella beltà
che più crudel la fa.
Tutto è piacente in lei, fin quello sdegno
ond’è superba… Or che saria se alcuno
di lei trovasse degno?
Dafni, giovin pastor, nobile e baldo,
che il cor si sente caldo,
invan sospira un guardo, invan impetra
una parola da quel cor di pietra.
Onde pensa morir. Un giorno il passo
ferma alla porta dell’amato bene,
e al vento confidando l’aspre pene,
chiede e sospira invano
ch’apra la porta la pietosa mano.

Alcimaduri fra le sue compagne
celebrava il bel dì della sua festa,
al fior di sua bellezza sulla testa
cingendo i freschi fior delle campagne.
– Oh! potessi morir, dolce tesoro, –
grida il meschin, – davanti a questa porta!
Ma invano questo estremo bene imploro,
da chi ricusa ogni altro ben gentile
e me riguarda come cosa vile.

Me morto, il padre mio, com’ha promesso
al moribondo amante,
ti porterà del mio picciol possesso
i frutti ch’io sacrava ai santi dèi,
e ad essi aggiungo gli agnelletti miei,
e lo stesso mio can… Del tuo sembiante
vorran gli amici un bel tempio adornare,
ove di freschi fiori
rivestiran l’altare.

Di questo tempio al basso
al passeggier dirà l’umil mio sasso:
“Dafni morto d’amor. Ti ferma e piagni
la sciagurata sorte.
Alcimaduri me condusse a morte” -.

A queste voci tenere si spense
dalla Parca sospinto e dal dolore
il giovine pastore.
Ella invece danzante, ilare, e in festa
esce e nemmen si arresta
a sparger d’una lagrima la terra
che tanto amor rinserra!
E mentre danza e ride
alla statua d’Amor ilare intorno,
questa si rompe in mezzo
e col suo peso la fanciulla uccide.
Voce dal cielo intanto si diffonde,
a cui l’eco risponde:
– Amate, amate, la crudele è morta -.

Rabbrividì di Dafni il nudo spirito
di Stige all’atra porta
quando apparir la vide,
e stupefatto alle parole infide
stette il Regno infernale
quand’ella favellò… stette il pastore
rapito come Aiace alle lusinghe
del furbo Ulisse e quale
Didone innanzi al grande traditore.

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