31Dic
2010
Il falcone e il cappone

Il falcone e il cappone

Fiaba di: Redazione

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La fiaba

Amici andiamo adagio
a credere alla voce del malvagio,
ma facciam come l’Asin di Giampietro
che più lo spingi e più si tira indietro.

Un grasso cittadin di Monticello,
che faceva il mestiere di Cappone,
al tribunal un dì venne citato
del suo padrone.
– Qui, qui, qui, qui… – gridavagli la gente,
spingendolo bel bello,
ma il brianzol, maestro in furberia,
scappava via
e lasciava gridare inutilmente.

– Servo vostro! – dicea, – non mi si piglia
in queste grosse trappole, no, no -.
Nessun si meraviglia
se non hanno i capponi confidenza
cogli uomini. È l’istinto, ben si sa,
ed è l’esperienza
che diffidar li fa.
Il nostro brianzol indovinò
che doveva al diman esser la gloria
del banchetto e davver ne facea senza.

Mentr’ei fuggia, sentì che da un palchetto
gli diceva un Falcone ammaestrato:
– O sciocco, ed hai sì corto l’intelletto,
che non intendi che si perde il fiato
a chiamarti? E v’è gente più citrulla
di questa razza d’uccellacci stupidi
che non capisce nulla?
Io sì, riguarda qui,
cacciar, volar io so,
partir, tornare, io sì,
e dovunque si vuol rapido vo.
Il tuo padron ascolta
che ti attende sull’uscio, anima stolta.

– Attenda fin ch’ei vuol, – disse il Cappone, –
conosco già la bella novità
che da contar egli ha.
Da lui poco lontano
caro quell’uomo col coltello in mano!
A questo dolce e amabile zimbello
vola, mio dotto uccello,
se ti piace. Per me scappo e ti chiedo,
in carità, non ridere
se alle voci gentili ancor non credo
che mi faranno stridere.
Se vedessi anche tu cotti allo spiedo
tanti falconi
quant’io vedo capponi o appesi al muro,
non rideresti, amico, di sicuro.

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