20Apr
2017

Valentino e la stampante 4D

Fiaba di: Carlo Testana

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La fiaba

All’uscita di scuola Valentino doveva fare solo 200 metri per arrivare a casa. Li faceva a piedi, anzi di corsa.

Appostati all’angolo di via Randelli c’erano i cugini Jena, che lo aspettavano. Aldo Jena era bassotto e gli mancava un dente davanti; quando parlava gli usciva un fischietto. Per questo si beccava una gran sventola da Boxe Jena, il cugino più grande, che lo metteva a tacere per poter parlare lui atteggiandosi a capo del duo. A scuola non ci andavano mai e i genitori non si dispiacevano perchè pensavano che la strada fosse la migliore palestra della vita: altro che matematica, storia o geografia.

Erano dispettosi come le scimmie e punzecchiavano tutti quelli che gli passavano davanti. Valentino era costretto a fare quella strada e appena girato l’angolo prendeva a correre per evitare i malefici cugini. Li sorprendeva sempre e, veloce come una lepre, sfrecciava davanti a loro lasciandoli con un palmo di naso.

Una volta avevano provato a rincorrerlo, ma voltandosi di scatto si erano scontrati l’uno contro l’altro inciampando sui loro stessi piedi piatti. Un giorno architettarono un piano per fermare Valentino e rubargli qualcosa. Si nascosero un pò più lontano dentro un portone per far credere di non esserci, poi di colpo sarebbero piombati addosso al ragazzo.

Quel giorno Valentino fece il primo tratto di strada camminando lentamente, ma sapeva che, girato l’angolo, avrebbe dovuto correre. Guardava le vetrine che conosceva a memoria, cercava qualche novità rispetto al giorno avanti. La farmacia con i prodotti per dimagrire e la foto di una cicciona che diventava una modella dopo i trattamenti, il calzolaio sempre a litigare con i clienti per le scarpe che si scollavano, il bar di Gedeone che lo salutava dal banco, il negozio di stampanti 4D…Stampanti cosa? No, questo ieri non c’era! Si fermò di botto.

Al posto della solita serranda sgangherata perennemente chiusa, ora era apparsa una bella porta a vetri che lasciava intravedere l’interno con strane apparecchiature ed un signore con i capelli bianchi che si muoveva da una parte all’altra.

Si affacciò incuriosito.

“Buongiorno Valentino, disse il vecchio, entra pure”.

“Che fate qui signore?”.

“Stampanti 4D, non vedi?”.

“Come fa a sapere il mio nome?”.

Quello non rispose ed iniziò a mostrare le macchine.

“Le stampanti 3D, che tu conosci di certo, costruiscono oggetti a tre dimensioni, le mie invece sono iperstampanti. Servono a fare non cubetti ma ipercubetti, ipersfere, iperpupazzi, iperastronavi, hanno qualcosa in più oltre alle dimensioni normali. Oggi è il primo giorno di apertura e voglio farti un regalo, cosa ti serve?”.

“Mi servirebbe un poliziotto, disse Valentino pensando ai cugini Jena, oppure un cane, ma non credo che lei…”

“Combinazione, ho qui tutte e due le cose; un bel canepoliziotto 4D appena uscito dalla stampante, non è carino?”.

“Bello è bello, non c’è da dire, ma sembra un normale animaletto di plastica un po’ più grande,  niente di più”.

“Beh, prendilo, te lo regalo, funziona ad adrenalina, lui la sente e si attiva”.

Valentino, senza capirci molto, prese il cane di gomma e lo infilò nello zainetto dal quale la sagoma spuntava con la testa e le zampe.

“Grazie signore, come si chiama?”

“Oh! chiamami pure nonno Berto, ma forse intendevi lui, che stupido, chiamalo Cometipare”.

“Perfetto lo chiamerò Box, mi è sempre piaciuto questo nome”.

“No, Valentino, si chiama Cometipare, è questo il suo nome. Cioè per intero sarebbe Comecanetipareiperpoliziotto ma per fare prima semplicemente Cometipare”.

Il ragazzo uscì dal negozio salutando, ringraziando e sorridendo mentre pensava che il vecchio non avesse tutte le rotelle in ordine.

“Cometivieneinmentedichiamareuncanecometipare sarebbe un nome ancora più buffo ed interessante, disse a bassa voce, iniziando a ridere, oppure Cometiparedichiamareuncanepoliziotto e perchè non…”

Si accorse all’improvviso di aver già girato l’angolo, un brivido gli passò sulla schiena; niente paura, dei fratelli Jena nessuna traccia, per fortuna.

Si fermò ad aggiustare il pupazzo che si era un po’ spostato e proseguì senza correre.

All’altezza del portone al numero 17 i cuginastri gli si pararono davanti minacciosi: impossibile scappare da nessuna parte.

” Ma brafo il nosctro Falentino, disse Aldo fischiando come un merlo, indove fscappi?” La sberla di Boxe colpì il cugino sul collo, la sua testa si conficcò nelle spalle come quella di una tartaruga nel carapace.

“Fatti da parte scemo, qui le domande le faccio io che sono il capo. Ma bravo il nostro Valentino! indove scappi? Molla lo zainetto che ci serve, oppure dacci venti euro che ci servono uguale”.

” Sci scervono uguale, ripetè Aldo, poscia a terra lo ciainetto e fattene”.

Questa volta si beccò uno sbuffettone sul naso dal cugino che lo spinse di lato.

Valentino iniziò a sudare, gli montava la rabbia e la paura, ma più la rabbia, sentiva i brividi percorrergli il corpo e tremava serrando i denti.

“Fatevi da parte, altrimenti…”

“Altrimenti che? Ci fai mordere dal tuo cagnetto di gomma? Guarda quanto è carino, dacci pure questo, avanti!”.

Box sollevò il pugno per minaccia, ma all’improvviso si paralizzò perchè successe una cosa incredibile.

Cometipare saltò dallo zainetto e gli morse la manica della camicia stringendo i denti, sembrava raddoppiato in grandezza, mostrava una magnifica dentatura da cane-poliziotto e ringhiava verso i due bulletti. Questi, atterriti e sorpresi, arretrarono. Valentino li spinse allora dentro il portone e lo richiuse all’istante. Poi suonò qualche citofono a caso.

“Adesso scendo e faremo i conti”, sentì dire all’altoparlante, basta con questi stupidi scherzi!”.

Cometipare saltò dentro lo zainetto immobilizzandosi.

Valentino lo carezzò sul collo e riprese la sua strada calmo e divertito. Ebbe modo di sentire un bel trambusto nell’androne ed uno svolazzar di sventole e schiaffoni ai fratelli Jena.

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