19Mag
2017

Un cuore per il principe Camor

Fiaba di: Fujia

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La fiaba

C’era una volta, tanto tempo fa, una terra bellissima di nome Lamantia.

Questa terra dalle meravigliose montagne purpuree, dalle favolose praterie malva e rosse e dai verdissimi laghi, era governata dal Re Salavalecco.

Questo Re, aveva tredici figli. Ognuno nato da una moglie diversa. Questo perché, alla nascita del primogenito, la povera regina periva.

L’ultimo nato, il principe Camor non era mai stato visto da nessuno. Si mormorava che avesse l’aspetto mostruoso del più terrificante animale, che i suoi artigli fossero affilati come coltelli e che i suoi denti aguzzi squarciassero le carni di chi si addentrava nella sua camera.

La sua abitazione si trovava nelle segrete del Castello e non vi era accesso. Solo Salavalecco era in grado d’entrarci, grazie ad uno specchio magico che lo univa al figlio e tutte le sere s’introduceva nello specchio per andare a trovare il suo ultimogenito.

Quello che i sudditi ignoravano, però, era che il Principe Camor aveva un viso bellissimo, era molto intelligente, brillante, vivace e particolarmente crudele.

Aveva gli occhi più verdi dei laghi del suo meraviglioso Regno, i corti capelli bruni come le terre più fertili, il sorriso più incantevole della Foresta delle Meraviglie. Il suo profilo era un vero incanto e al solo vederlo qualsiasi fanciulla si sarebbe follemente innamorata di lui.

Sfortunatamente il principe non poteva innamorarsi, non perché non lo volesse, ma perché era privo di cuore. Poteva commettere qualsiasi nefandezza senza avere l’ombra di un rimorso, per questo Salavalecco lo aveva fatto rinchiudere in quel luogo magico dove nessuno potesse raggiungerlo e dove non avrebbe potuto essere di pericolo a chicchessia.

“Siete nuovamente qua, padre? Come state di salute? Vi riguardate?” la voce era serena, ma lo sguardo pieno di risentimento. Sapeva che se avesse ucciso il Re per lui sarebbe stata morte certa, per questo doveva curarsi del benessere del genitore che, era l’unico in grado di entrare dallo specchio e portargli il cibo che gli era vitale. Fin dalla nascita, non riusciva a mangiare altro che cuori: cuori di femmine. Questa era la maledizione ereditata da Salavalecco, suo padre che, era stato la sua condanna.

Tutto era iniziato trentacinque anni prima quando Re Salavalecco, allora trentenne, cercava moglie. Al palazzo n’erano giunte a centinaia di giovani, belle Principesse, Contesse, Dame, Cortigiane e a lui restava solo l’imbarazzo della scelta.

Salavalecco aveva cercato di prestare loro attenzione, viceversa, s’era invaghito di una giovinetta, Malvina, che veniva al castello a portare il burro e i formaggi più buoni che lui avesse mai mangiato. Con l’andare del tempo, la giovinetta aveva ceduto all’insistente corte e ardore dell’allora Principe, credendo che ne sarebbe divenuta sposa.

Quando Salavalecco, spinto dai genitori, aveva sposato la figlia del Re del Regno Dorato, la giovinetta, preda di vergogna e delusione si era tolta la vita. Non aveva mai creduto possibile che il suo amato la tradisse e il giorno delle nozze di lui, decise di farla finita.

Malvina, era perita giovanissima e la madre Ramantia, di cui ella era la luce degli occhi, aveva maledetto Salavalecco, oramai, dopo le nozze, divenuto Re che, per essere stato senza cuore, aveva fermato il cuore della sua pupilla.

Ramantia, piena di dolore e odio, rivolgendosi alle forze del male, donando in cambio la sua gioventù e la sua forza vitale, era diventata una potente vecchia e rugosa Strega, scagliando contro il suo nemico un terribile anatema: “Tutti i tuoi discendenti maschi nasceranno senza cuore e per supplire alla loro mancanza mangeranno il cuore della prima donna che ameranno”.

Che sciagura! Quale terribile maledizione aveva lanciato la Strega Ramantia. Nessuno dei suoi figli poteva innamorarsi. Nessuno avrebbe avuto la fortuna di sposarsi.

Salavalecco, si era rivolto a tutti gli stregoni e sapienti del regno, scongiurandoli di fare in modo di fargli nascere ‘solo’ figlie femmine. Ma l´anatema aveva già avuto effetto e il primo figlio maschio era in arrivo.

Alla nascita del Principino, in una notte di Plenilunio, la giovane madre era morta; non dando alla luce il figlio come avevano detto i cerusici di corte, ma sbranata dal figlio stesso che l’amava più di qualsiasi altra cosa al mondo.

Il Principino, adesso in possesso di un cuore, era sano e poteva vivere normalmente. Ramantia però non era contenta e, volendo ancora veder soffrire il Re, aveva fatto in modo che il Principino cadesse in catalessi e che venisse rinchiuso in una bolla di vetro: La Sfera Del Tempo. Per lui, il tempo, si sarebbe fermato in eterno.

Lo stesso destino tocco agli altri undici Principini, ma per il tredicesimo, purtroppo, la sorte era stata ancora più avversa e crudele. Venia, la giovane madre, era morta prima che lui venisse al mondo e i cerusici avevano dovuto farlo nascere dal ventre aperto della Regina. Il Principino non potendo mangiare il cuore della madre, non poteva avere dei sentimenti, né essere chiuso in una sfera.

La sua natura, fin da subito, si rivelò brutale, la crudeltà smisurata, indicibile verso persone, oggetti e animali. Niente sembrava accontentarlo; sembrava sempre rabbioso, insoddisfatto, privo di interessi e senza alcun freno, un giorno cercò di dare fuoco alla sua nutrice.

Salavalecco, essendo il Re, dovette prendere le dovute precauzioni e confidando le sue paure al fidato Mago di Corte Entemoran, cercarono un modo per mettere in salvo i sudditi e Camor stesso.

Entemoran, studiando a lungo e attentamente la triste situazionem costruì lo “Specchio del non Ritorno” dal cui, chiunque senza un cuore avesse varcato la soglia, non sarebbe mai più potuto tornare indietro.

Il Principe Camor, alla tenera età di cinque anni, venne mandato in quel luogo tetro e senza via d´uscita dove si era costruito un Castello privato fatto di trappole mortali e labirinti infiniti. La rabbia, la solitudine e l’impotenza lo rendevano giorno dopo giorno più cattivo e vicino alla follia; così dopo vent’anni, sentiva la necessità ossessiva di dover fuggire da quel luogo maledetto. Doveva! A tutti i costi! Ma come?

La sua unica via d’uscita era il padre, ma non poteva prenderne il cuore, non poteva! Non era in possesso di un cuore, ma aveva un cervello che funzionava a meraviglia; non avrebbe rischiato di morire in quell’orribile luogo.

Quella notte, mentre dormiva di un sonno agitato, una vecchia gli apparve.

“Giovane principe Camor, cos’è che ti tormenta?”

“Sono chiuso in questa prigione. Mi tengono al guinzaglio come un cane in catene.”

“Io posso aiutarti se tu lo vuoi.”

“Puoi aiutarmi? E come vecchia strega?”

“Lo hai detto! Sono una Strega e posso fare in modo che tu esca dalla tua prigione e uccida tuo padre e tutti i tuoi fratelli.”

Il crudele Principe ebbe un ghigno di soddisfazione.

“Devo confessare che quello che dici mi aggrada e mi da una certa frenesia. Vorrei squartarli con le mie mani… ma fino a che sarò quaggiù…”

“Non preoccuparti Principe; presto ti manderò qualcuno per liberarti.”

“Chi? Nessuno può varcare lo Specchio del non Ritorno.”

“La persona che ti manderò, non avrà un cuore fino a che non sarà entrata. Aspettala, ti farà piacere incontrarla.”

“Chi è?”

“Non preoccuparti! Credo che sarà… come posso dire? Un delizioso bocconcino.”

Il principe cominciò a ridere, rise così forte da svegliarsi dal suo stesso sonno. Rise per tutta la notte al solo pensiero che presto sarebbe stato libero e padrone di tutto il Reame. Non ne vedeva l’ora. Non ne vedeva l’ora.

Il sole era alto all’orizzonte e Violetta si preparava a portare la colazione alla vecchia Strega Ramantia che da quando aveva cinque anni l’aveva cresciuta. Non che potesse dire d’essere felice di vivere con lei, era una tiranna ma lo stomaco non conosceva scuse e lei doveva pur mangiare.

Da quando i suoi genitori erano morti, non aveva nessun altro che si prendesse cura di lei, perciò in un certo senso era grata alla vecchia per non averla lasciata sola a morire di fame e di stenti.

“Buongiorno, come avete dormito signora?”

“Divinamente!” Ramantia fece un ghigno ripensando a quello che aveva detto al giovane Principe. Violetta sarebbe stata la sua carta vincente per eliminare il Re e tutta la sua dannata famiglia. Naturalmente, dopo avrebbe ucciso anche il Principe Camor, anche se la maggior soddisfazione sarebbe stata che il Re sarebbe morto per mano di uno dei suoi figli.

“Voglio che questa notte tu vada al castello. Dovrai seguire il Re Salavalecco e liberare il giovane Principe che quel mostro tiene rinchiuso.”

“Io? Liberare il Principe?” Violetta divenne terrea, sapeva quello che si diceva del Principe e aveva paura di lui.

“Sì, tu! Non ti rifiuterai, ne sono sicura, sennò, sai cosa ti aspetta.”

La ragazza lo sapeva fin troppo bene. La vecchia aveva la mano pesante, e ancora più pesante l’aveva il mugnaio che l’aveva chiesta più volte in moglie. Violetta non aveva mai capito perché Ramantia non la cedesse, poiché le diceva sempre che era una buona a nulla. Ma gliene era riconoscente, giacché, il mugnaio oltre ad essere cattivo e manesco, era anche brutto più della fame stessa.

A malincuore, accettò di andare al Castello quella notte stessa e fare quello che la vecchia Strega le ordinava.

Mentre tutti al Castello dormivano, Violetta lesta e silenziosa come una gatta, s’infilò per i corridoi oscuri e freddi. Il terrore le gelava il sangue, era stato già un miracolo che fosse arrivata viva fino a lì. Vide il Re Salavalecco attraversare lo specchio e prima di entrarci anche lei, bevve la pozione che la vecchia strega le aveva dato.

“Servirà a renderti invisibile.” Le aveva detto. Allora perché non aveva voluto che la bevesse prima, a casa? Come risposta Ramantia l’aveva afferrata per un braccio e facendole veramente male le aveva detto in faccia di berla solo prima di entrare nello specchio.

Violetta svuotò l’ampolla in un solo sorso, accingendosi ad entrare nello specchio, quando una mano l’afferrò.

Quasi svenne per la paura quando si girò di scatto con gli occhi sbarrati, il viso bianco e le labbra secche. Entemoran, a protezione dello specchio sotto forma di statua di pietra da vent’anni ormai, la stava aspettando. La sua attesa finalmente era terminata e la sua pazienza era stata premiata, portando i frutti sperati.

“Alla fine sei arrivata!”

“Chi, io?” chiese la ragazza sorpresa.

“Sì, tu!” il vecchio a mano a mano si trasformava, prendendo il suo aspetto umano sotto gli occhi increduli di Violetta.

“Mi conoscete?”

“Sei la Liberatrice!”

“Io che?”

“Tu dovrai liberare il Principe Camor.”

“Questo me lo hanno già detto e io…” si piegò in due. Una stilettata al cuore le aveva tolto il respiro. Il dolore era insopportabile, le strappavano il cuore dal petto.

“Adesso vai!” le disse Entamoran, col suo cuore in mano. Le mise un’ampolla in mano e la spinse dentro lo specchio.

Era confusa, strana, non sapeva più nulla.

Che le aveva detto l’uomo statua?

Cosa?

Che voleva il vecchiaccio da lei?

Che le aveva strappato dal petto che le faceva così male?

Se solo lo avesse avuto fra le mani, ma lui l’aveva spinta attraverso lo specchio e non riusciva più ad uscire. Non poteva più riattraversarlo, perché?

Che ci faceva lì? Chi stava cercando?

“Sono qui!” disse una voce nell’oscurità. “Mi hai portato quello che mi ha promesso la vecchia?”

“Non sono la tua cameriera! Se hai bisogno di qualcosa vattela a prendere. Io non faccio la serva a nessuno.”

Il Principe adirato le andò incontro. Aveva pregustato già un cuore di donna che gli consentisse di uscire dallo specchio. Ma visto che non n’era innamorato sarebbe rimasto sempre lo stesso: cattivo e tiranno.

La vecchia non aveva mantenuto la sua promessa e le aveva mandato una vipera. La rabbia lo accecò, afferratela per il collo la stava strozzando quando, Violetta afferrata la boccettina che teneva in mano gliela rovesciò in faccia, facendogliene ingoiare il contenuto. Rosso di collera e quasi soffocato dal liquido disgustoso, il Principe s’avventò nuovamente sulla fanciulla quando una luce al di là dello specchio lo fece fermare.

Il brillío lo rendeva folle, richiamandolo come un’antica nenia lo ossessionava, lo incantava.

Cos’è questo calore che sento? Questo senso di beatitudine? Questa quiete? Questa pace?

“È l’amore!” Una voce melodiosa gli parlava così calma e così tranquilla da renderlo docile come un agnellino.

Si sentì prendere per mano e portare lontano, in una terra fatta di colori e odori. Di calore e, amore. Qualcosa di cui lui non conosceva il significato.

L’odio lo rendeva freddo. La rabbia lo rendeva glaciale. Il disprezzo verso tutto e tutti lo rendeva gelido. In quel mondo caldo e solare, tutto gli appariva strano, ignoto e… fantastico.

“Figliolo!”

“Chi sei tu?” un calore al petto lo fece fermare. Era come se qualcosa di dolce lo circondasse; una sensazione di benessere, beatitudine assoluta. “Chi siete voi?” ripetè con una sorta di sconosciuto rispetto.

“Sono tua madre!”

“Mia madre è morta dandomi alla luce.”

“So bene figlio mio, quello che è successo a me… e anche quello che succede a te” gli fece una carezza sulla guancia.

Negli occhi del principe Camor, si formarono dei piccoli laghetti e, senza motivo apparente, cominciò a piangere.

“Cosa sono queste gocce d’acqua?” chiese confuso. “Perché i miei occhi perdono liquidi?”

“Sono lacrime, figlio mio! Si piange quando si è troppo tristi, oppure troppo felici.”

“E io? Come sono io?”

“Quale sensazione provi? Ti senti come ogni giorno? Come ti sei sentito per questi lunghi venticinque anni?”

“Rabbioso? Furente? Triste?” Camor rifletté appena un secondo. No, non si era mai sentito diversamente, mai! Questa sensazione era qualcosa di decisamente inusuale; lo strappava dal freddo, dalla solitudine, dalla sua maniacale voglia di distruggere tutto e tutti.

“No! Non mi sento così! È una sensazione che non ho mai provato in vita mia. È uno stato di benessere e calore che non avevo vissuto prima, mai! Che cosa è?”

“È amore figlio mio!”

“Amore?”

“È quello che provo io per te. Che prova tuo padre per te.”

“Non è vero!” grugnì Camor. “Lui mi ha abbandonato. Mi ha abbandonato perché non sono degno della sua stirpe.”

“Ti sbagli, amore mio. Lui ti ama e ti protegge.”

“Lui protegge se stesso e i suoi adorati figli. Vive comodamente accanto a loro e li tratta col dovuto rispetto. Giocandoci e ridendo e girovagando sulle nostre terre con loro, mentre io sono costretto a restare per tutta la mia vita qua dentro; in una cella a marcire con gli scarafaggi.”

“Li hai mai visti i tuoi fratelli? Sai quanti ne hai?”

“No, mai! Non so nemmeno quanti siano; so soltanto che li odio tutti.”

“Te li faccio conoscere io”. Così dicendo la Regina Venia, prese il figlio per la mano e lo condusse dai suoi fratelli.

“No, non voglio!”

“Invece li conoscerai”. Si ritrovarono in un fascio di luce e poi nella stanza dei Principini stregati. Il Re Salavalecco, non trovando il figlio al solito posto, pensò che non volesse incontrarlo per quella sera, perciò gli mise il cuore sul tavolo, scrisse due parole di conforto per lui e andò a trovare gli altri figli.

Ignorando che l’ultimogenito lo stava a sentire da dietro un pesante tendaggio, parlò a lungo con loro dello sfortunato principe Camor e del destino infame che lo aveva colto.

“Figli miei adorati, questa sera come ogni sera negli ultimi vent’anni, sono stato a trovare vostro fratello il Principe Camor. Per una volta, non sono riuscito a incontrarlo, per questo credo che più tardi scenderò nuovamente a vedere come sta. Voi sapete quanto lo amo e sapete che amo anche tutti voi. Troverò un modo per liberarvi da questa maledizione e allora  tutto si aggiusterà.”

Una volta ancora gli occhi di Camor s’inumidirono, aveva sentito lo stesso calore di poco prima, quando sua madre lo aveva sfiorato.

Era amore dunque?

Ben presto scoprì che sua madre non mentiva: uscito da dietro la pesante tenda, vide dodici bolle di cristallo che rinchiudevano dodici neonati completamente nudi, immobili. Allora quello che la vecchia aveva detto era falso: il Re non andava a cavallo coi figli, non giocava con loro mentre lui era segregato; non era felice di saperlo rinchiuso a soffrire. Soffriva pene indescrivibili e andava indebolendosi sempre di più. Il tempo e le sofferenze erano state indicibili e aveva lasciato i segni sul viso del Re Salavalecco che sembrava un centenario.

Un tremendo dolore alla guancia lo riportò alla realtà; qualcuno lo aveva schiaffeggiato.

“Come ti sei permesso d’addormentarti lasciandomi qui da sola? Come si esce da questo posto orribile? Voglio uscire! Hai capito?”

Dormito? Aveva veramente dormito? Era stato tutto un sogno? Aprì la mano e al suo interno vi trovò l’anello che gli aveva lasciato la madre per fargli capire che non era un sogno.

Un ghigno gli danzò sul viso. Non era stato un sogno; sua madre era stata con lui, aveva conosciuto la donna che lo aveva messo al mondo e aveva capito tante cose che prima non avevano valore e non gli importava sapere.

Guardò la fanciulla che girava per la stanza come una belva in gabbia. Quella ragazza era come lui: senza cuore, senza coscienza, senza freno.

“Rassegnati,” la sua voce era aspra, l’effetto dell’elisir era cessato. “Resterai a lungo con me; da qui non si esce.”

“Cosa? Come? Io voglio uscire! Hai capito? Voglio uscire immediatamente!” batté più volte i pugni sul vetro dello specchio. Dall’altra parte vedeva Entemoran col suo cuore su di un panno rosso.

“Il mio cuore? È il mio cuore, quello?” Il Principe guardò attraverso la lastra di vetro. “Sì, è il tuo cuore. Batte lentamente, pian piano, per non disturbare nessuno.” Sorrise; il vecchiaccio ci ha preso entrambi in giro. Entrambi non potremo mai uscire fuori senza di esso, ovviamente.”

“Ma io lo rivoglio! È mio!”

“Ti credo; ma se tu fossi entrata nello specchio col cuore, a quest’ora saresti sicuramente morta. Io te lo avrei strappato dal petto per mangiarmelo.”

“Allora la vecchia…”

“Ti ha mandata qui a morire.”

“Perché?”

“Per vendetta. Vuole vendicare sua figlia morta suicida per via di mio padre.”

“E che c’entro io, in tutto questo? Sono fatti vostri!”

“Tu devi avere un cuore puro; quello che serviva a me per uscire dallo specchio, ma poiché Entemoran te lo ha strappato… io e te resteremo qui per sempre.”

“Mangiando il cuore, saresti guarito?”

“No, sarei uscito. E avrei portato morte e distruzione ovunque.”

“Nobile proponimento. Io comunque voglio andare via.”

“E dove? Dalla strega?”

“No, non da lei! Via, lontano dove nessuno mi conosce e sa che sono una povera…”

“Che cosa?”

“Non importa!”

“Che cosa?”

“Non importa, ho detto!”

“Rispondi alla mia domanda; io sono il tuo Principe!”

“Sei solo un prigioniero; proprio come me.”

Quella discussione sembrava averla spossata; non riusciva a tenere gli occhi aperti. Svenne, finendo sul petto di Camor che contro il suo stesso volere, la tenne stretta cullandola con tenerezza.

Ancora una volta provò lo stesso calore di prima. Ma com’era possibile? Quella ragazza non lo amava non lo conosceva, non sapeva niente di lui.

Guardò attentamente lo specchio; il cuore della giovane batteva all’impazzata; non col palpito delicato e monotono di prima, ma come il galoppo di cento cavalli impazziti. Passò la mano sul viso della giovane, ne contornò le guance, sfiorandole il delicato profilo. Il battito del cuore lo raggiungeva portandolo quasi alla pazzia. Quella ragazza era l’unica via di salvezza; doveva farla innamorare.

Facile a dirsi! Finché ella non avesse avuto un cuore, sarebbe stato impossibile, ma tuttavia non voleva rinunciare e non volendo che le accadesse qualcosa di brutto, chiamò Entemoran dallo specchio.

“Stregone? Fate in modo che la fanciulla esca di qua. Non permettetele mai più di mettere piede nel Castello.”

“Perché? Pensi che possa farti del male?”

“Prima non conoscevo mia madre; prima non conoscevo la verità. Falla portare in un posto lontano da qui; dove nessuno la conosce e la possa trovare riportandola tra le grinfie di quella strega maledetta che l’ha mandata qui a morire.”

“Mi dispiace, ma non posso farla uscire: è senza cuore e finché non lo riavrà, non lascerà lo specchio.”

“E allora dateglielo!”

“Non posso!”

“Cosa? Perché? Siete un Mago potente, fate un incantesimo e toglietela da questo inferno in cui mi tenete prigioniero da vent’anni. Io ci sono cresciuto; adeguandomi e modellandolo a mio piacimento. Lei diverrebbe pazza.”

“T’importa di questa fanciulla?”

“Certo che no!”

“Allora? Dove sta il problema? Falla impazzire! Falla morire!”

“Ma che dite? Che razza di persona siete? Lei è un’innocente; una creatura ignara, troppo ingenua per fare del male alla mia famiglia; al mio Regno”.

“Dovresti gioire nell’aver una giovane alla tua mercè, potrai fare di lei ciò che vorrai; nessuno piangerà per lei!”

Già, nessuno!

Ma chissà perché il saperlo non lo faceva stare meglio. Non si capiva, non riusciva a capirsi. Quello che aveva detto Entemoran era vero, fino a qualche ora prima avrebbe gioito di quella situazione; non era mai stato con una donna, avrebbe potuto approfittarne, scoprire qualcosa di nuovo.

La vedeva con gli occhi chiusi, sempre fra le sue braccia, sempre rannicchiata a cercare un rifugio sicuro; perché di sicurezza aveva bisogno quel cucciolo, di protezione.

Non voleva farle del male; non voleva!
“Neanche avessi un cuore!” e rise, una risata macabra, che lo accompagnò per il lungo corridoio che lo conduceva ai suoi appartamenti.

Depose la fanciulla sul letto e rimase a contemplarla a lungo, parlandole del suo stato.

“Questa sensazione di calore non mi ha abbandonato un solo attimo da quando sei arrivata qua. Nel guardarti, accarezzarti, sentirti; nello sfiorarti è come se toccassi il cielo, che vedessi il sole, la luna, le stelle.”

“Si direbbe che sei innamorato!” il padre sorrideva; come aveva promesso nella camera dei Principini, era ritornato per vedere come stava.

“Sapete padre che è una cosa impossibile! Io sono privo di cuore; non posso provare tenerezza oppure amore.”

“Ma puoi riceverne figliolo, sempre. Da me ne avrai in abbondanza.” Aprì le braccia in cui Camor, senza alcuni indugio, si rifugiò immediatamente. Non aveva mai sentito quel bisogno improvviso, quell’esigenza. Oppure sì? Aveva forse sempre conosciuto quella mancanza, quel vuoto interno che solo le braccia di una persona cara potevano riempire.

“Figliolo, mi sembri strano stasera! È forse successo qualcosa da quando sono andato via? Chi è quella fanciulla che dorme nel tuo letto? Come ha fatto a entrare?”

Camor, forse ancora sotto l’effetto della pozione, o almeno così gli piaceva pensare, raccontò tutto l’accaduto al padre, incominciando dal sogno fatto la notte precendente, fino all’apparizione della madre e dell’anello che gli aveva lasciato: un piccolo anello con un rubino a forma di cuore che sembrava pulsare di vita propria.

Il Re Salavalecco pianse; ricordi e dolori riaffiorarono alla sua mente.

“Il nome di tua madre era Venia; è stata la più giovane delle mie mogli. Non volevo avesse un figlio, non perché non ti volessi, ma perché le volevo bene. Non le ho mai amate purtroppo; mi affezionavo a loro, ma l’amore… quello è morto assieme a Malvina.” Prese la mano in cui il figlio teneva l’anello continuando la sua triste storia. “Questo è l’anello che avevo donato a Malvina come pegno d’amore. Come ne sei entrato in possesso?” Il solo vederlo, dopo tanti anni, riapriva vecchie cicatrici mai rimarginate. Le lacrime giocavano a rincorrersi sul suo viso rugoso e il cuore gli scoppiava nel petto per la pena e il dolore della perdita della donna amata e della perduta felicità.

“Se solo esistesse un modo di riportarla in vita; se solo esistesse un modo di dare serenità e conforto alla madre. Se solo esistesse un modo di fermare tutto questo orrore.”

Un torrente di lacrime inarrestabile e furioso defluì dagli occhi del vecchio Re. Le lacrime sincere scaturite dal più profondo del cuore, si versarono sull’anello di Malvina che cominciò a brillare di una luce accecante. Malvina uscì dall’anello con un sorriso smagliante; il suo spirito segregato nell’anello pegno del suo primo e unico amore, era finalmente libero. Aveva scoperto che lui l’aveva sempre amata e mai dimenticata.

“Amore mio!” Salavalecco la prese fra le braccia. Malvina lo abbracciò con amore e il Re come d’incanto ritornò giovane, forte e bello come tanti anni addietro, quando, trentenne innamorato, fece quella promessa alla ragazza amata.

“Vieni amore mio; dobbiamo andare da mia madre. Lei vuole qualcosa da te.” Malvina brillava di gioia mentre con le dita intrecciate a quelle di Salavalecco, guardava verso l’esterno del Castello in direzione della sua casa.

“Fosse pure la vita, ti appartiene mio bene. Che lei ne faccia pure ciò che vuole, a patto che la mia anima possa riposare per l’eternità assieme alla tua.”

La vecchia Strega Ramantia, davanti alla figlia ritornata indietro ad opera dell’amore e del buon Dio che aveva assistito a tutte le sue pene, diede il suo perdono e il suo consenso alle due anime che le stavano davanti, ritirando, come ricompensa del sacrificio di Salavalecco, la maledizione.

I dodici Principi furono liberati dal sortilegio e anche Camor, colpito da spasmi improvvisi, sentì nel suo petto il palpito di un cuore. Il dolore era grande, ma ancora più grande la gioia.

Uscito dallo specchio, prese il cuore di Violetta e lo rimise al suo posto; adesso anche lei era salva e stava lentamente destandosi dal suo lungo sonno. Camor rimase affascinato da quegli occhi timidi e svegli, restò incantato dal suo soave modo di arrossire, ammaliato da quel tenue sorriso, così decise di prenderla in moglie.

Entermoran incoronò Camor e per evitare futuri problemi, gli fece da Padrino e Consigliere fino alla fine dei suoi giorni.

Ramantia, spezzando il maleficio, aveva anche rinunciato ai suoi poteri, tornando a essere una semplice mortale. La sua vita fù brevissima perchè ciò che l’aveva fatta andare avanti era stato l’odio; l’unico scopo la vendetta. Trovando la pace, dopo aver rivisto la sua bambina, non aveva più motivo di continuare una vita triste e solitaria. Si spense quello stesso giorno, serenamente nella sua casa e il suo funerale fù celebrato assieme a quello del Re Salavalecco che venne seppellito assieme alle spoglie della sua amata Malvina.

Camor e Violetta si sposarono subito dopo l’incoronazione con un’intima cerimonia, nel rispetto della scomparsa del vecchio Re, crescendo tutti i Principini con affetto e benevolenza. Confortati da una larga prole, vissero a lungo felici e contenti e se non sono morti, continuano ad esserlo tuttora.

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