20Lug
2017

Pata e Pùnfete

Fiaba di: barbara cerrone

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La fiaba

Pata e Pùnfete erano due fratelli. Pata era piccolo e grassottello, aveva un enorme ciuffo di capelli rossogialli che gli penzolava sempre sul naso ed era molto intelligente, amabile e pieno di amici.

E questo era Pata.

Pùnfete , invece, era piccolo e grassottello come Pata, ma non aveva il ciuffo penzolante sul naso, anche perché i capelli se li era tagliati due anni prima e, per un ingarbugliato scherzo del destino pilifero, non gli erano più ricresciuti ed erano rimasti corti  ed ispidi come  quelli di Sigismondo, il porcospino amico di famiglia che era sempre alla ricerca di una spazzola capace di addomesticargli il mantello.  Anche Pùnfete era molto intelligente e amabile, ma aveva un grosso, grosso problema che lo affliggeva, rendendolo triste e solitario: il poverino cadeva in continuazione e non sulle bucce di banana ma, così, senza nessun motivo!

E questo era Pùnfete.

Ciò detto, è facile immaginare a quali umiliazioni era sottoposto il povero Pùnfete,vero? Tutti lo prendevano in giro e quando lui e Pata camminavano per strada la gente del villaggio si metteva a ridere perché, puntualmente, Pùnfete cadeva, mentre il fratello lo aiutava a rialzarsi, diventando rosso rosso  nel viso paffutello.

Fu così che Pata disse un giorno a Pùnfete: “Pùnfete, fratello mio, forse ho trovato il modo per non farti cadere più. C’è una donna nella casa del posto lontano che fa una pozione miracolosa, penso che dovremmo andare da lei e chiedere se ne dà un po’ anche a te. Ho monete a sufficienza per pagare e se non vuole soldi le canteremo una canzone: dicono, infatti, che ami molto la musica. Allora? Proviamo?”

Pùnfete lo guardò con gli occhi tristi “ Fratello, non so…forse è bene provare, ma ho perso la speranza! Ho preso tante pozioni strane, buone, cattive, dolci, amare e nessuna mai ha funzionato finora”

“Lo so, lo so, caro Pùnfete, questa è l’ultima volta, poi rinunciamo e andiamo a vivere nel castello di Rivastrana, in mezzo agli alberi del bosco che nascondono il dolore, e nessuno, mai più, ti vedrà cadere”

“Va bene, forse hai ragione, proviamo”.

Così Pata e Pùnfete iniziarono a preparare il bagaglio per il lungo viaggio: due camicie chiare e due  camicie scure, due paia di calzini di lana grattosa e due paia di calzini di lana morbidosa, un pennello per spolverare la barba di Pata e una forbicina  per tagliare i peli del naso di Pùnfete, un sapone che fa le bolle e un sapone che non le fa. Indossarono gli scarponi rossi per andar lontano e, mano nella mano, iniziarono il viaggio.

Sulla strada che cammina non c’era nessuno, ciò parve strano a Pata il quale disse, preoccupato, a Pùnfete: “ Fratello mio, cosa pensi di questo silenzio? Non c’è nessuno sulla strada e gli uccellini non cantano, non è normale: che cosa sarà successo?”

“Non lo so, Pata, forse il silenzio è tornato. Da tanto tempo non si faceva vedere, ricordi? Era partito per un lungo viaggio in terre di sole, chissà, magari si è stancato e ha deciso di tornare qui”

“Forse, comunque non capisco perché nessuno sapeva del suo ritorno. Il vento che viene dal nord di solito porta notizie, come mai non ha fatto sapere nulla?”

“Mah! magari siamo noi che non abbiamo ascoltato, succede”

“ Sì, succede – ammise Pata- a volte succede”.

Ripresero il cammino. La strada tortuosa girava a giringiro, vicino ad una vecchia quercia, e lì, dove il bivio faceva un punto interrogativo, Pùnfete esclamò: ” E ora? Tu sai da che parte dobbiamo andare?”

“No, Pùnfete, però credo che se punto il dito verso l’aria del sud capirò da che parte bisogna dirigere il cammino, perché il caldo asciugherà il dito che indicherà la direzione giusta”.

Ecco che Pata puntò il dito verso l’aria del sud e il dito cominciò a scaldarsi, a scaldarsi,  a scaldarsi finché per il gran calore non si piegò come Pata aveva previsto, indicando la direzione del giro di giraasinistra.

“ Ecco, visto Pùnfete? L’aria del sud ha parlato, dobbiamo andare da quella parte”. Prese di nuovo per mano il fratello e insieme imboccarono la via del giro di giraasinistra.

Dopo circa cento passi grossi, incontrarono un cervo triste che passava di là.

“ Cervo triste, buongiorno a te – disse Pata – per caso sai come mai oggi sulla strada che cammina non c’è nessuno?”

“ No, amico, non lo so – disse il cervo – e non m’interessa, ho altro da fare. Devo piangere per tutti i dolori del mondo, capirai,  un compito piuttosto impegnativo! Beh, ora vi lascio, oggi è una giornata, sapeste… devo  anche aiutare la mia amica lince a togliersi le briciole dell’albero del sonno dalla pelliccia, dorme da settimane ormai e se non le tolgo quelle briciole pisolerà in eterno”

“Capisco, cervo – disse Pata – ma speravo tu ne sapessi qualcosa di più. Peccato, lo chiederò al prossimo incontro, se ci sarà.

“ Va bene, chiedi al prossimo incontro – rispose il cervo – e ora scusami, vado dove è giusto che io vada”.

Il cervo si allontanò, mentre Pata e Pùnfete si chiedevano quanto tempo ci sarebbe voluto al cervo per togliere le briciole dell’albero del sonno dalla pelliccia della lince, dato che quelle briciole erano così piccole e vischiose che quando si attaccavano a qualcosa ci volevano almeno due  decimillenni   per toglierle; Pata e Pùnfete rinunciarono a chiederselo oltre, perché avevano il loro bel da fare e da pensare con il viaggio e la pozione e Pùnfete che, come sempre, inciampava e cadeva e cadeva e inciampava.

E come se non bastasse il cammino si stava facendo sempre più tortuoso,  al punto da costringere  Pata e Pùnfete a storcere i loro lunghi piedi per adattarli alla strada, e tanto li storsero che ad un certo punto le dita cominciarono a toccare i talloni.

“Oh, guarda, Pata, i nostri piedi sono diventati come ciambelle…che facciamo ora?”

“ Pùnfete – sospirò Pata – non saprei, e’ difficile dire cosa fare, penso che quando gireremo verso casa torneranno come prima”

“Davvero, Pata? Speriamo tu abbia ragione, ma sono davvero scomodi così!”

Nuovamente ripresero il cammino. Era un cammino pieno di passi e richiedeva grandi sforzi, Pata e Pùnfete non ne potevano quasi più.

La casa del posto lontano ancora non si vedeva e faticavano tanto con i loro piedi a ciambella.

D’un tratto, un luminoso ranocchio scappato da uno stagno vicino saltò sulla gamba di Pùnfete, in segno di saluto.

“Oh, guarda – esclamò Pùnfete pieno di meraviglia – un ranocchio luminoso! E’ il primo che vedo nella mia vita, certo è anche il primo viaggio che faccio, anzi, che facciamo, eh  Pata? Ciao, ranocchio, come mai da queste parti? “

“Ciao, persona che viaggia! – gracidò il ranocchio – sono qui perché la fuga dallo stagno mi ha portato lontano. Non volevo saltare a così grande distanza ma la mia vita è una vita che salta ed io la devo seguire e ogni volta è una gran fatica, sapessi!”

“Perché sei scappato dallo stagno?” chiese Pata, incuriosito.

“ Beh, ogni ranocchio cresciuto prima o poi deve fuggire dallo stagno – sentenziò il ranocchio luminoso – si sa, è la prassi! Ma poi si torna, sai? Solo che io ora mi sono perso e non so più trovare la strada per tornare a casa”

“Oh, mi dispiace – piagnucolò Pùnfete – ed è per questo che sei saltato sulla mia gamba? Perché speri che ti accompagni al tuo stagno? “

“Noooo! – rispose il ranocchio, stizzito – io non salto sulle gambe delle persone per comodità, ma per fare amicizia! No, tu non puoi aiutarmi, devo trovare la strada da solo: è sempre la prassi!”

“ Capisco – sorrise Pùnfete – e ora scusami, ranocchio luminoso, ma io e mio fratello dobbiamo proprio andare, abbiamo un posto lontano da trovare e i piedi a ciambella. Ciao, ranocchio!”

“ Ciao, persone che viaggiano – li salutò il ranocchio- viaggiate bene!”

Pata e Pùnfete tornarono ad essere soli con i loro piedi a ciambella. La fatica li affaticava ma avevano il cuore leggero e questo bastava a farli andare veloci come l’aria marzolina.

Camminando e parlando, ogni tanto levavano gli occhi al cielo e ad un certo punto si accorsero che si era fatto più triste. “ Cos’ha il cielo- chiese Pata  – Sembra abbia voglia di piangere…”

“ Sì, lo vedo – rispose Pùnfete – e mi dispiace per lui. Cielo, c’è qualcosa che non va?”

“Niente, niente – rispose quello borbottando fra le nuvole – sto bene, è solo un po’ di allergia, passerà… sono un cielo primaverile, sapete, e i pollini non mi danno tregua. EEEETTTCIUUUUUU’! Scusate, adesso lacrimerò un po’ ma voi non preoccupatevi: potete ripararvi sotto quella palma, non ci vorranno troppe lacrime, poi arriverà il vento e tornerò a soleggiare”

“Grazie, arrivederci, cielo! – fece Pata – adesso andiamo sotto la palma e aspettiamo che il vento soffi. Ciao e ri-ciao!”.

I due fratelli saltarono sotto le foglie verdi della palma, aspettando che passassero le lacrime del cielo.  Il cielo pianse a lungo, in realtà, perché quell’allergia era più forte del previsto. Pata e Pùnfete erano proprio stufi, la palma era scomoda e cominciavano ad avere freddo, sotto le sue braccia verdi non passava il sole e la primavera  somigliava ad un inverno caldo.

“Pata – gemé  Pùnfete – sono stanco, forse dovremmo rinunciare a questo viaggio, il cielo non sta bene, i nostri piedi sono a ciambella, la strada è tortuosa ed io continuerò a cadere sempre! Sono un pasticcione, è più forte di me, sono nato per cadere, non cambierò!”

“  Pùnfete sei così dolce e amabile, cosa vuoi che importi se cadi sempre? Io ti voglio bene lo stesso e anche gli amici del bosco e della valle e della casa che non c’è. Loro ti amano così. Comunque, non disperare, ce la faremo, vedrai,  riusciremo a trovare la donna e la pozione, ne sono certo”.

Improvvisamente il cielo smise di piangere e allungò una mano  verso Pùnfete.

“ Amico – sospirò – sono addolorato dal tuo dolore e,  anche se non sono autorizzato ad indicarti la strada per arrivare alla tua pozione … beh, dato il caso…ho deciso di fare un’eccezione! Ti dirò come fare per arrivarci prima e senza troppa fatica”

“Grazie, cielo piangente! – esclamò Pùnfete – non ci speravo più, ormai. Dimmi, anzi, dicci, cosa dobbiamo fare”

“ Oh, nulla di speciale, in realtà – mormorò il cielo – dovete soltanto aggrapparvi al mio dito ed io vi porterò su una delle mie nuvole, la leggera dal colore rosa, sapete? Quella che si mette sempre in mostra vicino al sole che tramonta, presente? Per una volta, invece che pavoneggiarsi, farà qualcosa di utile”

“ Grazie, caro cielo – gridò Pata – a nome di noi due fratelli, grazie!”

Il cielo porse un’altra delle sue dita azzurrine e li sollevò con delicatezza. Pùnfete  pesava un bel po’ e soffriva di vertigini ma il cielo fu davvero bravo a portarlo su fino alla nuvola vanitosa. “Ecco – sbuffò il cielo – adesso siete sulla nuvola leggera, fate buon viaggio e credete nel credere o non ce la farete mai!”

“Ciao, ciao, ciao!!!” Salutarono Pata e Pùnfete, partendo con la nuvola  alla velocità del vento che soffia.

La nuvola leggera fece il suo dovere, quella volta, il viaggio fu  rapido e senza scosse, con il sole alle spalle e la luna negli occhi: in un battiminuto arrivarono al posto lontano, davanti alla casa della donna e della pozione.

“Siamo arrivati, siamo arrivati, siamo arrivati!!!”, giubilò Pata saltellando di gioia mentre Pùnfete, come al solito, inciampava. Tanto fecero rumore gioioso che si svegliò la donna della pozione . Dormiva sempre dietro l’albero dei sogni, pieno di fiori bianchi ma circondato da siepi coperte di spine (per scoraggiare i  visitatori sgraditi).

“Cosa c’è? Chi grida in questo modo? “, brontolò la donna, sollevandosi dal suo giaciglio

“ Siamo  Pata e Pùnfete, signora – urlò Pata per essere sicuro che lo sentisse – siamo qui per chiedere il suo aiuto”

“Il mio aiuto? Mah! Che dire?  Ultimamente non sono riuscita ad aiutare nessuno. Sono molto stanca e gli anni cominciano a pesare. Da dove venite?” chiese la donna con curiosità

“ Da un posto lontano – rispose Pata – che per noi è vicino e che ci manca tanto. Ora, vede, il problema riguarda mio fratello, il quale, poverino, si chiama Pùnfete e con questo nome, capirà, si trova nella difficile situazione di uno destinato a cadere sempre. Siccome  è  giovane e timido e si vergogna delle brutte figure che fa e io che sono suo fratello soffro per lui…”

“Piano, piano – lo interruppe la donna- così non capisco nulla! Parla più lentamente, ragazzo!”

“ Si, scusi, dicevo … siccome è timido e giovane e non vuole fare brutte figure e invece le fa continuamente, ecco che ci siamo decisi a venire fin qui per chiederle aiuto. Sappiamo della sua pozione e di quanto sia buona per i casi come il nostro, vorremmo comprarla, se lei è d’accordo. Ho le monete e, se vuole, le posso cantare una canzone”

“Oh, no! Basta con le canzoni – sbottò la donna- non ne posso più! Le monete ve le potete tenere. Sono vecchia, ormai, e vivo di altre cose. Qui non mi manca nulla, che me ne farei delle vostre monete? No, piuttosto sentite: la pozione che chiedete io ce l’ho ma non funziona per i casi come il vostro, vi hanno informato male. Sì, qualche caso l’ho trattato ma senza successo, perché il poverino di turno è stato bene per un po’, poi  ha ricominciato a cadere. No, non vi serve la pozione. Tuttavia un consiglio io l’avrei”

“Dica, dica, gentile signora – supplicò Pùnfete – io farei di tutto per guarire!”

“Calma, calma, sappi  che è un’impresa difficile per due come voi. Comunque, si tratterebbe di salire sull’albero più alto dell’alto e da lì, senza penzolare troppo,  guardarsi in uno specchio d’acqua”

“ Salire su di un albero? Guardarmi in uno specchio d’acqua? Ma a che serve tutto questo? “  domandò Pùnfete, deluso

“ Serve, serve – si irrigidì la signora – se lo vuoi fare bene sennò amici come prima. Io te l’ho dato il consiglio, al resto pensaci tu”. Così dicendo si ritirò e tornò a dormire, fra gli sbuffi dei papaveri, sempre più assonnati.

“Ecco, Pata, siamo punto e a capo. Conviene tornarcene a casa, sconfitti più di prima” disse Pùnfete, con le lacrime agli occhi

“No, no, no e ancora no! –gridò Pata rosso dalla  rabbia – siamo venuti fin qui per risolvere il tuo problema e, per tutti i destini stregati del mondo, lo risolveremo! Proviamo, che ci costa? L’albero più alto dell’alto è qui vicino ed io sono un bravo scala – alberi, tu puoi salire aggrappato a me, ti terrò, vedrai” .

Pata e Pùnfete allora fecero l’ultimo tentativo per risolvere il delicato caso e presero il vicolo per l’albero più alto dell’alto.

Dopo  pochi minuti di passi piccoli erano arrivati davanti all’albero che, in effetti,  stava aspettando proprio loro. “Oh, bene, siete arrivati – esclamò dal profondo delle radici il vecchio albero – sbrigatevi perché lo stagno qui sotto sta per asciugarsi, si è scocciato, non ce la fa più a continuare quella vita umida, e non c’è verso di convincerlo! Beh, no, questo è un altro problema… su, salite, e non vi fate male, perché il prato erboso è di cattivo umore oggi e potrebbe respingervi  se cadete. Avanti, su, su, salite!”

Pata e Pùnfete iniziarono la salita. Ci vollero due notti doppie e due giorni tripli per arrivare in cima. Finalmente, al secondo giorno triplo, i due toccarono la cima dell’albero. “Pata, Pata, non vedo nulla! Dov’è lo specchio d’acqua?”

“ Pùnfete, abbi pazienza, ora guardiamo meglio: eccolo, eccolo! Come si è ritirato… tra un po’ non ci sarà più. Su, forza, guardati prima che sia troppo tardi”

Pùnfete si sporse verso il basso, ma mentre si sporgeva uno dei suoi due piedi a ciambella si impigliò in un ramo.

“ Pata, Pata, Aiuto!” gridò il poverino, mentre il fratello si affannava per liberarlo.

“Pùnfete, stai calmo, ci penso io, ecco, ho quasi fat…toooooooooo!”

Terribile! Pata, nel tentativo di liberare il fratello, era scivolato ed ora penzolava appeso ad un ramo sottile, mentre Pùnfete, in preda alla disperazione e con il piede ancora impigliato nel ramo, non sapeva che fare.

“Pata, Pata!- gemeva Pùnfete- e ora? Come facciamo? Io non riesco a prenderti!”

Mentre Pùnfete tentava di divincolarsi per afferrare il fratello, il ramo a cui era appeso Pata scricchiolava e scricchiolava finché…CRRRRACCCC! Si spezzò!

Pùnfete, che aveva fra mille giri e rigiri raggiunto la mano del fratello, gli si aggrappò nell’estremo tentativo di tenerlo, ma fu tutto inutile: precipitarono insieme giù, nello stagno che specchia.

“Pata…”

“…Pùnfete!”

Urlarono all’unisono mentre cadevano a precipizio giù, verso l’acqua e verso l’ignoto.

L’acqua dello stagno, piuttosto infastidita a dire il vero, si voltò  iratissima verso i due ospiti inattesi, arrivati così, senza essere annunciati .

“Ehi, voi, ma che educazione è questa? Stavo dormendo! Vi pare questo il modo di presentarvi in casa della gente?”

Pata, raggelato da questa fredda accoglienza, rispose con un filo di voce umida.

“Scusi, signora, non volevamo, siamo precipitati giù dall’albero contro la nostra volontà e ora, glu, glu, glu, non sappiamo come fare perché non sappiamo nuotare, glu, glu, glu”

“Ah, sì? E che precipitate a fare, allora, se neanche sapete nuotare? Mi dispiace, ma io non posso aiutarvi: come vedete sono ridotta all’osso, non ho forza a sufficienza per sostenervi, vi dovete arrangiare”

“Oh, no, signora, la prego, faccia qualcosa – supplicò Pata – la scongiuro o moriremo!”

“Te l’ho detto, ragazzo, non posso far nulla e ora, se non vi dispiace, riprendo il mio sonnellino, auguri!” , così borbottando l’acqua magra dello stagno si rimise a dormire, lasciando i due malcapitati ai loro guai.

Pata, nella sua disperazione non si era accorto subito di aver perso di vista Pùnfete. Finalmente, dopo aver glugluato otto volte e otto volte aver gridato “Aiuto! Affogo!”  capì che qualcosa non andava.

“Pùnfete, ma …dov’è mio fratello? Dove sei, Pùnfete?  E’ annegato, è annegato! Povero me, che farò senza Pùnfete?”

Ma in quel momento di grande disperazione, un guizzo, come di pesce che nuota allegramente, lo fece voltare: dalla parte del suo occhio sinistro, che poi era l’occhio che vedeva le cose piccole come se fossero grandi, una figura familiare scivolava sulla superficie dello stagno, tuffandosi ogni tanto come a cercar qualcosa.

“Ma…ma quello è Pùnfete! Puuuunfeteee! Ehi, fratello, sono quiiii! Ma com’è possibile? Tu nuoti? E da quando?”

“Oh, finalmente, Pata, non riuscivo a trovarti! Sì, beh, neanche io sapevo di  poter nuotare, che sorpresa, eh? Tranquillo, ora ci sono io che ti prendo, il pericolo è passato”.

Pùnfete, con due bracciate raggiunse Pata, ormai allo stremo delle forze, lo tirò su con forza e lo trascinò fino a riva.

“Incredibile! –esclamò Pata con l’ultimo fiato dell’ultima aria delle ultime forze che aveva – Incredibile, Pùnfete! Tu nuoti e sei anche bravo! Ma come sarà successo?”

“ Non so, Pata, è una sorpresa anche per me, ma che importa com’è stato possibile? L’importante è che ti ho potuto salvare”

“Certo, certo, Pùnfete. Adesso, però, torniamo sull’albero e riproviamo a guardare giù, dobbiamo terminare la nostra missione”.

Fece per alzarsi ma Pùnfete lo fermò.

“No, senti, io non ne ho voglia, preferisco lasciar perdere”

“ Come? Di nuovo vuoi arrenderti? Proprio ora? No, fratello, non te lo permetto!”

“ Pata, non è tanto questione di arrendersi, è che nell’acqua vedo che  mi trovo bene, insomma qui non cado, non inciampo, sono agile e pieno di energia, capisci?”

“Capisco, ma che vuoi dire? Vuoi restare in ammollo per la vita? Tu non sei un pesce, sei un due piedi pestaterra! Pùnfete, dai, se proprio non vuoi più tentare di guarire almeno torna a casa con me”

“Caro fratello, sapessi quanto lo vorrei! Però, vedi, l’acqua mi si addice più della terra, perciò, anche se non sono un pesce, voglio restare nello stagno”

“Ma lo stagno vuole ritirarsi a vita privata – insistette Pata – non  lo vedi com’è scarsa l’acqua?”

“ Lo so, lo so, ma non dispero di convincerla, a volte l’entusiasmo di un novellino è contagioso,  staremo a vedere, se proprio non riuscirò a convincere lo stagno a continuare il suo lavoro cercherò un altro specchio d’acqua”.

Pùnfete sembrava determinato. Pata lo guardò con occhi più tristi della tristezza piagnucolosa, lo supplicò e lo guardò ancora ma niente: Pùnfete voleva restare, stava bene con l’acqua e voleva restare con lei.

“Pùnfete mio, quando mai ci rivedremo se tu non torni a casa con me? Ci perderemo per sempre!”

“ Troverò un modo per venirti a trovare, in fondo la strada la conosco, vedrai, non ci perderemo”

“Sarà, ma io temo che accadrà – sospirò Pata – e ora? Ti tuffi subito in acqua o mi accompagni per un po’?”

“ Mi è venuta un’idea, chiederò all’acqua se conosce una scorciatoia, in modo che tu possa tornare al paese in un frangisecondo!”

“ Grazie, Pùnfete, ma credi che me lo dirà? Prima è stata scortese con me”

” Ma no, era solo un po’ stanca! Sono tempi duri per lei, ricordi? No, ci penso io, siamo entrati in confidenza!”

Pùnfete si allontanò e prese la via dell’acqua, Pata sentì il rumore del tuffo.

“Pata, Pata, vieni!” gridò Pùnfete dal centro dello stagno.

“Che? Dovrei entrare di nuovo in acqua? Non ci penso nemmeno!”

“Sì, tranquillo, ci sono io, vieni, ti dico, io e l’acqua ti faremo tornare a casa”

“Vabbe’, arrivo, però ho paura!” sbuffò Pata, correndo verso il fratello.

Quando, tutto tremante, fu di nuovo immerso in quel liquido freddo che proprio non gli piaceva, il fratello venne in suo aiuto, sostenendolo.

“Ecco, visto? Sono qua io a tenerti a galla! L’acqua dice che c’è una grossa, grassa sacca d’aria che passa di qua ogni mattina a quest’ora, è molto puntuale, c’è da fidarsi. Pare che sia disponibile a trasportare i forestieri in difficoltà”

“Una sacca d’aria? E mi trasporterebbe?” Chiese Pata con gli occhi a meraviglia

” Ci devi entrare dentro, è ovvio”

“Tu e l’acqua avete bevuto del vino! – sbraitò Pata, tutto rosso in viso –  come faccio ad entrare in una sacca d’aria?”

“ Sarà facile, vedrai, l’acqua mi ha dato la sua parola – lo rassicurò Pùnfete – stai tranquillo, ce la farai”.

E proprio  mentre parlavano, una schiumosa, gigantesca sacca d’aria blu si avvicinò al pelo dell’acqua. Beh, a dirla tutta, più che avvicinarsi scivolò sull’acqua con un gran fracasso.

“ Oh, Oh, ma che razza di uragano sta arrivando? – disse  Pata – non sarà mica questa pazza la sacca che mi deve trasportare fino a casa? Io non vado con lei!”

“ Sì, è lei ma stai tranquillo, ha solo fatto un atterraggio d’emergenza – rispose Pùnfete –  non lo vedi com’è grossa, poverina?  Non è facile per lei atterrare”

“ Scusate, giovanotti, chi è di voi che devo portare a casa?” domandò la signora sacca

“ Ehm, è lui, signora, è mio fratello Pata”

” Oh, prego, signor Pata – fece la sacca – si accomodi a bordo, purtroppo ho una certa fretta, c’è un deltaplano arenato nel sud del nord che deve essere trascinato a terra, mi aspettano con ansia per questa operazione: capirà, è piuttosto delicata”

“ Certo, certo, madame! Adesso Pata viene, vero, Pata?”  la rassicurò Pùnfete, spingendo il fratello  che non voleva andare.

“ Ho paura, Pùnfete, quella è sciroccata, io non salgo”

“ Vai e non fare storie, non hai sentito che va di fretta?” lo redarguì Pùnfete.

“E  noi? Quando ci rivedremo? Come faremo a sentirci?”

“ Nello stesso modo,  la sacca d’aria è sempre in servizio e pensa anche al trasporto delle voci. La manderò da te una volta alla settimana, così ti porterà la mia voce e a me riporterà la tua, e quando vorremo vederci saliremo su di lei. Capito, ora, testone?”

“ Va bene, va bene, fratello, se lo dici tu – sospirò Pata – ma io sono triste, soffro nel lasciarti,uééééééééééé!”

“ No, Pata, non piangere, te l’ho detto, noi non ci perderemo mai, giuro! Ed ora vai, un abbraccio, fratello”

Pata e Pùnfete si strinsero forte l’uno all’altro. La signora sacca, sempre più spazientita, aprì la porta schiumosa a Pata, e lui entrò scivolando come un’anguilla.

Il vento che sorride li sollevò delicatamente, mentre Pùnfete salutava il fratello agitando la mano.

A Pata, che rispose al saluto piangendo calde e tiepide lacrime, parve di intravedere fra le dita del fratello qualcosa di argenteo, come le squame di un bellissimo pesce.

“ Ma no – si disse – è l’effetto del sole che soleggia forte a quest’ora!” e si allontanò,  rasserenato, con le ultime lacrime riposte nella tasca della giacca.

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