06Lug
2017

Re Pigrizia

Fiaba di: barbara cerrone

Pubblicità

Questo spazio permette al sito di offrire in modo gratuito tutti i suoi contenuti!



La fiaba

“Ragazzi, ragazzi! Fate piano : voglio riposare, sono stanco!” disse re Arnolfo ai figli che giocavano nel parco della reggia.

Arnolfo era un re ancora giovane, molto saggio e amato dai suoi sudditi, non c’è che dire, ma un difettuccio ce l’aveva anche lui, che diamine! Era pigro. D’una pigrizia incontenibile, inesorabile, inimitabile e  alquanto riprovevole secondo la sua  consorte, Brigida di Turinbia.

Era così pigro che:

non aveva voglia neppure di alzare il dito accusatorio davanti ad  un prigioniero,  per questo  si era fatto costruire un alza – dito tutto d’oro che teneva riposto insieme ai gioielli della corona, e lo faceva lucidare un giorno sì e un giorno no;
la mattina non ne voleva sapere di vestirsi, restava col suo camicione da notte e la papalina tutto il giorno, al massimo sopra la papalina metteva la corona, ma solo in caso di visite ufficiali;

c’era un domestico che lo imboccava per mangiare;

di camminare, uh, neanche a parlarne: poltriva bello bello nel suo letto almeno per dodici ore, e il resto del giorno lo passava sul sofà.

Per questo motivo lo avevano soprannominato Re Pigrizia, e con questo nome era noto in tutto il regno e oltre confine.

“Sire, marito, voi dovete curarla, codesta vostra  real pigrizia – gli diceva sempre la regina – non sta bene che un re come voi, che deve guidare un paese, o addirittura l’esercito  in guerra, sia così apatico e nullafacente: non- sta- be-ne! Fatevi coraggio e siate più attivo o io, quanto è vero che sono di sangue puro, me ne torno nel mio regno a far la calza insieme alle zitelle”

“Regina, regina – rispondeva lui, e intanto sbadigliava –  non si tratta di pigrizia, e che? Sono forse uno scansafatiche io? ( a queste parole la regina annuiva) No, sbagliate, non lo sono. E’ che ho una debolezza  che mi perseguita fin dalla nascita, si tratta di una cosa nelle ossa, non può capire chi non l’ha provata. Mi gira su e giù fra le scapole e il collo, poi scende e arriva fino alle gambe e lì, oh! Signora mia, non c’è più che fare: debbo sdraiarmi, o al massimo sedermi”

“Ma senti, senti che bella tiritera- sferzava  di rimando la regina – dunque sareste un povero ammalato? Bugie! Siete un gran fannullone e questo è tutto. Badate, o voi vi date una scrollata o io davvero torno nella mia Turinbia e chi s’è visto s’è visto”, nel dir così la regina per solito stirava la sottana impreziosita da pietre, oro e chissà che altro, poi si voltava e andava via più indispettita di un’ape disturbata nel suo alveare.

“Non può capire” si consolava il re, e poi si addormentava, sognando di conquistare tutto il mondo  ma dal  suo letto col baldacchino rosso.

Questa scenetta si ripeteva all’infinito: la regina si inalberava e minacciava di andar via, poi non andava, e tutto continuava come prima.

Anche le situazioni più incresciose prima o poi chiedono di non esser più rimandate, e una soluzione bisogna pur trovarla, pena l’accumularsi di guai in modo tale che non se ne esce più, e vi si resta invischiati come mosche nel  miele amaro delle avversità; proprio  per questo a corte, fra la regina e il ciambellano, i cortigiani e i consiglieri, i vice consiglieri e non so più chi altro fu presa una decisione molto dura  riguardo al  re e alla sua pigrizia.

La goccia che fece traboccare il vaso fu l’invasione che  era avvenuta  pochi mesi prima: un re, poco conosciuto, di un regno piccolo e pulcioso assai, decise, per darsi un po’ di gloria, di invadere proprio il tranquillo e florido regno di Arnolfo.

“Sire, marito, ora dovete bandire la pigrizia dal vostro cuore – proclamò la regina – e via in battaglia,come un vero re!”

“Eh? In battaglia? E come faccio con il corpo a corpo?  Io soffro il solletico!” piagnucolò Arnolfo

“Ve lo do io il solletico!” urlò la regina inviperita, e gli lanciò addosso la corona

“Ohi,  qui si fa brutto tempo! E’ meglio scomparirle dalla vista”pensò Arnolfo,  e andò a nascondersi  in campagna, a casa di un onesto contadino.

“Se mio marito, il re, non si fa vivo, non torno nella mia Turinbia – proruppe la regina –  stavolta giuro: prendo la reggenza!”

“Eh, sì, ci manca solo questa!” fecero i cortigiani tutti in coro, e giù a pensare a come uscir dai guai, ma si dà il caso che avessero cervelli  capaci di riflettere assai bene, sì, ma sui pizzi, sulla tappezzeria d’oriente o sugli arazzi ma meno, molto meno,  sugli affari di stato: per farla breve, non combinaron nulla.

Perciò, cari miei,  se l’invasione durò due giorni soli non fu di certo per le loro riflessioni, né per l’opposizione che trovò nel regno del debole Pigrizia, no,  fu solamente perché proprio sul più bello i cavalli dell’esercito invasore, a pochi passi dal varcar le mura della capitale, caddero a terra, stanchi e stralunati; “Brocchi!” gridarono il re pulcioso e i suoi armigeri, e infatti brocchi erano e pure anziani, ma… che volete? Quel re i soldi per i cavalli buoni  non ce li aveva proprio, così si era arrangiato un po’ alla meglio,  ma i brocchi, poveracci, messi alla prova avevano sbroccato: e allora che fare?

“Non si può mica continuar la guerra a piedi!“ dissero sospirando quei soldati, e il re decise che avevano ragione, non stava bene in tempi di cavalleria entrare in casa del nemico a piedi, quindi decise di fare dietrofront,  giurò a se stesso di tornare presto e di riprendere dal punto esatto in cui si era  interrotto  ( a questo scopo fece un bel segno  con un rametto  d’albero sulla carreggiata, che a quei tempi , ahimè,  era sterrata. La prima pioggia lo cancellò, ma che volete? Le pulci, quello, ce le aveva soprattutto nel cervello!).

Re Pigrizia, saputa la notizia, come se niente fosse fece ritorno  a corte, salutò tutti e s’infilò nel letto.

“Bella roba!” lo apostrofò la regina , ma lui rispose che per fuggire si era stancato assai e gli spettava un legittimo riposo,  poi si girò su un fianco e cominciò a ronfare come un ghiro.

“Ora basta davvero, ora davvero basta!” gridò la regina,  e con il ciambellano e tutta la consorteria prese alla fine  l’ardita decisione di esiliare il pigro re Pigrizia.

“Che vada a pisolare nel regno accanto, qui c’è da fare!” esclamò il primo ministro

“E poi, chissà – rincarò la regina – hai visto mai che vedendosi esiliato  non si dia una regolata? Via, via, portatelo via!”.

Il povero re Pigrizia fu preso mentre russava regalmente nel lettone, trascinato via, e infilato a viva forza dentro una  carrozza che lo aspettava fuori dalla reggia. Insieme a lui  c’era solo il vecchio servitore Anselmo  e il cocchiere Astolfo.

“Aiuto, aiuto!- starnazzò il re – Dove mi portate? “

“In esilio, maestà” disse il vecchio servitore,  infastidito

“In esilio? Oh! Ma sarà faticoso?”  chiese il monarca, stropicciandosi gli occhi

“Macché, maestà, comunque voi di certo saprete difendervi dalle fatiche. Dormite, ora, vi sveglierò quando saremo arrivati”.

Tre ore dopo erano già oltre il confine.

“In terra straniera, alla mia età – brontolava tra sé Anselmo – e tutto per questo scansafatiche! Ah ma se trovo la maniera di battermela glielo faccio vedere io  di che pasta son fatto”

“Uhm,uhm…siamo già arrivati?” chiese il re, con la voce impastata di sonno

“Quasi, maestà, manca poco. Il castello è a mezz’ora da qui. Continuate a dormire, vi sveglio io, non preoccupatevi”

Il re ripiombò subito in un sonno profondo, sognò palazzi coperti d’oro e lapislazzuli e letti morbidi con tanti cuscini in ogni stanza: lui li provava tutti e alla fine non sapeva quale scegliere, perciò dormiva un’ora qua e un’ora là ed era il re più felice e riposato del mondo.

Quando arrivarono alla nuova residenza era già sera.

“Sire, sire, siamo arrivati: su, svegliatevi!” lo esortava Anselmo, scuotendolo come un sacco di patate

“Eh? Dove, dove?”

“In esilio, maestà”

“Ah, è questo l’esilio?”

“Sì, e quello che vedete davanti a voi è il vostro castello. Venite, entriamo”

“Ma  la porta è aperta: non è strano?” chiese il re, grattandosi la testa

“Per essere strano è strano- rispose Anselmo – ma credo che ce ne saranno parecchie di cose strane, qui dentro”

Una volta entrati Anselmo, con la scusa dei bagagli, uscì, risalì in carrozza e  diede ordine al cocchiere di scappare via da quel posto più presto che poteva.

“Anselmo, Anselmo!- gridò il re –Ma dove va? Che diamine, mi ha lasciato qui da solo!  Mah, pazienza: ci saranno pure altri domestici in questo castello. Dov’è il campanello della servitù? Ah, eccolo qua”

Dlon, dlon, dlon. Re Pigrizia suonò a più riprese ma nessuno si fece vedere.

“Che mistero è questo? La servitù è scappata? Sono così stanco e qui nessuno viene a portarmi a letto. Vuol dire che farò due passi a piedi, da qui alla cucina: il cuoco, almeno, ci sarà,no? Chiederò a lui notizie”.

In cucina, invece,  non c’era proprio nessuno.

“Oh, non c’è anima viva. Ora però devo riposare,  perciò andrò a dormire. Ma la mia stanza? Di sopra, certo, come si conviene,  e io son qui da solo…oh, che disdetta!!  Dovrò salire al piano di sopra con le mie  gambe, senza l’aiuto di un valletto che mi porti in braccio” si lamentò  Re Pigrizia, e così fece.

Al piano superiore, però, lo attendeva un’amara sorpresa: tutte le stanze erano chiuse a chiave, una sola  era  aperta,  dentro c’era, è vero, un bel  letto grande  e morbido ma tutto intorno era sporcizia, ragnatele e polvere, perfino le lenzuola sembravano lì da qualche secolo per quanto erano luride.

“Orrore!- gridò il poveretto – E io dovrei dormire in questo schifo? Ma qui nessuno pulisce? Nessuno cambia le lenzuola? Io non ci dormo…ma dove riposo? ”

Guardandosi attorno vide un grande armadio, lo aprì e vi trovò della biancheria finissima e pulita.

“Guarda, guarda che belle lenzuola. Qui però non c’è una cameriera che mi cambi la biancheria e rifaccia il letto… oh, che disdetta!! Dovrò far tutto da solo” disse, e così fece.

Eh, sì,  re Pigrizia si rimboccò le maniche, non sapeva da che parte cominciare tutta via cominciò, e si rifece un letto che era un gioiello.

“Ah, che posto faticoso questo esilio!” esclamò sdraiandosi  sul suo capolavoro, e subito si addormentò, senza nemmeno spogliarsi.

La mattina dopo si svegliò che era mezzogiorno.

“Che bella dormita! Vediamo un po’ se qualcuno della servitù è tornato, stamattina”, borbottò suonando il  campanello.

Dlon, dlon, dlon. Nessuna risposta.

“Che roba! Protesterò…protesterò con …non lo so, ma protesterò.  Oh, che disdetta!! Non c’è nessuno che mi porti la colazione in camera,  se voglio mangiare dovrò scendere giù nella sala da pranzo” disse, e così fece.

Nella grande sala da pranzo la colazione non era stata allestita.

“Qui la faccenda è bigia. Oh, che disdetta!!  Dovrò  andare personalmente in cucina a vedere se c’è qualcosa da mangiare”disse, e così fece.

E ci risiamo! In cucina il cuoco non c’era, e nemmeno i suoi aiutanti. Frugò a destra e a manca per trovare qualcosa da metter sotto i denti ma non trovò proprio nulla. La dispensa era vuota.

“Qui al massimo posso mangiarmi le unghie. Oh, che disdetta! Dovrò  andare io stesso  giù nell’orto a raccoglier qualche cosuccia da mangiare” disse, e così fece.

L’orto era proprio dietro il castello, a ridosso del bellissimo giardino reale. Re Pigrizia raccolse due pomodori , tre zucchine e quattro pesche profumate.

“ Non so cucinare ma qui …oh, che disdetta!! Dovrò prepararmi  la colazione da solo” disse, e così fece.

“Ah, che fatica, che fatica! Ora me lo son proprio meritato un sonnellino!”, fece dopo aver  spadellato a più non posso.

E invece no. Bussarono alla porta.

“Oh, e chi sarà a quest’ora? Suoniamo un po’ il camp…macché! Qui non c’è nessuno. Ci risiamo: oh, che disdetta!! Tocca ancora a me…dovrò andare ad aprire”, disse, e così fece.

“Sire, questo è da parte del vostro vicino, re Pandolfo” disse il messo, porgendogli un bel cesto.

“Arance e limoni! Che bellezza!- esclamò Re Pigrizia tutto allegro – Questo sì che è un regalo degno di un re! “

Re Pigrizia dispose le arance e i limoni bene in vista, sopra la dispensa, poi pensò che sì, era proprio l’ora di un bel pisolino, e si diresse verso la sua stanza.

“Ecco fatto, ora davvero non ci sono ostacoli: a me il letto!” gongolò  Re Pigrizia entrando in camera sua,  e si gettò come un pesce fra i cuscini.

Non era destino.

Un tramestio, un frusciare come di piccole zampe lo svegliò: topi. Un esercito di topi correva su e giù per la stanza,  rosicchiando a destra e a manca.

“AIUTO! TOPI! Nella real camera!!! Guardie, a me! No, non c’è nessuno. I camerieri, chiamerò i camerieri…non ci sono neanche quelli. Ah, doppio orrore! Oh, che disdetta!! Dovrò pensare io a cacciare i topi” disse, e così fece.

“Ah, che fatica, che fatica! Ora, però,  me lo sono meritato davvero un riposino” sospirò Re Pigrizia gettandosi di nuovo sul lettone.

Neanche per sogno. Bussarono ancora alla porta.

“Ora basta, questa volta non apro!” proclamò il re, girandosi dall’altra parte.

“Re Pigrizia, Re Pigrizia! Aprite!” si sentì gridare dopo un po’

“Uhm, ma chi è che osa disturbare il mio sonno? Chi è quel malnato, cafone e disgraziato? “ urlò Arnolfo affacciandosi di malavoglia alla finestra.

“Sono il messo di sua maestà la regina, vostra moglie, non mi riconoscete? Ho una missiva urgente da parte sua”

“Non ci penso neanche a ricevere le missive di quella donna. Mi ha fatto esiliare: che altro vuole? Questo esilio è una gran fatica !”

“Ma,  mio re, DOVETE  leggerla, si tratta di cosa grave assai”

“Uhm, e che sarà mai? E’ scoppiata la guerra?”

“Proprio così, sire. Un’altra invasione”

“Cosa, cosa, cosa?” esclamò re Pigrizia sporgendosi così tanto che per poco non cadde giù dalla finestra

“Aprite e leggete, mio re, ne va del vostro regno”

“Ecco, oh, che disdetta!! Dovrò scendere un’altra volta ad aprire la porta”, disse Re Pigrizia, e così fece.

Il messaggio della regina  diceva che il re pulcioso aveva di nuovo invaso il regno,  questa volta, però, con dei veri cavalli, e che la situazione era assai grave; l’esercito senza un capo era allo sbando, e i suoi ministri già passavano al nemico.  Che si muovesse, dunque, e  non facesse il pigro come sempre perché i suoi figli rischiavano l’esilio come lui. Cordiali saluti, ecc., ecc.

“Ci mancava solo questo!- brontolò Re Pigrizia – Però così posso tornare a casa…sì, ma a far la guerra col nemico! Domani, di buon’ora, mi metterò in cammino…di buon’ora…verso le dieci…no, facciamo mezzogiorno.  Ei bagagli?  Oh, che disdetta! Dovrò far fagotto da solo” disse, e così fece.

Il giorno dopo, a mezzogiorno in punto,  Re Pigrizia si svegliò, sellò il cavallo ( oh, che disdetta! Tutto da solo!)  e partì alla volta del suo amato regno.

Correva come il vento, il nostro re…sì, insomma, ogni tanto si fermava a fare un pisolino ma anche voi quando partire per un viaggio fate qualche piccola sosta all’autogrill, no?  E allora, povero Pigrizia, un riposino glielo concediamo!

Quando finalmente  arrivò il sole stava per tramontare.

“Ah, che stanchezza, che stanchezza! Se solo mi potessi  dormire un pochino, mica di più, quello che basta per riprender fiato…” disse Pigrizia, ma la battaglia non poteva attendere.

“ Eh, lo sapevo: niente riposo. Oh, che disdetta! Dovrò combattere, e a dopo il letto!” sospirò il re, e così fece.

La guerra, per essere c’era davvero nel regno di Pigrizia,  e l’invasore pure;  Arnolfo comparve all’orizzonte proprio mentre il nemico stava per entrare nella reggia.

“Guardate: è il nostro re!” gridò l’esercito tutto insieme

“E’ lui, è lui, è venuto a salvarci dal nemico!” gli fecero eco i sudditi affacciati chi alle finestre, chi ai balconi.

“Re Pigrizia! Evviva Re Pigrizia!” esclamarono tutti in coro lanciando in aria berretti e fazzoletti.

Il nostro Re, però, nemmeno se ne accorse, tanto fu preso subito dal combattimento.  Pigro com’era  quasi piangeva  all’idea di metter  mano alla spada ma…tant’è!  Lo fece, e anche molto bene.

Tranquilli, però, nessuno in quelle battaglie si faceva male per davvero; la regola del posto, strano a dirsi,  prevedeva che vincesse chi era più bravo a spaventare il nemico, e via dunque a mulinare con la spada , a far la faccia truce e a gridare; il nostro re, in questo, si rivelò più bravo del previsto(Però, una fatica! Si lamentò più tardi con i cortigiani)

Nel frattempo la regina, affacciata alla finestra reale, assisteva sbalordita alla scena.

“Mio marito, il re dei fannulloni, che si slancia in battaglia come un leone? Oddio! Non credo alle mie pupille! Donzelle, cortigiane, damigelle accorrete tutte: la regina sviene!” e stumpf! Cadde a terra come un sacco di patate.

“Ma guarda questa! – esclamarono le damigelle in coro – Deve svenire proprio in mezzo alla battaglia! Su, regina, forza, tiratevi su  che siete pure un tantino pesantuccia!”

“Oh, oh, mie care…dove sono?” chiese Brigida, riprendendo i sensi

“E dove volete essere? Nella vostra reggia, a casa vostra. Se ci scusate, ora che state meglio vorremmo affacciarci a salutare il re, il nostro eroe”

“Il re? Eroe? Ah, sì! Ora ricordo! E quasi quasi svengo un’altra volta”

“Eh no, non vi azzardate! Ora lasciateci godere lo spettacolo, sverrete dopo, quando tutto sarà finito”.

Le damigelle si precipitarono al balcone, e da lassù facevano mille moine al re guerriero: chi sventolava il fazzoletto di pizzi e trine, chi lo lanciava, chi con le labbra mandava baci, chi gridava “Forza Arnolfo!” e poi piangeva per la commozione. Un delirio.

Il re, dal canto suo, non aveva tempo né occhi per le damigelle, la battaglia era di quelle impegnative e lui ormai ci si era impegnato al punto che non si ricordava più di essere  pigro ma pigro veramente.

Alle otto e trenta della sera la battaglia finalmente era finita e il nostro Re Pigrizia non ci si crede ma aveva vinto “E meno male- disse – perché davvero non ne posso più! E poi, a dirla tutta, ho proprio fame”.

Anche l’esercito nemico si fermò .

“La guerra è persa – ammise il re pulcioso – anche stavolta  l’assedio è andato a vuoto. Pazienza, purché almeno si possa mettere qualcosa sotto i denti: soldati, a me! Torniamo  a casa, che di sicuro le nostre mogli hanno già messo in tavola la cena!”

E a cena andarono, nemici e vincitori, ognuno a casa sua, s’intende e finì la storia.

Il nostro Re, divenuto eroe,  fu osannato dal popolo e dalla regina; non più “Pigrizia” soprannominato,  da allora fu chiamato  Arnolfo il Grande nella sua terra e anche oltre confine.

Da ciò si evince, senza dubbio alcuno,  che quand’anche un pigro sia fra i più incalliti, se messo alle strette si fa forza  e la pigrizia la mette in cantina.

Urrà, urrà! Evviva Re Pigrizia!

Barbara Cerrone

Commenta la fiaba

Barbara Cerrone vive in un piccolo paese in provincia di Firenze. Scrive racconti, poesie e, con suo grande divertimento, favole.


Altre fiabe che potrebbero piacerti



Consigli di lettura

Iliade. La guerra di TroiaMorrigan - La vendetta della DeaI racconti del trenino. Il signor Guerra e la signora PaceGuerra sulla spiaggia: 5LA GUERRA DELLE CAMPANELa guerra degli elefantiL'italiano con le fiabe. Costruire percorsi didattici per bambini stranieriUn Sottomarino in PaeseLa Guerra di Troia (Amo la Mitologia)Il re che non voleva fare la guerra