04Dic
2012
giovane-re-audio

Il giovane re

Fiaba di: Redazione

Pubblicità

Questo spazio permette al sito di offrire in modo gratuito tutti i suoi contenuti!



La fiaba

Era la sera che doveva precedere l’incoronazione, e il giovane Re sedeva solitario nella sua bellissima stanza. I cortigiani avevano già preso tutti congedo inchinandosi, piegando il capo sino a terra, secondo il cerimoniale dell’epoca, e si erano ritirati nella Grande Sala del Palazzo per ricevere le ultime istruzioni dal maestro di cerimonie, poiché alcuni tra essi avevano modi ancora troppo naturali, il che, devo dire, è un grave difetto per un cortigiano

Al ragazzo, giacché era ancora un ragazzo – non aveva che sedici anni – non dispiaceva affatto che se ne fossero andati, e, con un profondo sospiro di sollievo, si era buttato sui morbidi cuscini del suo divano ricamato, giacendo così a occhi spalancali e labbra socchiuse, simile a un bruno Fauno dei boschi, o a qualche giovane animale della foresta impigliato nelle trappole dei cacciatori.

In realtà erano stati proprio i cacciatori a scoprirlo, mentre nudo con uno zufolo in mano, seguiva il gregge del povero capraio che lo aveva allevato e di cui egli aveva sempre credulo essere il figlio. Era invece il bambino segreto dell’unica figlia dei Re e di un giovane di condizioni issai inferiori – alcuni dicevano fosse uno straniero che aveva indotto la Principessa ad amarlo usando la magica musica del suo liuto; altri invece parlavano di un artista di Rimini al quale la Principessa aveva dimostrato molto, forse troppo onore, e che improvvisamente era scomparso lasciando il lavoro che stava eseguendo nella Cattedrale incompiuto.

Il piccolo aveva solamente una settimana quando fu rapito dal seno della madre mentre questa dormiva, e fu dato in custodia a un povero contadino e a sua moglie che non avevano figli, e abitavano in un angolo remoto della foresta distante dalla città più di una giornata di cavallo. II dolore o la pestilenza, come sentenziò il
medico di corte, o forse un rapido veleno italiano, somministrato in una coppa di vino drogato, uccise a un’ora dal suo risveglio la bianca fanciulla che gli aveva dato i natali, e mentre il fedele messaggero che portava il bimbo metteva piede a terra dalla sua stanca cavalcatura e bussava al rozzo uscio della capanna del capraio, il corpo della Principessa veniva calato in una fossa che era stata scavata in un cimitero deserto, oltre le porte della città, e si diceva che in quella fossa giacesse pure un altro corpo, quello di un giovane di meravigliosa e forestiera bellezza, le cui mani erano state legate dietro la schiena con una corda nodosa, ed il cui petto era tutto coperto di rosse ferite.

Questa almeno era la storia che le persone si sussurravano all’orecchio. Certo é che il vecchio Re. quando fu sul punto di morire, forse spinto dal rimorso del suo grave delitto, o forse solamente preoccupato che il suo regno potesse non avere una discendenza, aveva fatto chiamare il ragazzo e alla presenza del Consiglio lo aveva dichiarato suo erede.

Sembra che sin dai primi istanti del suo riconoscimento egli avesse subito manifestato i segni di quella stravagante  passione per la bellezza destinata ad avere grande influenza su tutta la sua vita. Coloro che lo avevano accompagnato nelle stanze preparate appositamente per lui parlavano spesso dell’esclamazione di piacere che gli era sfuggita dalle labbra appena aveva veduto le delicate vesti e i ricchi gioielli che gli erano stati donati, e dell’impulso incontrollato  di gioia con cui aveva buttato da un canto la sua rozza tunica di cuoio e il ruvido mantello di pelli di pecora.

In verità a volte provava nostalgia della libera vita della foresta, ed appariva insofferente delle tediose cerimonie di Corte che gli occupavano tanta parte della giornata, ma il meraviglioso palazzo, Joyeuse- come veniva chiamato, del quale era ora divenuto il padrone, gli pareva un mondo nuovo appositamente creato per la sua felicità, e non appena gli riusciva di sottrarsi alle riunioni del consiglio o alla camera delle udienze, subito correva giù per l’ampia scalinata adorna di leoni di bronzo dorato e dai gradini di lucido porfido e vagava di stanza in stanza, di corridoio in corridoio, quasi cercasse di trovare nella bellezza un sollievo al dolore, un lenimento alla sofferenza.

In quei viaggi di scoperta, come egli soleva chiamarli- ed erano veramente viaggi di scoperta in un paese meraviglioso- veniva a volte accompagnato dai biondi e giovani paggi di Corte che correvano nei loro mantelli svolazzanti, gai di nastri ondeggianti e di gale; ma più spesso era solo, poiché sentiva, grazie a un lucido istinto che era quasi divinazione,come i segreti dell’arte si apprendano meglio in segreto, e che la Bellezza, al pari della Saggezza, predilige chi l’adora in solitudine.

Molte storie curiose si narravano di lui in quell’epoca. Si diceva che un grosso Borgomastro, venuto per pronunziare al suo cospetto un ridondante e retorico discorso a nome degli abitanti della città, lo avesse sorpreso inginocchiato dinnanzi a un grande quadro appena giuntogli da Venezia, il quale sembrava annunciare l’avvento di alcune divinità sconosciute. In un’altra occasione era scomparso per molte ore e dopo lunghe ricerche era stato ritrovato in una delle torri settentrionali del palazzo in contemplazione davanti a una gemma greca che  recava incisa l’immagine di Adone. E fu anche visto, così si narra, premere le labbra ardenti contro la fronte marmorea di una statua antica rinvenuta nel letto del fiume durante la costruzione del ponte di pietra, sulla quale era inciso il nome dello schiavo di Adriano, una volta ancora aveva trascorsa un’intera notte a studiare l’effetto del chiaro di luna su un’ immagine d’argento di  Endimione.  I materiali più rari e costosi  esercitavano su di lui un fascino indicibile, e nella sua ansia di procurarseli aveva spedito numerosi mercanti, alcuni ad acquistare ambra dai pescatori dei mari del nord, altri in Egitto in cerca del ricercato turchese verde che si trova soltanto nelle tombe dei re e che si dice possieda virtù magiche, altri ancora in  Persia per comprare tappeti di seta e vasi dipinti, altri infine in India a in cerca di veli e avorio dipinto, braccialetti di giada, legno di sandalo, smalti azzurrini e scialli di lana finissima.

Ma ciò che lo interessava maggiormente era la veste di tessuto d’oro che avrebbe indossato il giorno dell’incoronazione, la corona tempestata di rubini e lo scettro ricoperto di cerchi e di anelli di perle.
Questo era esattamente a tutto ciò a cui egli pensava quella sera, disteso sul suo sfarzoso giaciglio mentre osservava il gran ceppo di legno d’abete che si consumava lentamente nel camino. I disegni, nati dalle mani dei più apprezzati artisti del tempo gli erano stati sottoposti molti mesi prima, ed egli aveva dato ordini affinché gli artigiani lavorassero notte e giorno e che si cercasse in tutto il modo per trovare gioielli degni di tanta bellezza. Si immaginava dritto in piedi dinnanzi all’altare maggiore della Cattedrale ammantato nella splendente veste regale e un sorriso di compiacimento indugiò sulle sue labbra di ragazzo e accese di una fiamma luminosa i suoi occhi scuri di creatura delle selve.

Dopo un certo tempo si levò dal divano su cui era rimasto sdraiato e appoggiato alla pietra scolpita del camino vagò con lo sguardo per
la stanza fiocamente illuminala. Le pareti erano tappezzate di splendidi arazzi rappresentanti il Trionfo della bellezza.

Un ampio armadio intarsiato d’agate e lapislazzuli arredava un angolo della camera, mentre opposto alla finestra spiccava uno stipo curiosamente lavorato a pannelli di lacca mista a oro e mosaici su cui erano disposti alcuni delicati bicchieri dal lungo stelo di vetro veneziano e una coppa d’onice tutta striata di venature scure. Sulla coperta di seta del letto erano ricamali pallidi papaveri, che sembravano caduti dalle mani stanche del sonno, e sottili colonne d’avorio intarsiato reggevano il baldacchino di velluto, da cui ciuffi di bianche piume di struzzo, simili a spuma marina, uscivano sino a toccare l’ argento chiaro del soffitto lavorato. Un Narciso ridente di bronzo verde alzava alto sul capo uno specchio mentre sul tavolo era posato un vassoio d’ametista.

Guardando dalla finestra poteva scorgere il profilo della cupola della cattedrale delinearsi come un’immensa bolla sull’ombra delle case, poteva vedere le sentinelle affaticate passeggiare innanzi e indietro per la terrazza avvolta nella nebbia in prossimità del fiume. Lontano, in un frutteto un usignolo cantava e un debole profumo di gelsomini penetrava dalla finestra aperta. Il giovane Re si scostò dalla fronte i riccioli bruni, prese in mano un liuto e lasciò che le sue dita sfiorassero pigramente le corde dello strumento, le sue palpebre si abbassarono e uno strano languore s’impadronì di lui. Mai prima di quel momento aveva sentito con tanta intensità, o con più acuta gioia l’incanto e il mistero della bellezza.

Quando la mezzanotte rintoccò all’orologio della torre egli  tirò il cordone del campanello e i suoi paggi entrarono e lo spogliarono con gran cerimonia versando acqua di rose sulle sue mani e cospargendo di fiori il suo guanciale. Poco dopo essi uscirono dalla stanza, e il giovane Re si addormentò.

E nel sonno fece un sogno, e questo fu il suo sogno:
Sognò di essere in una soffitta lunga e bassa, tra il rumore di molti telai. La debole luce del giorno penetrava a fatica attraverso le finestre sbarrate, rivelando le scarne figure dei tessitori chini su loro arnesi.
Bambini smunti e malaticci erano accoccolali sulle immense travi maestre, ogni qualvolta le spole passavano sfrecciando attraverso l’ordito essi alzavano le pesanti assicelle e allorché le spole si fermavano essi abbassavano le assicelle e pressavano insieme i fili. I loro volti erano contratti dalla fame e le loro esili mani erano scosse da un tremito incessante. Alcune donne dal viso emaciato erano sedute a un tavolo e cucivano. Il luogo era impregnato di un odore disgustoso, fetido, l’atmosfera era greve, viziata, e le pareti gocciolavano di umidità

Il giovane Re si accostò a uno dei tessitori, gli stette vicino e prese ad osservarlo.

Il tessitore lo guardò e con rabbia disse: “Chi sei tu che mi fissi a questo modo? Sei forse una spia che ci è stata messa alle costole dal nostro padrone?”.

“Chi è il  tuo padrone?” chiese il giovane Re.

“Il nostro padrone!” esclamò il tessitore con accento amaro. “ É un uomo come me. Dopotutto tra noi e lui c’è questa sola differenza che lui indossa bei vestiti mentre io vado in giro coperto di stracci, e che io sono debole a forza di non mangiare mentre lui soffre per eccesso di cibo”.

“Il paese è libero.” disse il giovane Re “e tu non sei lo schiavo di nessuno”.

“In guerra” replicò il tessitore ”i forti asserviscono i deboli ma in  pace i ricchi rendono loro schiavi i poveri. Dobbiamo lavorare per vivere, ed essi pagano salari cosi meschini che ne moriamo. Fatichiamo per loro l’intero giorno, ed essi accumulano oro nei loro forzieri. I nostri figli scompaiono innanzi tempo e le facce di coloro che amiamo diventano dure e cattive, noi pigiamo i grappoli e un altro beve il vino, noi seminiamo il grano e la nostra tavola è vuota. Siamo incatenati, sebbene le nostre catene siano invisibili e siamo schiavi, sebbene gli altri ci dicano liberi”

” É cosi per tutti? “ chiese il giovane Re
“Per tutti” risponde il tessitore ”per i giovani e per i vecchi, per le donne e per gli uomini, per il bambino in tenera età come per il vegliardo carico d’anni. I mercanti ci spremono, e noi siamo costretti ad obbedire ai loro comandi. Il prete ci passa accanto in carrozza recitando il suo rosario, e nessuno si cura di noi. Nei nostri vicoli senza sole si aggira la Povertà famelica in volto, cui segue il Peccato dallo sguardo idiota. La Miseria ci sveglia il mattino e la Vergogna siede accanto a noi di notte. Ma che significa tutto questo per te? Tu non sei uno di noi, il tuo volto è troppo felice. ” E si volse, scuro in viso. Fece correre la spola lungo il telaio e il giovane Re vide che la spola era infilata con un filo d’oro. Un grande terrore s’impadronì di lui tanto che chiese al tessitore.

“Quale abito stai tessendo?».

“E’ la veste per l’incoronazione del giovane Re. ” rispose il tessitore “ma a te che importa? ”

E il giovane Re lanciò un grido acuto e si svegliò, ma, o meraviglia, si ritrovò nella sua stanza, e attraverso la finestra vide la luna color di miele sospesa in un alone di foschia.

Poi si riaddormentò .

E nel sonno fece un sogno, e questo fu il suo sogno:
Gli sembrava di essere disteso sul ponte di una galea immensa che avanzava spinta dalla forza di cento schiavi. Su un tappeto al suo fianco sedeva il capo galeotto. Era nero come l’ebano e aveva il capo avvolto in un turbante di seta cremisi. Dai lobi spessi delle orecchie gli pendevano grossi orecchini d’argento e tra le mani teneva una bilancia d’avorio. Gli schiavi erano nudi, fuorché per uno straccio legato intorno ai lombi, e ciascun uomo era incatenalo al proprio compagno. Il sole ardente li trafiggeva e venivano frustati con corregge di cuoio Essi tendevano le magre braccia e affondavano nell’acqua i remi pesanti.

Finalmente giunsero a una piccola baia e gli scandagli ebbero inizio. Un vento leggero spirava da terra, ricoprendo di una fine sabbia rossa il ponte e la grande vela.
Non appena ebbero gettata l’ancora e ammainata la vela , una lunga scala a corda solidamente appesantita di piombo fu gettata fuori bordo assicurandone le estremità a due sbarre di ferro. Quindi il capo galeotto afferrò il più giovane tra gli schiavi, gli tolse i ceppi, gli riempì di cera le narici e le orecchie e gli legò una grossa pietra attorno alla vita. Il giovane schiavo scese stancamente la
scala e scomparve nel mare. Là dove si era inabissato si levarono poche bollicine gorgoglianti. Qualcuno tra gli schiavi si sporse a guardare incuriosito fuori del bordo della galea. Un incantatore di squali si accovacciò a prora e prese a battere un tamburo con un ritmo monotono.

In capo a qualche tempo il pescatore subacqueo sorse dal mare e si aggrappò ansimante alla scala: nella mano destra aveva una , gli fu tolta e fu ricacciato giù. Gli altri schiavi si addormentarono sui loro remi.

Molte, molte altre volte risalì il pescatore, ed ogni volta recava una perla, una perla stupenda. Il capo galeotto le pesava tutte, poi le riponeva in un sacchetto di cuoio verde.

Il giovane Re avrebbe voluto muovere le labbra e parlare, ma era come se la lingua gli si fosse appiccicata al palato.

Infine il pescatore risalì per l’ultima volta, e la perla che egli recava con se era più bella di tutte le perle di Ormuz, poiché aveva la forma della luna al suo colmo, ed era più bianca della stella del mattino. Ma la faccia del pescatore era stranamente pallida, e come si abbatté sul ponte il sangue gli uscì a fiotti dalle orecchie e dalle narici. Un lieve brivido gli percorse le membra, quindi giacque immobile. Il corpo fu gettato in mare e il capo galeotto rise, allungò una mano e afferrò la perla e dopo averla ammirata la premette contro la fronte, s’inchinò e disse: “Questa sarà per lo scettro del giovane Re”. Quindi fece cenno di levare l’ancora.

Quando il giovane Re intese queste parole lanciò un grande grido e si svegliò, e attraverso la finestra vide le lunghe grigie dita dell’aurora che si aggrappavano alle stelle morenti.

Poi si riaddormento.

E nel sonno fece un sogno, e questo fu il suo sogno:

Aveva l’impressione di andare vagando per una selva oscura, i cui alberi erano carichi di strani frutti e di bellissimi fiori velenosi Le vipere si ergevano sibilando al suo passaggio e pappagalli variopinti fuggivano stridendo di ramo in ramo. Tartarughe enormi giacevano addormentate. Gli alberi erano pieni di scimmie e di pavoni.

Il giovane Re camminava finché giunse ai limiti del bosco dove vide una immensa moltitudine di uomini che si affaccendavano faticosamente nel letto prosciugato di un fiume: il luogo ne brulicava come un formicaio brulica di formiche. Gli uomini scavavano nel terreno fosse profonde e vi si calavano dentro, alcuni spaccavano rocce con grandi scuri, altri avanzavano a tentoni nella sabbia, scalzavano i cactus dalle radici e ne calpestavano le infiorescenze scarlatte. Tutti si affrettavano, chiamandosi a vicenda; nessuno stava senza far niente. Nei recessi di una caverna la Morte e l’Avarizia li guardavano, e la Morte diceva:

“Sono stanca: dammene un terzo e lasciami andare”.
Ma l’Avarizia scuoteva il capo e rispondeva: “Quelli sono i miei servi”.

E la Morte le diceva: ”Che cosa tieni nella mano? ”

“Tre chicchi di frumento.» rispondeva l’Avarizia ”ma a te che servono? ”

“Dammene uno! ” la implorò la Morte. ”Uno soltanto da seminare nel mio giardino e io me ne andrò! ”

“ Non darò nulla, a te” replicò l’Avarizia, e nascose la mano tra le pieghe della sua veste.

Allora la Morte rise, afferrò una coppa e la immerse in una pozza d’acqua, e fuor della coppa si levò la Pestilenza che passò tra la grande moltitudine, e un terzo degli uomini giacquero morti. Una nebbia fredda l’accompagnava e serpenti d’acqua strisciavano al suo fianco. Quando l’Avarizia capì che un terzo della moltitudine era morta si batté il petto e pianse. Si batté il petto avvizzito e gridò a voce alta: «Tu hai ucciso un terzo dei miei servi! Vattene, ora! C’è una guerra tra le montagne dei Tartari, e i re da una parte e dall’altra ti invocano. Gli Afgani hanno ucciso il bue nero, e stanno marciando in battaglia. Essi hanno percosso i loro scudi con le loro lance, e si sono coperti il capo con i loro elmi di ferro. Che cosa t’importa della mia valle, perché vi indugi ancora? Vattene, e non ritornare mai più!”.

“No.” le rispose la Morte “finche tu non mi avrai dato un chicco di frumento io non me ne andrò.”

Ma l’Avarizia scosse la lesta e digrignò i denti. “Non darò nulla, a te” disse con rabbia.

La Morte rise, raccolse una pietra nera e la scagliò nella foresta, e da una macchia di cicuta selvatica uscì la Febbre vestita di fiamma. Passò tra la moltitudine, la toccò, e ogni uomo ch’ella toccava moriva. L’erba avvizziva e s’inaridiva sotto i suoi passi.

L’Avarizia inorridì e si copri il capo di cenere “Sei crudele”- gridò” sei crudele! C’è la fame nelle città turrite dell’India, e le cisterne dì Samarcanda si sono prosciugate. La carestia si aggira tra le città murate d’Egitto, e le cavallette sono giunte dal deserto. Il Nilo non è straripato dal suo letto, e i sacerdoti non hanno cibato Iside e Osiride, va da coloro che hanno bisogno di te, e lasciami i miei servi.”

“No” rispose la Morte “finché tu non mi avrai dato un chicco di grano io non me ne andrò.”

“Non darò nulla, a te” disse l’Avarizia.

E la Morte rise per la terza volta, emise un fischio e una donna giunse volando. Peste aveva scritto in fronte, e uno stormo di scarni avvoltoi le roteava intorno. Ella coprì la valle con le sue ali e non un solo uomo rimase vivo.

L’Avarizia fuggì urlando attraverso la foresta, e la Morte balzò sul suo cavallo rosso e si allontanò al galoppo, e il suo galoppo era più veloce del vento.

Dal fondo della valle strisciarono draghi e orrende creature squamose e gli sciacalli vagando sulla sabbia annusavano l’aria con i loro musi aguzzi.

Il giovane Re pianse e chiese: “Chi erano quegli uomini nel letto del fiume e che cosa cercavano?”.

“Cercavano rubini per la corona di un re” rispose uno sconosciuto dietro di lui.

Il giovane Re trasalì, si volse e vide un uomo vestito da pellegrino che teneva in mano uno specchio d’argento

Egli impallidì e mormorò: “Quale re?”.

E il pellegrino gli rispose: “Guarda in questo specchio e lo vedrai”

Il giovane Re guardò nello specchio e vedendovi riflesso il proprio volto lanciò un grido disperato e si svegliò mentre la radiosa luce del sole inondava a fiotti la stanza e gli uccelli cantavano tra gli alberi del giardino e nei dolci recessi ombrosi, freschi d’acque zampillanti.

Il Gran Lord Ciambellano e gli alti dignitari dello Stato vennero da lui e gli resero omaggio, i paggi gli recarono la veste tessuta d’oro, e posarono dinnanzi a lui lo scettro e la corona.

Il giovane Re guardò tutte queste cose che erano bellissime, le più belle ch’egli avesse mai vedute, ma si rammentò dei suoi sogni e disse ai suoi dignitari: “Portate via questi oggetti, poiché io non li userò”.

I cortigiani si stupirono, e qualcuno rise, pensando che il giovane Re scherzasse.

Ma egli si rivolse nuovamente a loro con voce severa e disse: “Portate via questi oggetti e nascondeteli alla mia vista.
Per quanto oggi sia il giorno della mia incoronazione io non li userò. Poiché questa mia veste è stata tessuta  sul telaio del dolore dalle bianche mani della Sofferenza. II cuore del rubino é rosso di Sangue, e la Morte si annida nel centro della perla”

Ed egli narrò loro i suoi tre sogni.
Dopo che lo ebbero ascoltato, i cortigiani si guardarono tra loro e sussurrarono:”Certamente è pazzo poiché che cos’è un sogno se non un sogno, e una visione non è forse null’altro una visione? Non sono cose reali cui valga la pena di dare importanza. E che c’entriamo noi con la vita di coloro che faticano per noi? Forse che non dobbiamo
mangiare il pane finché non abbiamo veduto il seminatore, né bere vino finché non abbiamo parlato col vignaiuolo?”.

E il Ciambellano si rivolse al giovane Re e gli disse:

“O mio signore, ti prego, dimentica questi tuoi neri pensieri e indossa questa bella veste, e mettiti in capo questa corona. Poiché, come saprà il popolo che tu sei un re se non porti abiti regali?”

Il giovane Re lo guardò.

“Dunque è così?” chiese. “Non mi riconosceranno come re se non avrò vesti da re?”

“Essi non ti riconosceranno, mio signore!” gridò il Ciambellano.

“Pensavo vi fossero uomini cui bastava il solo aspetto per essere regali”. – rispose il giovane Re – “ma sarà come tu dici. E tuttavia io non indosserò quella veste, né cingerò quella corona, ma uscirò dal palazzo cosi come vi sono entrato. “ E ordinò che tutti lo lasciassero, all’infuori di un paggio che tenne come compagno, un ragazzo di un anno più giovane di lui. Quando ebbe preso il bagno il giovane re aprì una grande cesta e ne tolse la tunica di cuoio e il mantello di pelle di pecora che aveva indossati quando ancora custodiva sulla collina le irsute capre del pastore. Indossò questi abiti e prese in mano il suo rozzo bastone da pecoraio. Il piccolo paggio spalancò stupito i grandi occhi celesti e gli disse sorridendo –“Mio signore, vedo la veste e lo scettro ma dov’è la corona?”.

Allora il giovane Re staccò dal balcone un ramo di rosellina selvatica, lo piegò in tondo, ne fece un cerchietto, e se lo pose sul capo.

“Questa sarà la mia corona” rispose.

E cosi vestito uscì dalla sua stanza ed entrò nella Grande Sala, dove i nobili lo attendevano.

Alcuni risero e gli gridarono: “O signore, il popolo aspetta il suo re e tu gli mostri un mendicante”. Altri invece si adirarono e dissero: “Quel giovane getta la vergogna sul nostro Stato, ed è indegno di governarci».

Né agli uni né agli altri egli rispose parola alcuna ma procedette innanzi, discese il grande scalone di porfido e uscì dai cancelli di bronzo, montò sul suo cavallo e cavalcò in direzione della Cattedrale, seguito dal giovane paggio che gli stava dietro correndo.

Il popolo disse:

“Ecco il giullare del Re che avanza a cavallo”. Allora egli trattenne le redini e disse:” No, non sono il giullare, sono io, sono il Re”. E raccontò al popolo i suoi tre sogni.

Un uomo usci dalla folla e gli parlò duramente dicendo: “Sire, non sai tu forse che dal lusso dei ricchi proviene il sostentamento dei poveri? Dal vostro fasto noi siamo nutriti e i vostri vizi ci procurano il pane. É duro faticare per un padrone, ma e ancora più duro non aver padrone per cui faticare. Pensi forse che i corvi ci ciberanno? Ma che importa a te di queste cose? Dirai forse al compratore:Tu comprerai per tanto, e al venditore: Tu venderai a
questo prezzo? Non lo credo. Perciò ritorna al tuo Palazzo e vestiti di porpora e di lino leggero. Che c’entri tu con noi e con le nostre sofferenze?”.

“Forse che i ricchi ed i poveri non sono fratelli? » chiese il giovane Re.

“Certo” rispose l’uomo. “Ma il nome del fratello ricco è Caino.”

Gli occhi del giovane Re si riempirono di lacrime, ed egli passò a cavallo tra il mormorio del popolo, e il giovane paggio si spaventò e lo abbandonò.

Quando giunse alla gran porta della Cattedrale i soldati abbassarono le loro alabarde e dissero: “Che cosa cerchi tu qui? Nessuno può entrare da questa porta fuorché il Re».

Allora il suo volto si fece rosso di collera, ed egli disse ai soldati : “Sono io il Re “ e scostando le loro alabarde entrò nella Cattedrale.

Quando il vecchio Vescovo lo vide venire innanzi nelle sue vesti da capraio si alzò stupefatto dal suo seggio, gli andò incontro e gli disse:

“Figlio mio, é questo l’abbigliamento di un re? Con quale corona ti incoronerò, quale scettro ti porrò tra le mani? Di certo questo dovrebbe essere per te un giorno di gioia, non certo di umiliazione”.

“Deve la Gioia indossare ciò che il Dolore ha tessuto?” chiese al vescovo il giovane Re. E gli narrò i suoi tre sogni.

Dopo che li ebbe ascoltali il Vescovo corrugò le sopracciglia e disse:

“Figlio mio, io sono vecchio, già vivo l’inverno della vita e so che molte cose cattive si compiono nel vasto mondo- I banditi crudeli scendono dalle montagne e rubano i bambini in fasce e li vendono ai Mori I leoni tendono agguati alle carovane e piombano sui cammelli. Il cinghiale selvatico sradica il frumento nella valle, e le volpi rosicano i tralci della vite sulla collina. I pirati mettono a sacco le città costiere, distruggono il naviglio dei pescatori, e li depredano delle loro reti. Nelle paludi salmastre vivono i lebbrosi: dimorano in capanne di giunchi dove nessuno si può avvicinare. I mendicanti vagano per le città e spartiscono il loro cibo con i cani. Puoi tu impedire che queste cose avvengano? Saresti pronto a dividere il tuo letto col lebbroso, e a far sedere il povero alla tua mensa? Credi che il leone obbedirebbe a un tuo cenno, e il cinghiale selvatico si sottometterebbe ai tuoi comandi? Colui che creò l’infelicità non e forse più saggio di te? Perciò io non ti lodo per quello che hai fatto, ma ti ordino di ritornare al Palazzo e di rallegrarti in volto, poi indosserai la veste che si addice a un re e con la corona d’oro io ti incoronerò e ti porro tra le mani lo scettro di perle. E in quanto ai tuoi sogni, non ci pensare mai più. E’ troppo per un uomo solo portare il fardello del mondo, e troppo grande è il dolore del mondo perché un solo cuore ne soffra”.

“Tu mi dici queste cose in questa casa?” disse il giovane Re e passò dinnanzi al Vescovo, salì i gradini dell’altare e si fermò davanti all’immagine del Cristo.

Stette di fronte all’immagine del Cristo alla cui destra e alla cui sinistra era disposto dello splendido vasellame d’oro, il calice, colmo di vino e l’ampolla con l’olio consacrato, sì inginocchiò davanti all’immagine del Cristo e le magnifiche candele bruciavano di una fiamma limpida a lato del tabernacolo tempestato di gemme, il fumo dell’incenso saliva fino alla cupola in spirali di pallido azzurro; il giovane Re chinò il capo in preghiera e i sacerdoti nelle loro rigide
cappe lasciarono di nascosto l’altare.

Ad un tratto un tumulto furioso risuonò dall’esterno, ed irruppero nella cattedrale i nobili con le spade sguainate, adorni di piume, con gli scudi di lucido acciaio.

“Dov’è quel sognatore di sogni?” gridarono. “Dov’è questo Re che si veste da pezzente… dov’è quel moccioso che disonora il nostro Stato? Sicuramente noi lo uccideremo poiché è indegno di governarci!”

Il giovane Re chinò nuovamente il capo e pregò. Quando ebbe terminata la sua preghiera si alzò, volse il capo e li guardò con tristezza.

Ed ecco! Dalle finestre colorate entrò il sole che lo avvolse di luce,  i raggi dorati gli tesserono intorno al corpo una veste cento volte più bella della veste che era stata cucita per il suo piacere, il bastone si coprì di gigli più bianchi delle perle e il rovo secco intorno al capo germogliò e si coperse di rose più rosse di rubini. Più candidi di fini perle erano i gigli, e d’argento lucente i loro steli. Più vermiglie di rubini erano le rose, e rivestite d’oro le loro foglie.

Egli rimase immobile sui gradini dell’altare in veste di re, e le porte del  tabernacolo si spalancarono, dal cristallo dell’ostensorio emanò una fulgente, mistica luce. Stette sui gradini dell’altare in veste di re e la Gloria di Dio riempì la Cattedrale e i santi nelle loro nicchie scolpite parvero muoversi.

Stette dinnanzi ad essi nella bella veste di re, e dall’organo si riversò un’onda di musica, e i trombettieri soffiarono nelle loro trombe, e i cantori del coro intonarono i loro inni.

Il popolo cadde in ginocchio, preso da un sacro timore, i nobili rinfoderarono le loro spade e gli resero omaggio, la faccia del Vescovo impallidì e le sue mani tremarono.

“Qualcuno più grande di me ti ha incoronato! “ esclamò, e gli si inginocchiò dinnanzi.

Il giovane Re scese dall’altare maggiore e ritornò a palazzo, la folla si apriva come due ali al suo passaggio ma nessuno ebbe l’ardire di guardarlo in volto, poiché il suo volto era simile al volto di un angelo.

Commenta la fiaba



Altre fiabe che potrebbero piacerti



Consigli di lettura

Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 vite di donne straordinarie. Ediz. a coloriPosso guardare nel tuo pannolino?Il Gruffalò. Ediz. illustrataLe sei storie delle emozioniStorie della storia del mondo (Mitologica)Giulio Coniglio e la lunaLe fiabe di Beda il BardoMi vorrai sempre bene, mamma?Superpigiamini, pronti all'azione! Pj Masks. Ediz. a coloriA caccia dell'Orso