Giovan Battista Basile

Giovan Battista Basile (Napoli ca. 1575 – Giugliano, Napoli 1632) fu scrittore e autore di novelle in dialetto napoletano. Ancora giovane lasciò la città natale e si arruolò al soldo della Repubblica di Venezia, da qui partì per Candia, minacciata dalla potenza turca. Nell’isola conobbe l’Accademia degli Stravaganti e ne entrò a far parte. Nel 1608 ritornò in patria dove riprese la vita da cortigiano.
Nel frattempo la sorella Adriana era divenuta una famosissima cantante e lo aveva introdotto alla corte di Luigi Carafa, Principe di Stigliano. In seguito i fratelli si trasferirono a Mantova presso Vincenzo Gonzaga. Nel 1613 Basile tornò a Napoli e continuò la sua carriera di cortigiano fino a giungere alla carica di governatore di Avellino nel 1618.
Poeta alla moda e studioso della lirica cinquecentesca, Basile intorno al 1615 scoprì il dialetto napoletano. Egli sotto lo pseudonimo anagrammato di Gian Alessio Abbattutis aveva scritto una serie di prose epistolari che servivano da premessa e da appendice alla Vaiasseide di Giulio Cesare Cortese.
Nel 1625 Basile fu chiamato alla corte del duca d’Alba, che gli concesse il governo della città di Aversa. La vita di provincia e il tentativo di colmare il vuoto lasciato dalla morte di Giulio Cesare Cortese lo spinsero a sperimentare il dialetto napoletano come linguaggio ricco e fecondo di nuove possibilità. A questo periodo si fanno risalire le Muse Napoletane, 9 egloghe che raffigurano l’essenza della vita popolare.
Dopo essere passato alle dipendenze del duca d’Acerenza, Basile lavorò al Cunto de li Cunti, overo Lo trattenimento de’ peccerille, una serie di fiabe raccontate in cinque giorni (da qui il titolo di Pentamerone). Purtroppo l’opera rimase allo stadio di manoscritto perché la morte improvvisa lo colse nel 1632.
Il successo del Cunto de li Cunti, dopo la stampa del 1634, continuò a crescere nei secoli. Nel Seicento si ebbe una traduzione in dialetto bolognese. Nel 1822 i fratelli Grimm lo collocarono al primo posto nell’appendice alla loro raccolta di fiabe.
Benedetto Croce definì il Cunto de li Cunti «il più bel libro italiano barocco».
Biografia a cura di Anna Valentina Farina.
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